Un voto nel deserto

D omenica prossima, 6 dicembre, 19 milioni di venezuelani tornano alle urne per rinnovare i 167 seggi della Assemblea Nazionale. E tutti i sondaggi concedono all’opposizione, in questa vigilia, un vantaggio che oscilla dai 15 ai 30 punti. Troppi, evidentemente, per immaginare una rimonta governativa nelle poche ore che ci separano dall’apertura dei seggi. E nel contempo troppo pochi, paradossalmente, per pronosticare con apprezzabile sicurezza un significativo – significativo in termini di potere reale – cambiamento politico in Venezuela.

Più in concreto: tutti – governo compreso, al di là d’un ovvio trionfalismo di facciata – prevedono una più o meno ampia vittoria della Mud (Mesa de Unidad Democratica), l’ombrello sotto il quale corrono tutte (o quasi) le forze che si oppongono al regime. E tutti – tutti coloro che hanno occhi per vedere ed un cervello in grado di elaborare razionalmente ciò che vedono – conoscono, di questa più o meno ampia vittoria, anche le ragioni, anzi, la ragione. Dopo 16 anni di governo chavista, il Venezuela è, semplicemente, una nazione in piena bancarotta economica, politica e morale. Jon Lee Anderson, autore della più nota tra le biografie di Ernesto Che Guevara e giornalista che, di questi tempi, ha con grande bravura frequentato e raccontato molte delle più devastate aree del pianeta, ha qualche settimana fa confessato di non essersi mai imbattuto in un paese che, senza essere in guerra – esclusa, ovviamente, la ‘guerra economica’ dal governo inventata per coprire il proprio fallimento – presentasse un tanto profondo livello di distruzione. E proprio così, ‘distruttivo’, in una recente intervista ha definito il ‘modello di Chávez’ un intellettuale che da Chávez (chiedo scusa per il gioco di parole) è stato, per molti anni, considerato un modello. Ovvero: quel Noam Chomsky, grande critico della politica imperale degli Usa, uno dei cui libri – molti lo ricorderanno – il ‘comandante supremo ed eterno’ con la consueta teatrale enfasi elogiò dalla tribuna dell’Assemblea Generale dell’Onu, nel settembre del 2006.

Trascorsi più di tre lustri di ‘rivoluzione’, solo questo è, infatti, quel che resta della Repubblica Bolivariana del Venezuela e del conclamato ‘socialismo del XXI secolo’. La realtà d’un culto para-religioso – quello di Hugo Chávez – che ha riproposto, con caricaturali sfumature, le più profonde tenebre del peggior caudillismo latinoamericano; ed un paese non solo più che mai dipendente dal petrolio (o dalla ‘renta petrolera’, come si usa dire), ma dipendente da una industria petrolifera trasformata, nel nome d’una politica redistributiva tanto spettacolare quanto effimera e clientelare, in un inefficiente, elefantiaco e più che mai corrotto carrozzone assistenziale. Il governo chavista – per 14 anni sotto la luminosa guida del ‘comandante eterno’ e da due nelle mani di Nicolás Maduro, suo ‘figlio ed apostolo’ – è riuscito nell’impresa (un record sconosciuto anche ai peggiori tra i suoi quasi sempre pessimi predecessori) di trascinare il paese in una crisi strutturale (poi esponenzialmente aggravata dal crollo del prezzo dell’oro nero) nel pieno del più grande e prolungato boom petrolifero della storia. Culto della personalità, più distruzione dell’economia, autoritarismo politico e criminalità diffusa, processi-farsa contro dirigenti dell’opposizione ed una pressoché assoluta impunità per ladri ed assassini: questo è, in estrema sintesi, stato il chavismo. Una molto verbosa imitazione di ‘rivoluzione’ che, lungi dall’aver cambiato le cose, porta al contrario la responsabilità d’aver buttato via una probabilmente irripetibile possibilità di realizzare l’idea che sempre è stata al centro del progetto della parte più sana della sinistra venezuelana. Quella, per l’appunto, di liberare il paese, grazie ad una politica di riforme e ad un nuovo modello di sviluppo, dalla dipendenza dal petrolio.

È in questi devastati panorami che le elezioni parlamentari venezuelane vanno approssimandosi. Inflazione alle stelle (quanto alle stelle non si sa perché, in un significativo atto di ‘auto-censura’ di regime, la Banca Centrale ha da tempo smesso di trasmettere qualsivoglia tipo di dato economico). Apparato produttivo distrutto da una demagogica politica di espropriazioni, negozi vuoti, interminabili code per comprare generi di prima necessità, riserve monetarie azzerate, ‘default’ fin qui evitato solo grazie al fatto che il governo ‘rivoluzionario’ ha sacrificato il proprio ‘debito sociale’ – soprattutto, per l’appunto, in termini di essenziali importazioni – per pagare il dovuto all’odiato sistema finanziario internazionale; moneta iper-svalutata in virtù d’un sistema cambiario – il dollaro si compra al mercato nero ad un valore più di cento volte superiore a quello ufficiale – ormai ben oltre la demenzialità economica, ma assolutamente funzionale ad una rete di corruzione organica. Vale a dire: parte integrante dello Stato bolivariano e degli interessi della sua nuova élite politica (la cosiddetta ‘boliburguesia’)

Nonostante l’assoluta iniquità d’un processo elettorale che, con estrema sfacciataggine, favorisce il partito al potere, del tutto probabile è che domenica, in questo contesto, esca un inequivocabile verdetto di condanna. O, se si preferisce, un classico ‘voto castigo’, più un ‘no’ a chi governa che un ‘sì’ alla molto sfilacciata coalizione d’opposizione. La domanda è: quanto questo voto è in grado di cambiare davvero il corso delle cose? Proverò a rispondere in un prossimo post.

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