Don & Kim horror show

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La follia – quella molto specifica forma di follia simulata che va sotto il nome di “madman theory”, la teoria del pazzo – è, in pratica da sempre, parte integrante della storia della deterrenza atomica. Ovvero: di quello stato di perenne e reciproco ricatto che s’ingegna di prevenire la follia (apocalitticamente autentica, questa) d’una guerra nucleare. Richard Nixon – vanno in questi giorni ricordando gli esperti in materia – fu forse il più brillante interprete di questa piuttosto sinistra ma indispensabile forma d’arte politica. E proprio così – come “la capacità di manipolare il rischio di guerra compartito” – l’ha brillantemente spiegata, in una serie di studi, Thomas Schelling, premio Nobel per l’economia nel 2005 che di quest’arte (o, più precisamente, dei modelli matematici che, in forma di “game theory”, illustrano “i rapporti di conflitto e collaborazione tra soggetti intelligenti e razionali”) è considerato il vero padre.

In termini più prosaici, di questo si tratta: di convincere “razionalmente” la controparte del fatto che tu sei pazzo quanto basta per scatenare una guerra nucleare. Il tutto, con l’obiettivo di riaccendere dall’altro lato della barricata la razionalissima paura della MAD (Mutually Assured Destruction), in questo modo spostando l’ago della bilancia, pericolosamente inclinatosi dal lato del conflitto, verso quello della collaborazione o, quantomeno, d’una più rassicurante situazione di stallo.

Da molti definita “l’equilibrio della paura”, questa paradossale formula ha funzionato, con alti e bassi, lungo tutti gli anni della Guerra Fredda. Ed è stata una presenza fissa anche lungo quel molto specifico, assai delicato e più che mai attivo tratto del fronte chiamato Corea, laddove il conflitto – o più esattamente l’armistizio che, sottoscritto il 27 luglio del 1953 lungo il 38esimo parallelo, mai ha potuto tradursi in un trattato di pace – vede impegnate una superpotenza che di armi nucleari ne ha a iosa, ed un piccolo paese che, a sua volta, dal 1963, anno in cui gli Usa unilateralmente decisero di piazzare un sistema missilistico nucleare nella Corea del Sud, considera l’acquisizione della bomba atomica una condizione, anzi, “la” condizione della propria sopravvivenza. Questo paese è, ovviamente il Nord Corea, la nazione che, nel nome del comunismo e, soprattutto, d’una atavica, medievale vocazione al più assoluto isolamento (il “regno eremita” si chiamava l’antica Corea) è oggi il più puro e tenebroso esempio di quel “dispotismo orientale” di cui, in tempi e modi diversi, discettarono Montesquieu, Karl Marx e Karl August Wittfogel.

Anche in queste latitudini ed in queste particolarissime circostanze, la “madman theory” aveva, fino a ieri, funzionato. E sul finire del secolo scorso, durante il secondo mandato di Bill Clinton, aveva addirittura portato ad un accordo – aiuti economici in cambio d’un congelamento del programma nucleare – ch’era stato da molti salutato come il possibile preludio di quel trattato di pace (la “vera” fine della guerra di Corea) che per oltre un quarantennio le parti in causa avevano invano perseguito. Questa prospettiva rapidamente svanì, com’è noto, sotto la presidenza di George W. Bush, che interruppe ogni contatto bilaterale sostituendolo con un negoziato a sei (le due Coree più Stati Uniti, Cina, Russia e Giappone) che non ha prodotto alcun risultato. Fino all’anno 2006, quando, nel mese d’ottobre, Kim Jong Il, primo erede del fondatore della stirpe, il deificato Kim Il Sung, gioiosamente gelò ogni speranza di pace annunciando al mondo il primo vero test nucleare coreano. La marcia della Corea del Nord verso “la bomba” proseguiva, ma non abbandonava nonostante tutto i binari della paradossale razionalità della “teoria del pazzo”, continuando al contrario ad alimentare la convinzione che tanta follia non fosse, a conti fatti, che uno stratagemma per acquisire vantaggi all’interno d’una “soluzione diplomatica” della quale nessuno era, allo stato delle cose, in grado d’intravvedere i termini, ma che tutti, al di là della della retorica, riconoscevano essere l’unica via razionalmente perseguibile.

Oggi non più. E questo per la semplice ragione che, della “madman theory”, sembra esser venuto meno, per così dire, il più essenziale materiale umano. Vale a dire: l’intelligenza e la razionalità dei soggetti impegnati nel “gioco” – la simulazione di follia, per l’appunto – studiato da Thomas Schelling. “Per quanto razionali siano i due avversari – aveva infatti scritto l’economista – è possibile che essi facciano a gara per sembrare il più possibile irrazionali, irruenti e testardi”. Ma che accade se i due avversari sono davvero irrazionali, irruenti e testardi? Questa è la domanda – un’angosciosa domanda senza risposta -che percorre oggi il mondo di fronte al dipanarsi della crisi coreana.

Che sta accadendo? Che cosa è cambiato rispetto al più recente passato? Intanto è cambiato un fatto: quella che, fino a non molti mesi fa, era soltanto un’aspirazione dalla Corea del Nord maniacalmente perseguita – il possesso d’una bomba in grado di colpire, via missile intercontinentale, il territorio nemico – è diventata una realtà. Ed è cambiato il fatto che questa realtà è oggi gestita – in un sempre più minaccioso susseguirsi di test missilistici ed in un crescendo di minacce e d’insulti difficilmente inquadrabile nell’intrinseca razionalità della “madman theory” – da due nuovi interpreti di quella che sempre meno sembra una simulazione di follia. Da un lato Kim Jong Un, secondo ed ultimo erede della dinastia tirannica che, instaurata nel 1948 dal “Leader Supremo” Kim Il Sung, con pugno di ferro governa il paese. Un personaggio che, la quasi totalità degli esperti ritiene, rispetto al padre ed al beatificato nonno, un molto più psicologicamente instabile esegeta della (fin qui chiaramente difensiva) paranoia atomica nordcoreana. E, dall’altro, Donald Trump. Il più impopolare, impreparato, casuale, ignorante, boriosamente superficiale, ridicolmente egocentrico e, fino a ieri, improbabile presidente degli Stati Uniti d’America.

Sono cambiate le parole.  E, con le parole, è cambiata la natura dello scontro. “Fire and fury, like the world has never seen”. Fuoco e furia in dimensioni che il mondo – lo stesso mondo che 72 anni è stato testimone del fuoco e della furia di Hiroshima e Nagasaki – mai ha sperimentato in precedenza. Questo Trump ha promesso alla Corea del Nord lo scorso 8 di agosto, in una pubblica dichiarazione ai margini d’una riunione di governo tenutasi nella sede del golf club di sua proprietà in quel di Bridgewater, New Jersey. E impossibile è stato non notare come l’ipotesi d’una soluzione militare, da sempre parte della strategia Usa (la cosiddetta “overwhelming and decisive response”, la risposta soverchiante e decisiva ad un possibile attacco militare), mai fosse stata posta in termini che tanto esplicitamente e spettacolarmente richiamavano non solo il fuoco, ma anche la furia, il più irrazionale ed incontrollabile dei sentimenti.

Qual era, s’erano immediatamente chiesti molti commentatori, l’origine di tanto inedito ed irragionevole furore? E quasi all’unisono, quella stessa notte, i conduttori dei molti “late show” televisivi – vera spina dorsale della satira politica made in Usa – avevano sottolineato la pressoché perfetta coincidenza temporale tra le parole del neopresidente e la trasmissione dell’ultima puntata dell’universalmente celebre “Game of Thrones” (il trono di spade in Italia): quella nella quale la biondissima Daenerys Targaryen, cavalcando uno dei suoi dragoni volanti, arrostisce a fuoco tutt’altro che lento la quasi totalità dell’esercito della perfida Cersei Lannister. “Chi crede di essere Donald Trump? – si era chiesto su CBS il molto popolare Stephen Colbert – La madre dei draghi?” E la vera tragedia è che questa, molto più che come la battuta d’un comico, era riecheggiata come una più che realistica analisi delle forze emotive ed intellettuali che oggi muovono un presidente – non per caso in un recentissimo passato conduttore d’un reality show – narcisisticamente incapace di distinguere i confini che separano la realtà dalla finzione.

La politica estera Usa aveva sempre, fin qui, cercato di evitare toni e proclami che potessero alimentare la fonte dei timori – quelli d’un imminente ed inevitabile attacco americano – che sono alla base dell’ossessione nucleare nordcoreana. E di questa politica il segretario di Stato Rex Tillerson aveva, poche ore dopo, cercato di ristabilire i principi. Al Nord Corea – aveva sottolineato in una conferenza stampa – diciamo questo: noi non siamo vostri nemici. Non cerchiamo un cambio di regime, non vogliamo la vostra caduta, non perseguiamo un’accelerata riunificazione della penisola e non siamo in cerca di pretesti per mandare truppe al nord del 38esimo parallelo”. Ma tutto era stato vano perché – questa volta in uno dei suoi innumerevoli tweet notturni – Donald Trump già aveva rilanciato, usando stavolta, da finzione a finzione, un’espressione rubata al John Wayne di “The Sands of Ivo Jima”. L’apparato militare Usa, affermava il breve messaggio presidenziale, era “locked and loaded”, carico e pronto a sparare in direzione di Pyongyang.

È stato però nella sala dell’Assemblea Generale l’ONU, che l’escalation verbale trumpiana, ha solo qualche giorno fa, raggiunto il suo zenith, seppellendo quel che restava della razionalità della “madman theory”. È accaduto nel corso d’un discorso che, da Trump preannunciato come “profondamente filosofico”, passerà alla storia per avere – caso unico nell’ambito d’una organizzazione nata per difendere la pace –  preannunciato la “distruzione totale” del Nord Corea (25 milioni di esseri umani) nel caso “rocket man” (l’uomo razzo, come in ripetute occasioni, con goliardico sarcasmo, Trump ha definito Kim Jong Un) non rinunciasse alla sua politica di provocazione nucleare.

Pronta e filosoficamente all’altezza, la risposta (in inglese) di “rocket man”. “I will surely and definetly tame with fire the mentally deranged U.S. dotard”. Domerò sicuramente e definitivamente con il fuoco (il fuoco, ancora una volta n.d.r) – ha dichiarato il supremo leader coreano –  l’americano mentalmente squilibrato e rimbambito (dettaglio curioso: “dotard”, per rimbambito, è un termine arcaico e da tempo in disuso che rivela quanto vecchi siano, in realtà, i vocabolari d’inglese in uso in Nord Corea). Al che Trump ha – ancora una volta su Twitter – replicato: Kim Jong è “ovviamente un pazzo”. Ultime dal fronte: Il Nord Corea ha considerato gli insulti di Trump “l’equivalente di una dichiarazione di guarra”. E si prepara ad abbattere gli aereu USA che si avvicinino al suo spazio aereo…

Mai pima d’ora la crisi coreana – o qualunque altra crisi internazionale – aveva assunto toni tanto direttamente e volgarmente personali, paragonabili in tutto ad una rissa tra bulli di periferia. O, peggio, a quella che un altro popolare comico televisivo americano, Bill Maher, ha giorni fa definito una “micropenis challenge”, una disputa tra personaggi sessualmente sottodotati furiosamente impegnati a stabilire che dei due ce l’abbia più lungo. Ridicolo. E proprio per questo non c’è niente da ridere. Lungo il 38parallelo si sono infine incontrate, all’ombra d’un potenziale fungo atomico e con conseguenze ancora da misurare, due contrapposte e per nulla simulate follie: quella dell’ultimo rampollo d’una tirannia dinastica e quella d’un uomo la cui vittoria testimonia una profonda crisi politica, culturale, etica della democrazia americana. Impossibile dire come andrà a finire. Ma difficilmente finirà bene.

 

 

 

 

 

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