“Operazione tun-tun” l’hanno chiamata. A partorirla è stata, non a caso, la fervida mente dell’uomo (o per meglio dire dell’energumeno) che, nel Gotha chavista, più da vicino ricorda – per mentalità, cultura, linguaggio e, persino, per aspetto fisico – la tradizionale figura del “gorilla” militare sudamericano. Quest’uomo è capitan Diosdado Cabello, attuale vice-presidente del Partido socialista unido de Venezuela (Psuv), riconosciuto “uomo forte” del regime e che fu presidente del Venezuela ad interim per un solo giorno dal 13 al 14 aprile 2002.

Da qualche anno, il politico è anche conduttore di una trasmissione che va in onda su uno dei canali della televisione di Stato e in modo molto appropriato, s’intitola “Con el mazo dando”, che significa “menando manganellate” (clicca qui e qui per apprezzare in due miei precedenti post alcune tra le più turpi caratteristiche del programma e del presentatore).

Il tutto nell’ambito d’una storia che, come in una parabola, in modo esemplare aiuta a raccontare come e quando, in questo paese, la democrazia (o quel che di essa ancora resta) sia stata progressivamente assassinata. Capitan Diosdado era stato brutalmente chiaro in questo senso. La “Operación tun-tun”, aveva precisato, s’apprestava a bussare, senza eccezioni, alle porte di “terroristi e traditori“.

Ovvero: non solo alle porte degli oppositori di sempre (i “terroristi”, per l’appunto), ma anche a quelle delle frange del chavismo (i “traditori”) che sono di recente entrate in rotta di collisione (vedi il caso della Fiscal Luisa Ortega Díaz) con un governo la cui deriva autoritaria sfocerà, domenica prossima, nell’inequivocabile golpe dell’elezione (o, più esattamente, nella nomina fraudolenta) di una Costituente con pieni e illimitati poteri. “Sappiamo chi sono, sappiamo dove vivono – aveva detto capitan Cabello minacciosamente brandendo il nodoso manganello che della sua trasmissione è il simbolo – e per loro sta per cominciare l’operazione tun-tun”.

Ubicata in cima ad una collinetta chiamata (un segno del destino?) “Roca Tarpeya” – come la Rupe Tarpea del Campidoglio dalla quale gli antichi romani usavano gettare i condannati a morte – l’Elicoide doveva, nelle intenzioni, diventare il primo “drive-through mall” del mondo, un enorme centro commerciale nel quale sarebbe stato possibile comprare qualsivoglia genere di consumo senza scendere dall’auto. Dopo una lunga serie di bancarotte – alcune delle quali fraudolente – e di abbandoni alle ingiurie del tempo, quell’edificio – da molti chiamato la “babele tropicale” – è invece diventato non solo la sede dei servizi segreti, ma anche una prigione e un centro di tortura. O, se si preferisce, l’immagine riflessa della morte dello stato di diritto in Venezuela.

E questo con l’ovvio, sfacciato scopo di assicurarsi nel tempo, a fronte della disfatta elettorale del sei dicembre, l’assoluta, supina fedeltà dell’arbitro. O, più specificamente, per avere la certezza che l’arbitro chavista – il Tribunal supremo de Justicia, istituzione costituzionalmente “indipendente”, che Hugo Chávez già aveva completamente “chavizzato” fin dal 2006 – rimanesse tale in saecula saeculorum impedendo, senza alcun rispetto per la decenza, il funzionamento della nuova Asamblea Nacional, espressione della volontà popolare.

E così è stato. Il golpe, la cui parabola si chiuderà domenica 30 luglio con la creazione di una Assemblea Costituente illegalmente convocata ed eletta sulla base di una procedura elettorale burlescamente fraudolenta, è in effetti cominciato quel giorno. E l’”operazione tun-tun” altro non è che il culmine di questa ignominiosa corsa. Un culmine che è a suo modo anche un inizio: l’inizio di una dittatura.

Diosdado Cabello (sarà lui il presidente della nuova Asamblea Nacional Costituyente?) ha perfettamente ragione. Anche se il presidente Nicolás Maduro ha – con l’involontaria comicità che lo caratterizza – scelto Despacito come inno della campagna per la nuova frode costituzionale, sarà di certo il “tun-tun” della polizia politica il vero leitmotiv del Venezuela che viene.