Albert e Nicolás

Nicolás Maduro, presidente del Venezuela, ed Albert Einstein, universale simbolo d’intelligenza, potrebbero a prima (e, per la verità, anche a seconda) vista sembrare una coppia assai mal assortita. Eppure è proprio al geniale elaboratore della teoria della relatività generale che, non più d’una settimana fa, il figlio ed apostolo del comandante eterno Hugo Chávez s’è ispirato nel lanciare quella che ha chiamato la ‘nuova’ politica economica del suo governo. O, più esattamente: la (nient’affatto nuova, come vedremo) politica destinata a far da base allo ‘stato d’emergenza economica’ che, di lì a qualche giorno, Maduro avrebbe dichiarato per far fronte ad una crisi per la prima volta e senza mezzi termini definita ‘catastrofica’.

A quale parte della saggezza di Einstein – il cui nome, in un’assai poco benaugurante gaffe linguistica, è stato da Maduro sistematicamente storpiato in ‘Enstin’ – ha fatto appello il presidente venezuelano? A quella che ci ricorda come ‘la creatività’ nasca ‘dall’angustia, così come il giorno nasce dalla notte’; e come sia proprio nelle grandi crisi – grandi come quella che il Venezuela sta attraversando – che ‘nascono l’inventiva, le grandi scoperte e le grandi strategie’. Senza crisi – ha ripetuto l’apostolo Nicolás citando a raffica massime di ‘Enstin’ – ‘la vita non è che routine, una lenta agonia… Perché è nella crisi che emerge il meglio di ciascuno di noi…’.

Bellissime parole, ovviamente. Bellissime, ma istantaneamente storpiate – così come storpiato era stato il cognome dell’illustre fisico – dall’inevitabile constatazione di come, nello specifico, ‘il meglio’ di Nicolás Maduro, la sua ‘inventiva’ e le sue ‘grandi strategie’, altro in effetti non fossero (o non siano) che il peggio d’una, a tratti davvero patetica, rifrittura di antichi miraggi. O, addirittura, il ‘peggio del peggio’ di già consumati fallimenti. A cominciare, naturalmente, da quello ch’era il vero tema della pubblica assemblea nella quale il presidente era andato con tanta passione evocando lo spirito chavo-einsteiniano: il lancio, o rilancio, della ‘agricoltura urbana’ora sostenuto da un nuovo Ministero all’uopo creato – come possibile soluzione agli impellenti problemi di carestia alimentare che, da anni, sta vivendo il Venezuela. Ovvero: una buona idea ridicolizzata dalle circostanze e dagli obiettivi della sua proposizione. Che i pomodori coltivati nei balconi e nelle aree verdi cittadine possano esser parte (una piccola, ma rispettabile parte) d’un modello di sviluppo alternativo è, infatti, certamente una buona idea. Un’idea che, tuttavia, se offerta come geniale toccasana di fronte a quella che lo stesso Maduro oggi definisce un’incombente ‘catastrofe’, si trasforma, come i principi delle favole, nel rospo d’una barzelletta. Una delle tante tragiche barzellette raccontate dal chavismo in questi suoi tre e passa lustri di potere. Qualcuno tra voi ancora rammenta i ‘pollai verticali’ – un capriccio che non ha prodotto né un uovo né un etto di carne – per costruire i quali il ‘comandante eterno’ spese, in tempi migliori, un buon numero di milioni?

E proprio questo è il problema: oggi, dopo la batosta elettorale del 6 dicembre, tutta la ‘grande strategia’ chavista sembra davvero, una volta posta sulla bilancia della realtà, avere il peso specifico d’un etto di lattuga coltivato in un cortile. La ‘nuova’ politica economica di Maduro – che ignora tutti i grandi problemi economici del paese – si presenta in effetti, per tornare alle massime di Einstein, come il frutto di una ‘grande scoperta’. Quella – indiscutibilmente grande nella sua sfacciataggine – della ‘petro-dipendenza’ del Venezuela. ‘Il modello basato sulla rendita petrolifera si è esaurito e va superato’, vanno ripetendo come in una filastrocca Maduro e tutti i grandi boiardi del regime. E, nel reclamare incondizionato appoggio ad uno ‘stato di emergenza’ grazie al quale promettono di fare in 60 giorni quello che non sono stati capaci di fare in 17 anni di boom – per l’appunto, alleviare la dipendenza dal petrolio – sembra parlino d’una disgrazia della quale sono, non gli autori, ma le innocentissime vittime… La ‘einsteiniana’ teoria del decreto di emergenza – ‘follia è fare sempre la stessa cosa e attendersi risultati diversi’, ebbe a dire il buon Albert – è in fondo tutta qui. Il governo che ha portato il paese alla catastrofe economica chiede ora ‘carta bianca’ per evitare quella medesima catastrofe. E lo fa riproponendo, rafforzato dagli steroidi dei ‘pieni poteri’, la stessa politica che quella catastrofe ha creato.

A tutti coloro che volessero approfondire l’argomento, suggerisco un’attenta esegesi delle (fortunatamente non molte) opere di Luis Salas, nuovo ministro per le attività produttive, unanimemente considerato il vero teorico del nuovo team economico creato da Maduro. Ed in particolare la lettura del breve saggio da lui pubblicato giusto alla vigilia della sua nomina a ministro. Sfrondato dalle inutili e pedanti citazioni di Marcel Proust e di Daniel Kahneman (Nobel per l’economia nel 2002), il pensiero di Salas è in realtà molto semplice. L’inflazione (che in Venezuela è la più alta del mondo) non esiste. O, se esiste, non è, come si crede, la conseguenza d’una espansione della base monetaria, bensì il portato d’una ‘guerra economica’ e, a causa proprio di questa guerra (immaginaria), d’una erronea percezione della cittadinanza.

Sembra – mutatis mutandis – di rileggere le pagine dei Promessi Sposi dal Manzoni dedicate a Don Ferrante, l’intellettuale secentesco che, in base ai suoi studi d’astrologia, s’era convinto che la peste del 1628 non esistesse (o che fosse, come l’inflazione venezuelana, una semplice ‘percezione’). In che modo finì quella storia, lo sanno tutti gli italiani che hanno frequentato la media dell’obbligo. Don Ferrante di peste morì. O meglio, come scrisse il Manzoni: ‘…andò a letto a morire, come un eroe del Metastasio, prendendosela con le stelle…’. Qualcosa del genere (inciso sul Metastasio a parte) sta, mi pare, per ripetersi in Venezuela…

 

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