Brasile, buongiorno notte

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Lunedì, 29 ottobre, il Paese che ama definire se stesso “o mais grande do mundo” – e che è, di fatto, il più grande Paese dell’America Latina e la sesta economia del pianeta – si svegliato all’ombra d’un nuovo presidente: Jair Messias Bolsonaro, ovvero di un personaggio la cui discendenza – per metà italiana e per metà tedesca – offre di sé i più tenebrosi riflessi in materia di fede politica.

Bolsonaro è, infatti, un nazi-fascista. E un nazi-fascista che s’appresta a entrare nelle stanze del potere democraticamente eletto, così come, a suo tempo, sullo sfondo del tragico disintegrarsi della Repubblica di Weimar, democraticamente eletto era stato il cancelliere Adolf Hitler. Gli ultimi sondaggi alla viglia del voto davano Bolsonaro in calo, ma ancora trincerato lungo la più che solida linea del 55% contro il 45% del suo rivale, Fernando Haddad, candidato del Pt (Partido dos Trabalhadores) e – per quasi unanime anche se per molti aspetti iniquo giudizio – semplice alter-ego di Inácio Lula da Silva, l’ex presidente e leggendario leader della sinistra brasiliana, oggi in carcere per corruzione.

Lo so (e so che la cosa mi verrà rinfacciata): il richiamo a Hitler e alla sua “democratica” ascesa alla cancelleria tedesca è un argomento logoro e abusato, una scorciatoia polemica che, di norma, non è che una cortina di fumo, un modo indolente e comodo d’affrontare, o d’evitare d’affrontare, le novità del presente e gli errori del passato. Ma, intanto, si prenda nota di questo: Michael Wayne Godwin – il fondatore della Electronic Frontier Foundation e l’uomo che, nel lontano 1994, in un paradigmatico articolo su Wired, dette il nome alla cosiddetta “legge di Godwin” (la teoria che, per l’appunto, analizzava e censurava la tendenza nei dibattiti in rete a bollare come “nazista” ogni parere contrario) – ha ritenuto di dire la sua sul caso brasiliano. E lo ha molto significativamente fatto per smentire se stesso.

 

È lecito, gli è stato chiesto in un confronto su Twitter, definire “nazista” Jair Bolsonaro? E la sua risposta (in portoghese) è stata un molto perentorio “sim!. Cosa questa, peraltro, non particolarmente sorprendente o originale, se si considera che lo stesso Bolsonaro non si è mai mostrato turbato (anzi) allorquando – cosa che, per forza di cose, in questi anni è avvenuta con una certa frequenza – è stato raffigurato “alla Hitler” con tanto di baffetti a mosca e ciuffo. “Meglio coi baffi di Hitler che col rossetto sulle labbra, come un omosessuale” è sempre stata la sua reazione.

Un fatto in ogni caso è, al di là del proverbiale ragionevole dubbio, assolutamente certo: per quanto la Storia mai si ripeta identica a sé stessa – e per quanti limiti possa avere il richiamo ai precedenti mussolin-hitleriani – nel caso di Jair Messias Bolsonaro, molto difficile è incontrare, ripercorrendo la sua biografia politica, momenti, situazioni, parole che, per qualsivoglia motivo, si possano definire non già democratiche (o, quantomeno, “afasciste”) ma non in purissima, cristallina linea con il culto della violenza e della morte che d’ogni fascismo sempre è stata la prima fonte ispiratrice. Uccidere, torturare, picchiare, espellere con la forza, cancellare dalla faccia della Terra, armarsi, sparare. Tutti i discorsi usciti dalla bocca di Bolsonaro nei 30 anni che l’hanno visto muoversi, come deputato, nell’arena politica brasiliana, ruotano attorno a questi nobili concetti. Ed è la sua, quando di sangue, di massacri e di pestaggi si tratta, una sete davvero insaziabile.

Delle dittature che hanno fatto da padrone in gran parte dell’America latina tra la fine degli anni 60 e i primi anni 80 Bolsonaro è un critico severo, ma solo perché non gli tornano i conti in materia di ammazzamenti e di torture. Ai militari brasiliani che governarono il Paese tra il 1964 e il 1985, il prossimo presidente rimprovera di non avere assassinato almeno 30mila persone, cedendo infine il passo alla democrazia prima d’aver eliminato per sempre, in una sorta di “soluzione finale”, ogni movimento di sinistra. E anche a Pinochet – un personaggio al quale, pure, il dolce Jair non lesina accenti d’ammirazione – rinfaccia l’imperdonabile colpa di non aver “finito il lavoro” tanto brillantemente cominciato nel settembre del 1973, con il bombardamento del Palacio de La Moneda.

L’onorevole Bolsonaro ha in questi anni di vita parlamentare avuto, per tutti, consigli e buone parole. Per il presidente Dilma Rousseff, il cui impeachment votò (nell’aprile del 2016) inneggiando all’“eroico militare” che l’aveva torturata quando, negli anni della dittatura, era finita in carcere come “sovversiva”. Per “os quilombolas” i negri brasiliani, definiti pigri e “inutili anche per procreare”. Per le donne (“Non la stupro solo perché è troppo brutta”, disse una volta a una collega parlamentare che l’aveva criticato) considerate puri oggetti di piacere e di riproduzione della specie.

Per i popoli originari qualificati come “parassiti”. Per i rifugiati africani e haitiani (“la spazzatura della Terra”). Per l’ambiente e per il “polmone verde” dell’Amazzonia, la cui difesa Bolsonaro non considera che un modo per rubare risorse ai brasiliani. Per tutti i “non cristiani” che lui considera non-cittadini (dettaglio curioso, ma non troppo: quello che è considerato il suo più significativo discorso in difesa della “brasilianità” e della razza, Bolsonaro – che, a dispetto d’ogni logica, considera gli ebrei cristiani – l’ha tenuto, nel marzo dello scorso anno, nella sede del Clube Hebraico di Rio). E infine, per i genitori che sospettano d’avere figli gay (“riempiteli di botte fino a quando non tornano normali”. Per la cronaca. Bolsonaro è convinto che l’omosessualità sia un’epidemia dovuta alla diffusione delle droghe e all’ingresso delle donne nel mercato del lavoro).

Ovvia domanda: come ha potuto questo personaggio – fino a solo un anno fa considerato una presenza folcloristica, poco più (o poco meno) d’un pagliaccio tra i banchi del Parlamento – arrivare alla presidenza votato dalla maggioranza dei brasiliani?

Ovvia risposta: la República Federativa do Brasil è, dopo il voto del 28 ottobre, una democrazia con un fascista per presidente. Ed è per questo, inevitabilmente, una democrazia in pericolo, un potenziale (ed enorme) buco nero nel cuore d’un continente che, in un tristissimo autunno, sta vivendo l’agonia della lunga stagione democratica e progressista apertasi esattamente 35 anni fa, quando alla fine dell’ottobre 1983, la vittoria di Raúl Alfonsín annunciò la fine delle dittature militari che, in Argentina, in Brasile e nell’intero “cono sur” avevano, per oltre un decennio, insanguinato l’America latina.

Perché ci si può girare attorno, si può, fin che si vuole, spaccare il proverbiale capello in quattro in merito alle similitudini e alle differenze, si possono moltiplicare i distinguo e le distinzioni, ma la sostanza resta. A dispetto delle parole a mezza bocca pronunciate il giorno del suo trionfo – “difenderò la Costituzione e la democrazia” -, il nuovo presidente democraticamente eletto, Jair Messias Bolsonaro, possiede e senza ritegno mostra, nei gesti, nelle parole, nello stile di vita, nell’estetica tutto quella che del fascismo è da sempre la linfa vitale: il culto della violenza e della morte, la volgarità, il gusto sordido della sopraffazione dell’”altro”.

Il tutto condito da un dichiarato amore non solo per la dittatura che fu, ma di quelli che della dittatura furono gli aspetti più cruenti. Bolsonaro istintivamente adora tutto ciò che abbia l’odore del sangue o, in qualche modo, sappia di caserma, di giunta militare o di golpe. E questo al punto che, nel 1999, arrivò a entusiasticamente elogiare – definendolo “la speranza dell’America latina” – persino il tenente colonnello golpista Hugo Chávez, allora fresco presidente del Venezuela e oggi mostrato postumo alle folle come il più classico degli spaventapasseri anticomunisti.

Seconda domanda: come ha fatto, questo inequivocabile fascista, a conquistare, grazie al voto popolare, la presidenza del Brasile? Per capirlo, io credo occorra partire da una data e da una formula politica. La data – che, seppur cronologicamente prossima, appare oggi anni luce lontana – è il primo gennaio dell’anno del Signore 2011. E la formula politica è: “Il dilemma della governabilità”.

Non è possibile qui, per ragioni di spazio, raccontare in dettaglio un estremamente complesso intrecciarsi di eventi. Sicché rimando, per una più accurata analisi, a un più ampio articolo che scrissi mesi fa, il giorno dell’arresto di Lula. Ridotta tuttavia al suo nocciolo la storia è questa. Quando, all’alba del 2011, Lula da Silva passò la fascia presidenziale all’erede da lui prescelta, Dilma Rousseff, vantava indici di gradimento oltre l’80%, che facevano di lui (e di gran lunga) il più popolare presidente della storia del Brasile. Lula piaceva, in effetti, a tutti. Alla super-élite “globalista” di Davos e agli “alternativi” del Foro sociale mondiale, ai socialdemocratici, ai “rivoluzionari” e, persino, ai conservatori. Entrambi i presidenti Usa da lui conosciuti come “colleghi” – George W. Bush e Barack Obama – lo avevano corteggiato e incensato, in sintonia con pressoché tutti gli altri leader planetari. In un Brasile che sembrava diventato, infine, protagonista della sua storia e di quella del mondo, Lula era a tutti gli effetti diventato la proverbiale quadratura del cerchio, il punto d’incontro d’ogni diversità, l’oasi nella quale ogni conflitto s’acquietava.

Perché? Perché sotto la sua guida il Brasile aveva – grazie alla spinta del “vento di coda” del boom mondiale delle materie prime – conosciuto per sette anni indici di crescita (più 7,5% nel 2010) pressoché “cinesi”, producendo una ricchezza che, intelligentemente redistribuita, aveva portato dalla povertà al più dignitoso alveo della classe media ben 36 milioni di persone (di fatto, un Paese più grande di mezza Italia).

Tanto miracolo – prodotto non della “rivoluzione” che Lula e il suo Partido dos tabalhadores avevano a lungo promesso, bensì, all’opposto, della “continuità-discontinuità” che, alla vigilia delle elezioni del 2002, lo stesso Lula aveva illustrato nella sua molto tranquillizzante “lettera aperta al popolo brasiliano” – aveva tuttavia una premessa e un prezzo: quello che, per l’appunto, molti analisti hanno chiamato “il dilemma della governabilità”. Popolarissimo, ma privo d’una maggioranza parlamentare, Lula poteva – come ogni altro presidente brasiliano – governare il Paese solo attraverso una coalizione. E “coalizzarsi” sostanzialmente significa, in Brasile, venire a patti con la vischiosa realtà di potentati economici, poteri locali e clientelari o, per meglio dire, con una corruzione sistemica che il Pt ha prima tentato di cambiare “da dentro”, poi tollerato e infine cooptato.

Occultato sotto il tappeto dei successi economici, il gioco è stato infine impietosamente scoperchiato, sul finire del 2014, da due concomitanti fattori: la più profonda e prolungata recessione della storia del Brasile – esaltata dalla fine del “commodity boom” e dalla fragilità d’una crescita basicamente fondata sull’aumento del consumo – e il travolgente effetto-domino di indagini giudiziarie che, partite da una marginale inchiesta in quel di Curitiba, hanno finito per demolire l’intero sistema politico.

È in questo deserto che è nato il fenomeno Bolsonaro. E è in questo deserto che non solo la sinistra, ma tutto il tessuto democratico brasiliano non ha saputo cogliere la realtà d’un Paese esasperato dalla violenza, dalla corruzione e da una democrazia incapace di combattere la prima e corrosa dalla seconda. Condannato e incarcerato – poco importa qui stabilire se giustamente o ingiustamente – Lula ha commesso l’errore tragico di voler trasformare le ultime presidenziali non in una battaglia per la sopravvivenza della democrazia, ma in un referendum pro o contro se stesso. E lo ha perduto. Tutta la democrazia brasiliana lo ha perduto. E ora la domanda – una domanda angosciante e inedita – è: riuscirà, questa democrazia, a sopravvivere con un fascista alla sua guida?

 

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