Oprah for president?

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“Shithole” – letteralmente, “buco del culo” – è il nome dell’ultima performance di Donald J. Trump, presidente degli Stati Uniti d’America. Ed è probabilmente, a questo punto, anche la parola che meglio definisce l’uomo dalla cui bocca, un paio di giorni or sono, nel corso d’una riunione ”bipartisan” dedicata ai problemi dell’immigrazione, quella parola è uscita riferita a due paesi e ad un intero continente. Ovvero: ad Haiti, al Salvador e, più in generale, all’Africa tutta. Perché mai – si è a quanto pare chiesto il capo della più potente Nazione del pianeta (una Nazione che ha sempre considerato se stessa, a ragione o, più spesso, a torto, un faro di civiltà) – dovremmo ospitare gente che viene da quei “shithole countries”, da quei paesi del buco del culo?

Trump ha poi molto flebilmente (e tardivamente) negato d’aver fatto uso di quella parola. Ed i repubblicani presenti alla riunione hanno ancor più flebilmente – e con molto malcelato imbarazzo – sostenuto di non ricordare d’averla udita. Ma tutti gli altri hanno confermato: proprio questo è quel che ha detto il presidente. Anzi: proprio questo è quel che – pronunciando quella parola nei termini in cui l’ha pronunciata – il presidente ha dimostrato d’essere. L’America ha oggi uno “shithole president”. E questa verità – da tempo nota a chiunque abbia dato una superficiale occhiata alla storia personale e politica di Donald Trump – ha cominciato a fare il giro del mondo, stavolta scandita da un vocabolo che i dizionari non riportano e che, di norma, i canali televisivi coprono con un “bip”. Also sprach Donald J.Trump. E difficile è immaginare qualcosa di più lontano dal pensiero di Friedrich Nietzsche e dalla musica di Richard Strauss.

Il problema è: come hanno potuto gli Stati Uniti d’America precipitare in quel buco? Come ha potuto l’uomo che di quel buco è – in termini etici, politici e culturali –  la metaforica rappresentazione, arrivare alla Casa Bianca? Ed in che modo (escludendo l’improbabile ma non impossibile opzione dell’impeachment) da quel buco gli USA possono cercar d’uscire per tornare, dantescamente, a riveder le stelle? La prima domanda è, ovviamente, estremamente complessa. E la seconda – la cui risposta con tutta evidenza dalla prima dipende – sembra in cerca di luminose e messianiche (e proprio per questo troppo semplici) scorciatoie. Al punto che qualcuno, anzi, molti e molto importanti qualcuno già hanno creduto di veder la luce.

È accaduto sabato 6 gennaio, nel corso della cerimonia di premiazione dei Golden Globes, allorquando – come ampiamente anticipato – la giuria ha assegnato il premio Cecil B. DeMille alla carriera ad Oprah Winfrey, la sempiterna “Queen of Talk”, l’indiscussa regina dei talk show televisivi che, peraltro, vanta una più che rispettabile carriera di produttrice e d’attrice (fu nominata all’Oscar, in anni lontani, per la sua partecipazione a “Color Purple” di Steven Spielberg). Già era corsa la voce che, nell’accettare il premio, Oprah avrebbe tenuto un “memorabile” discorso su quello che, come le cronache imponevano, era il “vero” tema della serata: l’ondata di denunce per abuso sessuale e l’insorgere di un nuovo movimento femminile che, all’insegna del “#metoo”, dell’anch’io, o meglio, dell’anche a me è successo, ha sconvolto il mondo dell’entertainment. Ma ancor più era corsa la voce che quel discorso intendeva in realtà essere, ben oltre l’occasione ed il #metoo”, la piattaforma per una prossima campagna presidenziale.

E così è in effetti stato. Oprah ha parlato. E lo ha fatto, prevedibilmente, con tutta la qualità e la passione di chi proprio sulla “empatia”, sulla capacità d’interpretare ed amorevolmente sostenere i sentimenti altrui, sulla capacità di commuovere, ha costruito, lungo più di tre decenni, la sua pubblica immagine. È stato il suo – nonostante la totale assenza di argomentazioni direttamente politiche – un discorso a tutti gli effetti “presidenziale”. E come tale è stato accolto dai media. “Voglio che tutte le ragazze che ascoltano – ha detto Oprah in quello che è d’acchito diventato, trasmesso e ritrasmesso su tutti i canali, uno slogan di campagna – sappiano che un nuovo giorno è all’orizzonte.”

Una donna nera, dunque, contro il personaggio che della rivalsa del maschio bianco rappresenta oggi la versione più ostentata e volgare. Il linguaggio della speranza e della solidarietà – quello che Oprah ha sempre, nel bene o nel male, parlato – contro il razzismo, la xenofobia, la trivialità e l’ignoranza che sembrano aver preso in ostaggio l’America. Una donna che fu, a suo tempo, vittima della violenza dei bianchi e di quella del maschio, contro (di nuovo) il maschio bianco che, a suo tempo – ricordate i cosiddetti “Hollywood Access Tapes”? – espose nei termini più scurrili il suo “diritto” all’assalto sessuale: “Se sei ricco e famoso – aveva detto ridacchiando l’attuale presidente Usa – le puoi prendere per la ….quando vuoi”. Un’imprenditrice (Oprah) davvero “self-made”, contro il bullo nato nella bambagia che “da sé” altro non ha fatto che dare una pacchiana visibilità alle ricchezze ereditate dal padre o, peggio, turlupinare il prossimo (vedi le sue sei bancarotte ed il caso della “Trump University”). Una donna eloquente che venera la cultura (il suo “book club” ha lanciato, negli ultimi due decenni, molte delle migliori opere letterarie americane) contro il più rozzo ed inarticolato degli anti-intellettuali.  Il “nuovo giorno” prospettato da Oprah, contro le tenebre del buco nel quale Trump ha risucchiato il Paese. L’idea è senza dubbio affascinante. Ma è davvero di questo che l’America ha bisogno?

In termini strettamente biografici Oprah Winfrey ha, in effetti, tutto quello che serve per presentare se stessa come l’anti-Trump. E non si tratta di cosa da poco, visto che proprio la sua vita – raccontata, rivelata, rivoltata, confessata – è sempre stata il vero motore del suo successo o, volendola porre in termini marxiani, la vera fonte d’accumulazione primitiva del suo capitale: un impero mediatico che – sebbene fondato sul più volatile dei beni, la parola – vale oggi, secondo la rivista Forbes, quasi tre miliardi di dollari.

Di se stessa Oprah ha, in effetti, narrato ogni cosa. Dalla sua nascita, fuori dal matrimonio, nel poverissimo villaggio di Kosciusko, nel delta del Mississipi, alle origini del suo nome (da quello di Orpah, un personaggio minore della Bibbia che sua madre mal pronunciò di fronte agli ufficiali dell’anagrafe). Dalla sua “fuga al nord”, agli anni tenebrosi della sua adolescenza a Milwaukee, marcata da uno stupro e dalle violenze sessuali inflittegli dagli amanti della madre; dalla sua prima, tragica maternità a 14 anni, al suo primo aborto, tutto è stato rivelato e vivisezionato in diretta e senza riserve. Tutto, fino al suo rincontro a Nashville con il padre che, infine, le insegnò a vivere ed a credere in se stessa. Tutto, ed anche più di tutto – ogni sera per cinque sere alla settimana – incluso, alla fine del secolo scorso, lo spettacolare racconto, in rigoroso “close up”, tra lacrime e singhiozzi, dei suoi “anni da cocainomane”. Il tutto passando, puntata dopo puntata, per le sue epiche battaglie contro l’obesità. Mai, prima di Oprah, la televisione aveva conosciuto una tanto completa ed incondizionata identificazione tra un talk show e la vita privata del suo conduttore o conduttrice. Mai, prima di Oprah, nessuno era riuscito a vendere se stesso come prodotto e, insieme, come esempio di umana redenzione e di speranza.

E proprio questo – quello dell’umana redenzione – è il punto che più contrappone Oprah all’attuale inquilino della Casa Bianca. A fronte della cafonesca filosofia binaria di Donald Trump – capace solo di separare il mondo in due categorie, quella dei vincitori e quella dei perdenti (“loser” come vuole il più reiterato degli insulti trumpiani) Oprah è, dei “loser” d’ogni categoria, la ninfa consolatrice. Oprah è la voce della debolezza che si fa forza. Quando, nel lontano 1984, la WJZ di Chicago le affidò il suo primo talk show, Oprah non era solo una donna nera in un mondo ancora totalmente dominato dai maschi bianchi. Era anche una donna grassa (seppur a suo tempo piacente, visto che in gioventù era stata eletta Miss Black Nashville) in un ambiente – quello dello spettacolo – che già venerava sopra ogni cosa la magrezza. E di fronte a sé aveva, nella medesima fascia oraria, un affermato maestro del genere quale Phil Donahue, canuto gentiluomo che, di se stesso, solo questo aveva fin lì rivelato ai suoi ascoltatori: “Sono un fervente cattolico”. Oprah lo sbaragliò, narrano gli storici di questo genere televisivo, “capovolgendo ogni schema e lasciando cadere ogni velo”, in ciò rivelandosi – fatto questo che resta la vera essenza della sua “rivoluzione” – in tutto simile a quelli (e soprattutto a quelle) che l’ascoltavano.

La “redenzione” di Oprah – la sua, quella di tutti – è sempre stata una redenzione senza rabbia e senza risentimento, contrapposta alla schiumante collera con la quale lo scorso anno, insulto dopo insulto, volgarità dopo volgarità, Trump ha vinto cavalcando i peggiori sentimenti della nazione. La redenzione di Oprah è puro amore, pura luce, amicizia, solidarietà, comprensione, inclusione. E di questa luce – tramutatasi ora nella possibilità d’una prossima candidatura presidenziale – già sembra essersi infatuata, soprattutto a Hollywood, una non piccola parte dell’America “liberal”.

Soltanto un miraggio? Un’illusione? Probabilmente sì. E non solo per il lato indubitabilmente melenso, talora decisamente ipocrita, della “Oprah Winfrey’s story”. Né per la piuttosto nutrita galleria di ciarlatani – predicatori religiosi rivelatisi truffatori, medici che presentavano “cure miracolose” contro l’obesità o contro l’invecchiamento, campagne contro la vaccinazione, guru che spiegavano come combattere il cancro alla mammella con la “forza del pensiero” – passata in questi trent’anni per i talk show di Oprah. Il vero problema è che – a dispetto di tutto il bene che la contrappone al male di Donald Trump – Oprah non è, con ogni probabilità, che un altro sintomo della medesima malattia che ha regalato agli Usa (ed al mondo) lo “shithole president” che oggi occupa la Casa Bianca.

Con più d’una ragione, sul New York Times, Frank Bruni ha scritto che Oprah (che pure di Hillary fu una fervente sostenitrice) è, in realtà, molto più la anti-Hillary che la anti-Trump. Perché l’idea d’una sua possibile candidatura nasce, in effetti, dalla convinzione (o, per l’appunto, dall’illusione) che basti fare quel che Hillary non seppe fare – parlare al cuore della gente – per ritrovare i valori perduti e portare il paese fuori dal buco.

Donald Trump è, però, ben più che il prodotto d’una campagna troppo fredda e distaccata, troppo lontana dai dolori e dalle speranze della gente, troppo convinta che l’impresentabilità di Trump fosse, in sé, un sicuro viatico verso la vittoria. Donald Trump è il riflesso, la punta d’iceberg d’una crisi della democrazia che oggi investe, mutatis mutandis, il mondo intero. Ci vorrà ben più d’un bel discorso, o d’una bella storia – o, per parafrasare un antico detto, ben piu di “una Oprah al giorno” – per toglierlo di torno.

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