Volano bombe nei cieli d’una Venezuela in rovina

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Nella Venezuela “bolivariana” le parole golpe e magnicidio notoriamente non sono, da molto tempo, che uno stonato ritornello, una sorta d’indistinto e fastidioso rumore di fondo al quale nessuna persona seria può, ormai, dare il minimo credito (clicca qui, qui, qui e qui per leggere precedenti post in materia). Stavolta, tuttavia, a quel rumore di fondo s’è per la prima volta sovrapposta un’esplosione vera: quella della bomba al plastico che, aerotrasportata da un drone, è esplosa nell’aria a Caracas, non lontano dal palco sul quale, lo scorso sabato 4 agosto, il presidente Nicolás Maduro (auto-rielettosi lo scorso 20 di maggio attraverso una elezione che più fraudolenta non avrebbe potuto essere) andava commemorando l’ottantunesimo anniversario della fondazione della Guardia Nacional.

Le immagini già hanno fatto il giro del mondo. Maduro che parla circondato dall’alto comando militare e affiancato dalla “primera combatiente” e sua consorte, Cilia Flores. Poi un botto, un collettivo sussulto. La Guardia Nacional solennemente schierata che sbanda in un troppo glorioso fuggi fuggi. E infine i guardaspalle presidenziali che, letteralmente avvolto Maduro in vere e proprie lenzuola anti-proiettile, lo trascinano via. Che cosa è accaduto?

Ieri l’altro, nel corso d’una maratonica (due ore filate) “cadena nacional” lo stesso Nicolás Maduro ha da par suo risposto a questa domanda. Quella bomba (anzi, quelle due bombe, visto che il drone che trasportava un altro e analogo ordigno era caduto a circa un chilometro di distanza) era parte d’un tentativo di pluri-magnicidio di cui lui prevedibilmente era, insieme all’intera cupola militare, la vittima designata. E di tale fallito attentato – fallito, ha precisato, grazie alla protezione de “la Chinita”, ovvero della Vergine de la Chiquinquirá di cui ha molto devotamente mostrato e ringraziato la dorata immagine – già era in grado di raccontare ogni dettaglio: piani, logistica, mandanti e autori materiali. Il tutto grazie alla confessione di questi ultimi, arrestati (come si usa dire) con le mani nel sacco. In particolare quella – tanto dettagliata e macchinalmente esposta da sembrare recitazione d’un bambino che ha imparato una poesia a memoria – di Juan Carlos Monasterios, ex ufficiale fellone della Guardia Nacional.

In sostanza: l’attentato è stato preparato in Colombia, nella cittadina di Chinácota (già il giorno prima Maduro aveva accusato l’ex-presidente colombiano Juan Manuel Santos d’essere il vero regista della congiura), con la complicità – a Caracas, a Bogotà e a Miami – di numerosi alti dirigenti dell’opposizione. Uno dei quali, il deputato Juan Requesens (definito da Maduro “uno psicopata”), già è stato arrestato, mentre l’altro – il presidente della Asamblea nacional, Julio Borges, oggi per molti aspetti il “numero uno” dell’opposizione – lo sarà, presumibilmente, nelle prossime ore. Il che significa che se fino a ieri – come riporta Human right watch – i prigionieri politici in Venezuela erano almeno 340, ora sono almeno 342 (and counting, a crescere, come si dice in inglese). Ed è qui che, spentasi l’eco della vera esplosione del 4 agosto, si riaccende l’antica filastrocca. Che poi altro non è che il rumore stridulo della menzogna e della repressione.

Nessuno, allo stato delle cose, può dire con certezza (o anche con incertezza) se le bombe scoppiate nei cieli al di sopra della Avenida Bolívar e rivendicate in quel di Miami da una fantomatica organizzazione chiamata “Movimiento nacional soldados de franela”, movimento nazionale soldati in maglietta – siano state un tentato magnicidio, come sostenuto dal governo, o un classico auto-attentato, come molti sospettano. Ma almeno tre cosa già si possono in tutta sicurezza ribadire.

1. La prima: alla luce delle cronache dell’ultimo ventennio – decine e decine di golpe, congiure, attentati e crimini vari solennemente denunciati e mai suffragati dal proverbiale “straccio di prova” – la credibilità del governo, anzi, della dittatura chavista è, in materia, parecchio al di sotto dello zero. Al punto che molto più facile (o meno difficile) è credere che davvero “la Chinita” – per la cronaca: la vergine apparve a una lavandaia lungo le sponde del lago di Maracaibo quando correva l’anno del Signore 1749 – sia intervenuta per salvare la vita di Maduro, che alla veridicità delle parole che quest’ultimo ha pronunciato ieri in cadena nacional.

2. La seconda: attentato o auto-attentato, quel che è avvenuto lo scorso 4 di agosto non conoscerà mai, in Venezuela – Paese dove lo stato di diritto non è, ormai, che un lontano ricordo – alcuna verifica giudiziaria minimamente trasparente. E verrà usata – come già viene usata – per un ulteriore e del tutto arbitraria stretta repressiva.

3. La terza (e più importante): comunque siano davvero andate le cose il 4 di agosto (e per quanto condannabile sia qualsivoglia forma di violenza), Nicolás Maduro ha mentito. E lo ha fatto con la spudoratezza che gli è da sempre propria. “Questo attentato – ha detto – è stato organizzato non solo per uccidere lui, ma “per uccidere un Paese, per uccidere la pace (…) per uccidere la democrazia come forma di vita”.

Falso. Da chiunque siano state lanciate sabato scorso, quelle due bombe sono esplose su una democrazia che già era stata assassinata e su un Paese ormai in totale rovina. Più in dettaglio: su un Paese nel quale, un anno fa, la super-fraudolenta elezione di una Assemblea Costituente plenipotenziaria già aveva definitivamente stretto il cappio della dittatura attorno al collo d’una nazione ridotta in macerie – si calcola che l’inflazione sia destinata ad arrivare, per la fine dell’anno, a un milione per cento – dall’inettitudine e dalla corruzione del governo che da 20 anni ne regge, o meglio, ne distrugge le sorti.

Questo è oggi il Venezuela. E, senza partire da qui, ogni altra verità – quella sul vero o presunto magnicidio compresa – è destinata a perdersi nel nulla.

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