…e dittatura fu

Un golpe “più grottesco di quello di Carmona”. Credo valga la pena partire da qui, da questa frase pronunciata giorni fa dalla Fiscal General Luisa Ortega Díaz, per illustrare la tragicommedia che, in queste ore, si va rappresentando in Venezuela. Giusto per rinfrescare la memoria dei pochi lettori che non hanno piena familiarità con la storia e con le cronache del paese che dette i natali a Simon Bolívar: Pedro Carmona, detto “Pedro el Breve”, è l’ex presidente della Fedecámara che, l’11 di aprile dell’anno 2002, depose il presidente eletto Hugo Chávez, poi riportato al potere, manu militari, appena 48 ore più tardi. E la Fiscal Luisa Ortega Díaz è, dal 2007, la persona responsabile del buon (o molto più spesso del pessimo) funzionamento della giustizia in tutto il territorio della Repubblica Bolivariana.

Perché vale la pena partire da qui? Per due motivi. Per quell’aggettivo – “grottesco” – che, riferito al sostantivo “golpe”, ovvero, alla convocazione governativa d’una nuova Asamblea Nacional Constituyente – molto ben sottolinea il misto d’autoritarismo caudillista e di vera e propria cialtronaggine che caratterizza – da sempre, ma in costante crescendo – i comportamenti del governo venezuelano.  E poi, com’è ovvio, per la traiettoria del personaggio che quell’aggettivo e quel sostantivo ha molto appropriatamente accoppiato. Luisa Ortega non è, infatti, una Fiscal qualunque. È l’autorità che per molto tempo ha garantito, lungo un percorso lastricato di infamie, il totale asservimento del sistema giudiziario alla volontà dell’esecutivo. Tra le più pregiate prede nel suo carniere: Leopoldo López, il leader dell’opposizione condannato a quasi 14 anni, al termine di un processo che fu, a tutti gli effetti, la farsa di un processo farsa. Sicché proprio questo sta a significare il fatto che Luisa Ortega giudichi oggi “un golpe” – e un golpe “grottesco”, ben oltre il precedente carmoniano – la nuova Anc: come l’ultima iniziativa del “figlio” ed “apostolo” di Hugo Chávez abbia a questo punto superato, non solo i limiti della decenza – una virtù, questa, che il chavismo s’è lasciato alle spalle da parecchio tempo – ma anche, ormai, quelli dell’indecenza che la stessa Ortega ha, per anni, supinamente accettato. Vediamo perché.

Punto primo: la Costituente maduriana è stata convocata in termini sfrontatamente illegali. La Costituzione in vigore – quella che gli stessi chavisti hanno sempre definito “la più bella del mondo” – prevede (articolo 347) che la convocazione d’una nuova assemblea costituente sia rigorosamente appannaggio del “popolo”. E stabilisce (articolo 348) che l’iniziativa per questa convocazione – ovvero, come chiunque può intendere, l’iniziativa per chiedere al popolo sovrano se vuole o meno convocare un’assemblea costituzionale – appartenga al presidente, al Parlamento (con maggioranza dei due terzi), ai due terzi dei municipi, o al 15% del corpo elettorale. Il mandato popolare – quello che qualunque “iniziativa” non può non ottenere – è ritenuto dalla Costituzione assolutamente essenziale per un ovvio motivo: la nuova assemblea costituente avrà poteri “originari”. Vale a dire: il suo agire non sarà – in vista della creazione d’un nuovo ordine democratico – sottoponibile al vaglio di nessun potere esistente. Un’assemblea priva del mandato popolare (e di ovvi limiti di tempo) non potrebbe dunque che essere – e a tutti gli effetti sarà, dovesse passare la Anc di Maduro – una dittatura.

E proprio questo ha fatto, l’apostolo Nicolás: con l’assenso del Consejo nacional electoral e del Tribunal supremo de Justicia, due “arbitri” che, da tempo, non sono che molto servili appendici del governo, ha con somma sfacciataggine trasformato in “convocazione” la “iniziativa” per la convocazione che la Costituzione gli concede. E senza consultare popolo alcuno, anzi, facendosi aperte beffe della volontà polare, ha direttamente convocato la “sua” Anc. “Sua”, nel senso che la medesima verrà eletta – e qui viene il punto secondo – sulla base d’un sistema elettorale la cui natura truffaldina è molto al di sotto dei livelli del proverbiale gioco delle tre tavolette. Gli eletti – eletti su base individuale, “alla cubana”, in aperta violazione dell’articolo 67 della Costituzione che riconosce alle “associazioni con fini politici” il “diritto” di prender parte con i propri candidati ai processi elettorali – saranno in tutto 545. Di questi, 364 verranno eletti su base “municipale” e 181 su base “settoriale”. Su base municipale, significa che i piccoli municipi – quelli dove il chavismo è più forte, anche perché più diretti ed effettivi sono in questo microcosmo i ricatti del potere – avrebbero la medesima rappresentanza dei municipi più popolati. Giusto per dare un’idea della truffa: è stato calcolato che, dovessero ripetersi i risultati delle parlamentari del 2015, stravinte dall’opposizione, il chavismo garantirebbe comunque a se stesso 189 seggi contro i 175 della parte avversa.

Ma la vera presa per i fondelli o, per l’appunto, il più “grottesco” lato del golpe, sta indubbiamente nella elezione a livello “settoriale”: un impresentabile pastrocchio – o meglio, un’indecorosa mescolanza tra i soviet leniniani, gli Stati Generali pre-rivoluzione francese e le corporazioni fasciste – il cui unico scopo è, con burlesca evidenza, quello di garantire al governo il 100% dei 181 seggi a disposizione.

Vale la pena tornare in modo più esteso su questo aspetto della vicenda, perché è proprio nei dettagli di questa porcata – di fronte alla quale anche i vari “porcellum” italici sembrano esempi di purissima democrazia – che meglio si può cogliere la profondità dell’abisso nel quale va precipitando il Venezuela. Lo farò nel prossimo post.

 

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