Quel che resta di Lula

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“Manda este lixo janela abaixo, aí”. Già che ci sei, tira quell’immondizia dal finestrino…Chi abbia pronunciato questa frase non è chiaro. Forse un controllore di volo. Forse qualcun altro. Ma almeno tre cose sono più che certe. La prima: che quel molto astioso ed assai drastico invito – registrato ed universalmente diffuso via social – era parte del dialogo intercorso, la scorsa domenica, tra la torre di controllo ed i piloti dell’aereo approntato al fine di trasportare l’ex presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, condannato in prima istanza ed in appello a 12 anni per “corruzione passiva”, da uno degli aeroporti di São Paulo al carcere speciale che, in quel di Curitiba, è da un paio d’anni riservato agli imputati eccellenti della “operação Lava Jato”. La seconda: che il finestrino dal quale l’immondizia doveva esser lì per lì gettata – presumibilmente dopo il decollo – era, per l’appunto, quello dell’aereo in questione. E, terza certezza: che la succitata “immondizia”, o lixo, altri non era che l’incarcerando ex presidente. Ovvero: quel medesimo Lula che, solo qualche ora prima, di fronte alla sede del sindacato dei lavoratori metallurgici di São Bernardo do Campo, al grido di “Lula guerreiro do povo brasileiro”, era stato osannato come un martire ed un messia da una grande folla di fedeli.

L’immondizia ed il martire. Il politico ladro e l’eroe dei poveri. Il putrido simbolo d’un sistema corrotto e la luce d’una speranza che si rifiuta di morire. È tra questi due estremi, o meglio, è nel paradosso di questa estrema polarizzazione, senza spazio alcuno per sfumature di sorta, che si vanno da tre anni consumando due parallele tragedie: quella personale di Lula e quella del Brasile. Non era scritto che così dovesse finire (o ricominciare).  Anzi: tutto, nella storia del Lula presidente e di quello che, per otto anni, era stato il “suo” Brasile, sembrava condurre nella direzione opposta, verso un paese che, finalmente riconciliato con se stesso, andava camminando – correndo, persino – verso le mete di grandezza (“o mais grande do mundo”) che sempre aveva intravisto nel suo destino e che mai era riuscito foss’anche solo ad avvicinare.

Nel 2011, quanto terminò il suo secondo mandato, Lula vantava indici di popolarità (e d’una popolarità ovviamente “interclassista”) che superava l’80 per cento, cosa che nessuno dei suoi predecessori – incluso presumibilmente Getúlio Vargas, grande ed assai ambiguo padre del populismo brasiliano, vissuto in tempi in cui non si facevano sondaggi – mai aveva potuto neppure sognare. E sotto la sua guida il Brasile era diventato, per molti aspetti, il più emergente dei paesi emergenti. In otto anni, Lula aveva sottratto alla povertà e portato nel più dignitoso alveo della classe media 36 milioni di persone (di fatto, un paese più grande di mezza Italia). Sotto la spinta del “vento di coda” del boom mondiale delle materie prime, il paese aveva per sette anni conosciuto indici di crescita (più 7,5 per cento nel 2010) pressoché “cinesi”. E tanto “miracolo” era stato il prodotto non della “rivoluzione” che Lula ed il suo Partido dos Tabalhadores avevano a lungo promesso quando erano all’opposizione, ma d’una continuità senza sobbalzi. O, più esattamente: della “continuità-discontinuità” – “un programma di cambiamenti coraggiosi e responsabili” – che, alla vigilia delle elezioni del 2002, lo stesso Lula aveva illustrato nella sua molto tranquillizzante “lettera aperta al popolo brasiliano”. In quella lettera – rivolta in realtà assai più a mercati finanziari in ebollizione pre-elettorale che a “o povo” – Lula prometteva una “transizione lucida e prudente” basata sul “pieno rispetto degli impegni e delle obbligazioni contratte dal Paese (leggi: pagamento puntuale e pieno d’un debito estero a quei tempi molto pericolosamente superiore al 50 per cento del pil n.d.r.)”.

Sotto l’ultra ortodossa regia di Antonio Palocci (anche lui anni più tardi finito in carcere nell’ambito dell’inchiesta Lava Jato) e con alla testa della Banca Centrale Henrique Mirelles (ex-presidente del BankBoston e membro dello stesso partito del suo predecessore, il sociologo-economista Fernando Henrique Cardoso, antico formulatore della “teoria della dipendenza”), nella prima fase della sua presidenza Lula aveva di fatto proseguito e consolidato – messi da parti i punti più radicali del suo programma, come la riforma agraria – la politica di recuperazione economica che, da candidato, aveva ripetutamente  bollato come “neoliberale”. E su questa base aveva, in una fase successiva ed in panorami internazionali divenuti, su scala internazionale, straordinariamente favorevoli, lanciato una politica di redistribuzione del reddito al cui centro riluceva il programma chiamato “bolsa familia” – una sorta di reddito di cittadinanza per le famiglie più povere in cambio dell’impegno a mandare i figli a scuola e d’altre contropartite – ereditato dalla precedente amministrazione ed esponenzialmente potenziato.

I risultati erano stati, nel breve periodo, straordinari. E straordinaria era rapidamente diventata, dentro e (soprattutto) fuori del paese che governava, la popolarità del presidente brasiliano. Lula piaceva apparentemente a tutti. Alla super-elite “globalista” di Davos ed agli “alternativi” del Foro Sociale Mondiale (del quale Lula era stato, nel 2005 a Porto Alegre, tra i più applauditi protagonisti). Lula era amato, senza distinzioni, da socialdemocratici e da “rivoluzionari”. Entrambi i presidenti Usa da lui conosciuti come “colleghi” – George W. Bush e Barack Obama – lo avevano, in sintonia con pressoché tutti gli altri leader planetari, corteggiato ed incensato. In un Brasile che sembrava diventato, infine, protagonista della sua storia e di quella del mondo, Lula era a tutti gli effetti diventato la proverbiale quadratura del cerchio, il punto d’incontro d’ogni diversità, l’oasi nella quale ogni conflitto s’acquietava.

Tudo bon, tudo ben. Tutto bello, tutto bene. Fino al 2012, quando – già da due anni regnante Dilma Rousseff, entrata a Planalto con la benedizione del suo predecessore e mentore – la realtà ha finito per presentare un conto molto più salato del previsto. Esauritosi il “commodities boom” della seconda metà degli anni 2000, il “miracolo” brasiliano ha rivelato l’intima fragilità d’una crescita basata prevalentemente sulla espansione del consumo. Ed a Dilma è toccato governare – senza la fantasia ed il carisma di chi l’aveva preceduta – non solo un paese di nuovo inquieto e malcontento, ma anche un’economia che, già entrata pesantemente in recessione, era per di più appesantita dalla zavorra della “grandeur” luliana. Ovvero: dal fardello del mondiale di “futebol” del 2014 e dei Giochi olimpici del 2016, i cui stadi in rovina s’ergono oggi come monumenti ai troppo prematuri sogni di gloria patria che, più d’ogni altro presidente, Lula aveva coltivato.

Ed è stato proprio sullo sfondo di questo sogno andato a male che l’operazione Lava Jato – casualmente cominciata in quel di Curitiba, da una periferica indagine su alcune irregolarità consumatesi nei centri di lavaggio auto annessi alle stazioni di servizio di Petrobras, la poderosa impresa petrolifera statale – ha messo impietosamente a nudo il vero (ed in ultima analisi autodistruttivo) lato oscuro del “lulismo”. O, ancor più concretamente, l’altra e tenebrosa faccia di quello che molti analisti politici hanno chiamato il “dilemma della governabilità”.

La questione è molto semplice e, al tempo stesso, terribilmente complessa. Tanto complessa da essere, probabilmente, irrisolvibile. Popolarissimo, ma privo d’una maggioranza parlamentare, Lula poteva – come ogni altro presidente brasiliano – governare il Paese solo attraverso una coalizione. E “coalizzarsi” sostanzialmente significa, in Brasile, venire a patti con la vischiosa realtà dei poteri locali e clientelari storicamente rappresentati da un partito che, non per caso, viene popolarmente chiamato “o partido pega-tudo”, il partito attacca-tutto”. Vale a dire: il PMDB (Partido do Movimento Democrático Brasileiro), che pur non avendo mai eletto con voto diretto un suo presidente della Repubblica, della Repubblica è sempre stato, in tempi di democrazia, “l’ago della bilancia”.

“Per governare il Brasile ho dovuto trattare cose immorali, ricatti…cose di cui mi vergogno”. Questo – in anni lontani, quando era un altro scandalo, quello del “mensalão”, a tener banco – aveva confidenzialmente detto Lula a Pepe Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay. O, almeno questo è quello che, in un libro-intervista pubblicato due anni orsono (“Una oveja negra en el poder ”, scritto con i giornalisti Andrés Danza e Ernesto Tulbovitz) Pepe Mujica ha sostenuto d’aver ascoltato da Lula. Quali e quante – e di che natura – siano state queste “cose immorali” lo si può leggere oggi in quel libro ancora in via di scrittura che s’intitola, per l’appunto, “Lava Jato”. Ciò che Sergio Moro, il molto visibile e loquace giudice che conduce l’inchiesta, ha rivelato (e continua ha rivelare) è un gigantesco e strutturale, “organico”, sistema di tangenti legato agli appalti per i lavori di Petrobras. Un intrico di centinaia di miliardi, di corrotti e corruttori, di imprese e di imprenditori – a partire da Odebrecht, la più grande impresa di costruzioni dell’America Latina – di faccendieri e portaborse, di campagne elettorali finanziate con bustarelle, di voti comprati e di voti venduti, che non risparmiano alcun anfratto, di governo o d’opposizione, del mondo politico e imprenditoriale. Il tutto su una base – dal lato delle forze di governo – d’una molto stabile e precisa contabilità: 3 per cento al PT, 2 per cento al PMDB, 1 per cento al PP (Partido Progresista)….

È da questo oceano di “immoralità” – e non da un “golpe” o da una persecuzione politica – che sono scaturiti la condanna a 12 anni ed il carcere di Luiz Inácio Lula da Silva. Anche se non v‘è dubbio che non pochi sono gli elementi che, in questo oceano, sorreggono la tesi della “innocenza” dell’ex presidente brasiliano e, collateralmente, quella d’una manovra politica tesa a toglierlo dal gioco politico mentre, con un 35 per cento di preferenze nei sondaggi, s’apprestava a ripresentarsi nella corsa presidenziale del prossimo ottobre. Lula è stato condannato ed incarcerato per la vicenda d’un appartamento – un attico triplex – in un palazzo prospiciente la non particolarmente lussuosa spiaggia di Guarujá (una località molto più simile, per intenderci, a Rapallo che a Portofino); appartamento che avrebbe ricevuto (anzi che avrebbe dovuto ricevere perché l’operazione di passaggio di proprietà mai si è conclusa), dall’impresa costruttrice OAS in cambio di appalti di costruzioni per Petrobras in varie località brasiliane. Gli indizi a favore dell’accusa ovviamente non mancano, a cominciare dalla a sua volta abbastanza dubbia “confessione” – un atto concordato con l’accusa in cambio d’una riduzione di pena – del presidente di OAS. Ma nessuna vera prova è emersa in merito alla vera proprietà dell’appartamento e, ancor meno, circa la partecipazione di Lula – che a quei tempi già non era, almeno in teoria, che un privato cittadino – nella concessione degli appalti incriminati. Lula è stato condannato, non in base alle proverbiali “prove al di là d’ogni dubbio”, ma per un “conjunto da obra” per una somma di indizi.

Ed una cosa è certa: anche mettendo insieme tutte le inchieste ancora aperte – ce ne sono almeno sei – che riguardano Lula da Silva, difficile è non notare l’abissale divario tra la minuzia delle colpe, vere o false, imputate all’ex presidente e la gigantesca natura del terremoto giudiziario-politico chiamato  Lava Jato. L’inchiesta casualmente avviata a Curitiba agli albori dell’anno 2014 ha provocato un’onda d’urto che ha sconvolto l’intera America Latina. In Brasile è finito in carcere il fior fiore dell’imprenditoria. Nel solo Perù, un ex presidente, Ollanta Humala, è finito in carcere, in attesa di processo, insieme alla moglie Nadine Heredia. Un presidente in carica, Pedro Pablo Kuczynski s’è dovuto dimettere ed un altro ex-presidente, Alejandro Toledo, si è esiliato negli Usa inseguito da gravissime accuse. In Ecuador, il vice-presidente, Jorge Glas, ha dovuto abbandonare la carica. E – non fosse il Venezuela una dittatura nella quale l’esecutivo controlla il potere giudiziario – di certo sarebbe già caduta anche la testa del presidente Nicolás Maduro, figlio prediletto del “comandante eterno” Hugo Chávez, accusato d’aver ricevuto da Odebrecht una tangente da 30 milioni di dollari

In ciascuno di questi casi il giro del danaro è vorticoso e le cifre sono, quasi sempre, da capogiro. Ma non così nel caso di Lula, per il quale, esistano o non esitano i reati che gli sono contestati, non affiora alcun dato che indichi – come nella vicenda dei Kirchner in Argentina, al centro d’almeno una dozzina di inchieste giudiziarie – significative prove di personale arricchimento. Nel caso di Lula, l’importanza della carica e la quantità del potere sembrano, curiosamente, inversamente proporzionali alla misura della corruzione. Al punto che le colpe dell’ex-presidente – anche se perseguite con particolare e quasi feroce pertinacia dall’autorità giudiziaria – appaiono piccola cosa anche rispetto a quelle contestate, sulla base di ben più solide prove, ad Aécio Neves, leader del PSDB, primo partito d’opposizione durante di governo di Lula e Dilma.

Domenica sera, prima di consegnarsi alla polizia, Lula ha con grande passione ribadito la propria innocenza (e la colpevolezza di suoi accusatori) di fronte a migliaia di entusiasti supporter. Lo ha fatto a São Bernardo do Campo, là dove tutto era cominciato, in piena dittatura militare e correndo l’anno 1980, con il grande sciopero dei metallurgici di San Paolo. Lo ha fatto rivendicando con orgogliosa precisione di dettagli la propria storia, il proprio mito, i propri trionfi ed i propri sogni. E lo ha fatto annunciando una prossima resurrezione. “Molto tempo fa – ha detto – ho sognato che era possibile governare questo paese coinvolgendo milioni e milioni di poveri nell’economia, portando milioni di persone nelle università, creando milioni e milioni di posti di lavoro…Ho sognato e, lo confesso, ho commesso questo crimine. Ed è per questo crimine che oggi mi processano e mi incarcerano…E se questo è il crimine che ho commesso – ha aggiunto – vi dico che continuerò ad essere un criminale, perché farò molto più di quel che ho fatto….Non mi fermerò perché ormai non sono solo un essere umano, sono una idea, una idea mescolata con le vostre idee…I potenti possono uccidere una , due, tre rose, ma mai potranno fermare la primavera…”.

Belle parole. Belle, ma in tragico contrasto con la realtà. Il sogno di cui Lula parla è finito, e finito con una catastrofe, non perché ucciso da una cospirazione giudiziaria, ma perché inghiottito dalle contraddizioni del “dilemma della governabilità” nel quale è nato e si è sviluppato. Lula può essere, come reclama, penalmente innocente, ma nessuna riesumazione del suo mito può cancellare – per quanto modesti (o nulli) siano stati i vantaggi personali che ne ha ricavato – la colpa politica d’avere presieduto per otto anni un sistema intimamente corrotto, quella d’avere omologato se stesso ed il suo partito, diventato il centro motore di quel sistema, ad una realtà che aveva promesso di cambiare. Il Lula di oggi è certo in grado di guadagnarsi di nuovo – potesse, come sembra impossibile, partecipare alle elezioni – l’accesso al ballottaggio. E forse potrebbe anche – sebbene la cosa sia molto più dubbia – vincere quel ballottaggio.  Ma sarebbe comunque un Lula molto diverso – opposto per molti versi – a quello che, nel 2002, aveva promesso di riunificare il paese sull’onda d’un programma di cambiamento.

Quel sogno è finito e dalle sue ceneri emerge, non la resurrezione d’una fenice, ma la realtà un paese incattivito che vuol gettare dal finestrino d’un areo Lula e tutto ciò che Lula rappresenta. Ed all’orizzonte si staglia l’ombra sinistra di Jair Messias Bolsonaro, il candidato d’ultra-destra che, nel nome della legge e dell’ordine, oggi apertamente rivendica, con l’appoggio di quasi un terzo dell’elettorato, l’eredità politica e morale della dittatura militare che per vent’anni, tra il ’64 e l’84, ha retto il paese.

Lula è in carcere ed alle sue spalle lascia una sinistra divisa, logorata dagli anni di potere. Dilma Rousseff – impopolare ed isolata dopo la rottura dell’infausta alleanza tra PT e PMDB – ha subito l’onta di un impeachment che ha aperto la strada ad un presidente, Michel Temer, di lei ancor più impopolare (e, di certo, di lei molto più corrotto). La democrazia brasiliana, spentesi le luci effimere del “miracolo-Lula”, sta viaggiando sull’orlo d’un abisso. E quel sogno potrebbe, il prossimo ottobre, trasformarsi in un incubo.

 

 

 

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