Per otto voti PPK salvò la cappa

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Pedro Pablo Kuczynski ce l’ha fatta. E grazie a otto voti – tanti quanti sono quelli mancanti per raggiungere la fatidica “quota 87” necessaria per il suo impeachment – resta presidente del Perù. A salvarlo sono state, in un Parlamento nel quale l’opposizione può contare su 71 voti, soprattutto le astensioni dei parlamentari di sinistra – quelle del Nuevo Perú di Veronika Mendoza in particolare – e quelle d’un settore del fujimorismo. I primi timorosi che l’uscita di scena di PPK aprisse le porte ad una svolta a destra (a favore, per l’appunto, del fujimorismo), i secondi interessati a proseguire con il presidente in carica i negoziati tesi a far uscire dal carcere l’ex presidente Alberto Fijimori, anni fa condannato a 25 anni per delitti di “lesa umanità” (la strage de La Cantuta, in particolare).

Come sempre nei processi di impeachment, hanno giocato molto di più i fattori politici che quelli strettamente legali. Ed è certo che ora PPK dovrà – soprattutto sul fronte della liberazione di Fijimori – pagare il prezzo di questo salvataggio. Alla base del processo di impeachment c’era, come noto, lo scandalo – quello delle tangenti della brasiliana Odebrecht – che sta decimando la classe politica dell’intera America Latina. Nel solo Perù due ex presidenti – Ollanta Humala e Alejandro Toledo – sono finiti sotto accusa per aver ricevuto bustarelle in cambio di plurimiliardari progetti di costruzione assegnati in appalto senza concorso. Le prove della partecipazione di PPK allo scandalo appaiono -contrariamente ai casi di Humala e Toledo – piuttosto labili, ma contro di lui hanno pesato soprattutto alcune dichiarazioni giudicate “fuorvianti” in merito ai suoi rapporti con il colosso delle costruzioni brasiliano. PPK aveva affermato di non aver mai avuto alcun rapporto di qualsivoglia natura con Odebrecht, ma è poi risultato che, al contrario, aveva svolto lavori consulenza in operazioni nelle quali l’azienda brasiliana era coinvolta. Nessuna prova, in ogni caso, di tangenti o operazioni corrotte d’alcun tipo.

A favore di Kuczynski ha giocato soprattutto la frattura apertasi all’interno del fujimorismo. Ed in particolare la divisione tra i due figli dell’ex presidente. Da un lato la figlia Keiko che nelle ulrime elezioni presidenziali era stata sconfitta da PPK; e che, mesi fa, aveva sollecitato il processo di impeachment contro PPK per “permanente incapacità morale”, un “non reato” che di fatto non imponeva, per ottenere l’impeachment, alcun onere della prova. E, dall’altro, il fratello Kenji, più interessato – come scritto sopra – continuare la trattativa con Kuczynski per un possibile indulto a favore del padre.

Interessante, a tal proposito questo articolo pubblicato, prima del voto del parlamento dal Washington Post.

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