Senza mocassini

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La spada e i mocassini. La spada è, ovviamente, quella del libertador’ Simón Bolivar, la medesima e scintillante lama che, come vuole uno dei più noti slogan della sinistra latinoamericana – alerta, alerta, alerta que camina la espada de Bolivar por America Latina…’ – ancor oggi percorre le strade del continente con il suo messaggio redentore. I mocassini – d’un ‘45’ abbondante e piuttosto sformati dall’uso – sono invece quelli che in tempi molto più recenti calzarono le due estremità inferiori di Néstor Kirchner, presidente dell’Argentina tra il 2003 ed il 2007. Anch’essi destinati a camminare, con ugual forza liberatrice, lungo le strade di questa parte di mondo, oltre la prematura scomparsa (2010) del proprietario….

Un paradosso? Una provocazione? Soltanto in parte, perché – sebbene volutamente forzato sia, com’è ovvio, il paragone con il mitico brando del libertador – è un fatto che proprio ai mocassini di Néstor Kirchner il governo di Cristina Fernández de Kirchner, moglie di Néstor ed a lui succeduta alla presidenza, ha affidato il compito di chiudere in gloria la ricostruzione dei 200 anni di storia patria che, quattro anni or sono, sono stati ricomposti con video, pannelli fotografici e ‘memorabilia’ d’ogni tipo, nel ‘museo del bicentenario’, una molto ambiziosa, permanente e criticatissima struttura allestita nei vecchi e ristrutturati sotterranei dell’antica dogana, appena alle spalle della Casa Rosada. Esposte in una teca di cristallo, quelle calzature sono, infatti, ben più d’uno dei tanti cimeli presidenziali presenti nella mostra. Sono, piuttosto, il segnale d’una sorta di ‘fine della Storia’, un simbolo di riscatto politico e sociale, il luminoso e non reversibile culmine di quella che viene presentata come una ‘lunga lotta per la creazione d’uno Stato sovrano’. Erano le tenebre e poi venne la luce. Venne con l’avvento al potere dei Perón (più Evita che Juan Domingo, nella fattispecie), per quindi ritornare,  al termine d’una lunga nottata e calzando mocassini, prima con Néstor Kirchner e, poi (un poi che ancora dura), con la di lui consorte, Cristina Fernandez, che notoriamente usa scarpe griffate con tacchi a spillo, ma che quei mocassini va tuttora metaforicamente calzando con immutata, anzi, con moltiplicata energia.

Va da sé che per molti – più o meno per tutti quelli che non sono kirchneristi puri e duri – quella del bicentenario è, più che una mostra storica, un vero e proprio oltraggio alla Storia, un susseguirsi di grossolane falsificazioni e di censure al servizio d’una molto peronista – ed ancor più ‘kirchnerista’ – ricostruzione dei patri eventi. E tuttavia assai utile è partire proprio da qui – da quei vecchi mocassini trasformati in reliquia e dal loro contorno – per comprendere tanto l’immagine che di se stesso ha il governo che, domenica scorsa, è andato incontro ad una molto pesante sconfitta nelle urne, quanto le ragioni di quella sconfitta.

Come arriva la Storia argentina alle scarpe senza lacci di Néstor? Se, per ragioni di spazio, limitassimo l’analisi all’ultimo tratto del percorso, quello che dall’agognato ritorno di Perón dal suo esilio nella Spagna franchista s’arrampica fino ai giorni nostri (ai mocassini, per l’appunto), questo sarebbe l’immancabile risultato: chiunque cercasse almeno qualche accenno al ‘lato oscuro’ (cioè alla quasi totalità del tutto) dei tre tumultuosi e sanguinosi anni che, tra il ’73 ed il ’76, portarono alla vergogna della dittatura militare, con la sua lunga e sanguinosa scia di morti, torturati e desaparecidos, resterebbe mani vuote. La strage di Ezeiza (consumata, peronisti contro peronisti, il giorno stesso del ritorno dei ‘grande líder’)? Mai avvenuta. I Montoneros, l’Erp e le altre organizzazioni della lotta armata? Mai esistite. La Triple A (gli squadroni della morte della destra peronista)? Null’altro che l’avvelenato frutto della perversa mente d’un diabolico personaggio, quel José López Rega che – per la cronaca, ma non per gli ‘sceneggiatori’ del museo – fu anche, per molti anni, segretario personale di Perón e poi ministro del ‘Bienestar Social’ nel suo governo.

Tutto il ventennio che va dalla caduta della dittatura militare (1983) alla vittoria elettorale di Néstor Kirchner (2003) non è poi, nel museo, che una sorta di nebuloso Medioevo, una grigia parentesi dominata da una economia allo sfascio e dall’oscurantismo ‘neoliberale’: debito e fame, svendita del patrimonio nazionale agli avvoltoi della finanza internazionale, miseria materiale ed umana. La presidenza del radicale Raúl Alfonsín, il processo alla ‘Junta militar’, il Nunca más’ che rivelò i crimini della dittatura, il tentato golpe dei ‘carapintadas’, il decennio (questo davvero ‘neoliberale’) di Carlos Menem (un peronista che i peronisti Néstor e Cristina Kirchner appoggiarono a suo tempo senza riserve, ma non aspettatevi d’apprenderlo percorrendo gli austeri corridoi della vecchia dogana), il disastro di Fernando de la Rúa, il governo di Edoardo Duhalde che, dopo il catastrofico ‘default’ del 2001, aprì la strada alla rinegoziazione del debito ed alla ripresa economica… tutto questo non è, nel museo del bicentenario, che una rapida sequenza di note a piè di pagina, in attesa dell’alba radiosa dell’avvento di Néstor Kirchner e di Cristina Fernández, sua consorte e continuatrice del ‘relato’ e del ‘modelo’. Ovvero: della ‘narrazione politica’ e del ‘modello economico’ che hanno, infine, completato la costruzione della patria argentina cominciata 200 anni or sono.

È a questa narrazione ed a questo modello – questa ‘fine della Storia’ la cui vera natura cercherò di illustrare in un prossimo post – che gli elettori argentini hanno rifilato domenica scorsa una tremenda sculacciata. Contrariamente alla spada di Bolivar, i mocassini di Néstor hanno, probabilmente per sempre, smesso di camminare. Vedremo perché…

 

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