La terza volta di AMLO

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Tra gli slogan elettorali del favorito alle presidenziali messicane del prossimo luglio Andrés Manuel López Obrador detto AMLO, quello più ricorrente è “La tercera es la vencida”, “La terza è quella buona”. Non brilla per originalità, però riassume bene speranze e ottimismo, ma anche storia e sconfitte di quello che da qualche decennio è il politico più forte e divisivo del Messico, il cui terzo tentativo di conquistare la presidenza sarebbe coronato questa volta da una vittoria piena. 

Stando ai sondaggi, infatti, il 63enne AMLO non solo vincerebbe con il 37 per cento delle preferenze ma riporterebbe un vantaggio di dieci punti sul candidato del conservatore Pan (Partido Acción Nacional) Ricardo Anaya e di dodici rispetto a José Antonio Meade del partito al governo Pri (Partido Revolucionario Institucional), due scialbi politici che rappresentano la continuità rispetto a uno scoraggiante status quo: quello di un Paese tra i più corrotti e violenti dell’America Latina, con un numero di desaparecidos che ha superato di recente i 32.000, mentre le vittime di cartelli e criminalità hanno raggiunto dal 2006 i 230.000. Signori della droga e politici sono per lo più collusi, e a volte così identificati da rendere evanescente il confine tra istituzioni e crimine.  

La credibilità della politica è ai minimi storici e l’attuale presidente Enrique Peña Nieto, del Partido Revolucionario Institucional che guida il Paese dal 1929 salvo due recenti parentesi della destra, è precipitato nei consensi al 17 per cento. In questo panorama sconfortante ecco AMLO: fondatore nel 2014 del partito di sinistra Movimiento Regeneración Nacional (Morena) con cui si presenta alle elezioni e prima ancora esponente di spicco del Prd da cui uscì per dissapori con i padri nobili. L’eterno politico della discontinuità, dello scontro, del cambio strutturale, della rivoluzione morale e, ultimamente, anche del nazionalismo e del riscatto rispetto al governo Usa, le cui dichiarazioni dell’ultimo anno hanno umiliato il Messico scatenando una impennata di orgoglio. Perfino molti tra coloro che non lo amavano hanno deciso di votarlo, sia pure senza convinzione. Per conquistarli López Obrador ha temperato i toni, ammorbidito l’approccio messianico, eliminato gli insulti dal linguaggio politico e sostituito un relativo ecumenismo ai toni settari di non molto tempo fa: quando tacciava i detrattori di essere servi della mafia, ai giornalisti che facevano domande scomode dava dei “figli di Goebbels” e agli avversari politici riservava epiteti come chachalaca, un uccello rumoroso.  

Incasellato come populista, AMLO parte da un assioma difficilmente contestabile: se si sconfiggono i problemi economici e le diseguaglianze va da sé che anche la criminalità organizzata scompare. E’ sulle soluzioni che il candidato non è convincente. Per rilanciare l’economia e favorire un’equa distribuzione delle risorse propone di puntare sull’agricoltura e sulla costruzione di infrastrutture, per arginare la corruzione promette pene dure e un cambiamento radicale che trasformi il Messico da oligarchia a Paese di tutti, ma quando si scende nel dettaglio scantona. Qualche settimana fa, ha sollevato per esempio un polverone la sua proposta di amnistiare i narcotrafficanti a patto che smettano di delinquere. 

Un altro punto controverso è il trattato di libero commercio Nafta che, stipulato nel 1994 tra Stati Uniti, Canada e Messico, vorrebbe rinegoziare a vantaggio del suo Paese. “Quell’accordo ha contribuito a creare una classe di supermilionari ma ha danneggiato i poveri”, è la sparata di AMLO, che nei riguardi del trattato condivide la diffidenza di Trump, sia pure per ragioni opposte. In comune con il tycoon, il candidato messicano avrebbe invece la vicinanza a Putin, secondo quanto riferito dal security adviser Usa Herbert Raymond McMaster, che ha denunciato segnali di ingerenze del governo russo nella campagna messicana. Per tutta risposta, il candidato ha fatto realizzare un video in cui finge di aspettare un sottomarino che trasporterebbe “l’oro di Mosca”. 

Sposato in seconde nozze con la giornalista Beatriz Gutiérrez e padre di quattro figli, un’espressione placida che cozza con il piglio impulsivo e parecchi libri al suo attivo, a López Obrador si contesta tutto e il suo contrario: sia l’intolleranza sia il pragmatismo cinico che ha sfoderato di recente. Per esempio si è presentato alle elezioni con la coalizione Juntos Haremos Historia di cui fa parte, oltre a Morena e al Partido del trabajo anche Pes (Partido Encuentro Social) di destra ed evangelico, contrario all’aborto e ai matrimoni omosessuali e ai detrattori ha replicato che la spiritualità è importante, non di solo pane vive l’uomo. Tra i collaboratori ha scelto personaggi come Cuauhtémoc Blanco, ex mito calcistico poi diventato sindaco di Cuernavaca, dove si è distinto per la totale incompetenza e per aver preso soldi, pare, dalla criminalità. 

Deve aver pensato, AMLO, che affinare strategie e alleanze fosse un buon modo per evitare di aggiungere una terza sconfitta alle due incassate con il candidato di destra Felipe Calderón nel 2006 e con Peña Nieto nel 2012, la prima per uno scarto di appena 250.000 voti. In entrambi i casi aveva gridato ai brogli, e nel primo aveva rifiutato di riconoscere il nuovo presidente e messo in piedi un bellicoso governo ombra. Quella di denunciare truffe elettorali è sempre stata, d’altronde, una caratteristica di López Obrador da quando, per protestare contro presunti brogli nelle elezioni dei sindaci dello stato natale di Tabasco, aveva guidato una marcia da Villahermosa a Città del Messico. Un’altra marcia la organizzò dopo la sconfitta nelle elezioni a presidente del Tabasco.  

La vera consacrazione politica avvenne nel 2000, quando fu eletto sindaco di Città del Messico per il Partido de la Revolución democratica e governò con risultati da manuale. In cinque anni il Pil salì da 1,17 miliardi di pesos a 1,6 miliardi, omicidi e sequestri calarono drasticamente e le fasce meno protette usufruirono di sussidi (è vero però che aumentarono disoccupazione e debito interno). I detrattori lo accusarono di praticare una politica assistenziale e irresponsabile, ma quando lasciò l’incarico la sua popolarità era dell’84 per cento. Ci sono aspetti del suo carattere che divertono, per esempio a quello slogan “La tercera es la vencida” ha aggiunto: “E se non vinco questa volta me ne vado direttamente a La Chingada”. La Chingada è il nome che ha dato alla sua grande casa a Palenque, in Chiapas, ma in argot andare alla chingada significa andare al diavolo, un colpo di autoironia che va a suo merito.

 

 

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