Tramonto K

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La dinastia è, almeno per il momento, salva. Ma per il ‘kirchnerismo’ – ultima e per i suoi adepti ‘definitiva’ versione di quello storico enigma argentino che va sotto il nome di ‘peronismo’ – la batosta nella tornata elettorale della scorsa domenica (si votava per la presidenza, per il Parlamento e per i poteri locali) ha davvero assunto storiche dimensioni. Con conseguenze che – sebbene ancora difficilmente misurabili  – sembrano destinate ad alterare pesantemente il paesaggio politico argentino e quello latinoamericano, già marcato dalla bancarotta economica, politica e morale del ‘socialismo bolivariano’ in Venezuela,  e dalla profonda crisi del gigante brasiliano.

Più in concreto: Máximo Kirchner, trentottenne figlio del prematuramente scomparso Néstor Kirchner e della più che mai viva e loquacemente attiva Cristina Fernández de Kirchner, è riuscito a conquistare un seggio da deputato nella patagonica provincia di Santa Cruz, che il padre molto ‘caudillescamente’ governò per oltre un decennio, prima del suo vittorioso (e dai kirchneristi alquanto mitizzato) assalto alla presidenza della Repubblica Argentina, nell’Anno del Signore 2003. Ce l’ha fatta, il buon Máximo, per il proverbiale rotto della cuffia, pur arrivando secondo dietro al rivale radicale, Héctor ‘Pirincho’ Roquel, solo grazie ad una cervellotica legge elettorale conosciuta come ‘ley de lemas’ . Ma tanto è bastato perché, nei desolati panorami d’una battaglia rovinosamente perduta, a mamma Cristina venisse quantomeno risparmiato l’estremo affronto d’una trombatura del primogenito nella storica culla del potere familiare.

Le elezioni presidenziali argentine – ora attese, per la prima volta nella storia del paese alla prova del ballottaggio – sono state infatti, per il peronismo, una vera e propria catastrofe. Tanto che neppure un’eventuale (ed a questo punto abbastanza problematica) vittoria di Daniel Osvaldo Scioli – il candidato al quale Cristina ha con molta riluttanza passato il testimone del kirchnerismo – potrà a questo punto mitigare.

I numeri di questa prima tornata elettorale raccontano, infatti, già di primo acchito e senza pietà, come il ‘vittorioso’ 36,8 per cento raggiunto da Scioli, sia in realtà la più bassa percentuale mai ottenuta nelle urne dal peronismo. A rendere tuttavia ancor più pesante il risultato contribuiscono – ben al di là di questo negativo record storico – altri fattori che molto più arduo è misurare aritmeticamente. Il primo e più immediato sta nella distanza tra le attese della vigilia e la dura realtà delle cifre. Nel corso delle recentissime Paso – ovvero, delle Primarie Aperte Simultanee y Obbligatorie, una sorta di bizzarra e molto argentina prova generale delle ‘vere’ elezioni – Daniel Scioli aveva sfiorato quel 40 per cento dei voti che, in virtù del molto peculiare sistema elettorale introdotto negli anni 90 da un altro presidente peronista, Carlos Menem, gli avrebbe consentito di vincere al primo turno, qualora si fosse garantito un vantaggio di almeno dieci punti sul secondo arrivato. Il sindaco di Buenos Aires Mauricio Macri, il suo più diretto rivale era, in quell’occasione, arrivato al 31 per cento e nelle settimane ch’erano seguite la sua posizione era sembrata, sondaggio dopo sondaggio, indebolirsi ulteriormente. La vittoria era a un passo…

Di passi Scioli ne ha in realtà fatti non uno ma due, entrambi però all’indietro. Mentre Macri ne ha sorprendentemente fatti tre in avanti, lungo sentieri elettorali che, ben al di là della contesa presidenziale, appaiono oggi disseminati di molto eccellenti cadaveri kirchneristi. Su tutti quello di Aníbal Fernández, il molto temuto Capo di Gabinetto di Cristina, clamorosamente sconfitto dalla ‘macrista’ María Eugenia Vidal nella corsa  per la pesantissima poltrona – quella di governatore della Provincia di Buenos Aires – sulla quale sta attualmente seduto proprio Daniel Scioli, il candidato presidenziale kirchenerista.

Perché Scioli ha fatto questi passi indietro? In parte, sicuramente perché nel corso della battaglia elettorale è impietosamente emersa, accanto ad una totale assenza di personale carisma, la natura ibrida ed insipida della sua candidatura. Scioli è infatti – come ben testimoniato dalla sua biografia politica – un kirchnerista alquanto ‘impuro’, molto lontano dai livelli d’assoluta e fanatica dedizione normalmente imposti dal culto. E se Cristina ha infine deciso di puntare su di lui – preferendolo, dopo molti tentennamenti, ad alcuni dei più fidati ‘guardiani della fede’ che ruotano attorno al gruppo de ‘La Campora’  – era stato solo per la tirannia di sondaggi che imponevano la scelta d’un peronista ‘moderato’. Per sicurezza, la ‘presidenta’ gli aveva comunque posto accanto, nelle vesti di vice, quello che è forse il più duro dei suoi  talebani: Carlos Zannini, in gioventù fervente maoista e, nella maturità, zelantissimo seguace, sempre nelle vesti di Segretario legale e tecnico della Presidenza, dei ‘grandi timonieri’ Néstor e Cristina Kirchner.

Troppo poco kirchnerista per alcuni e troppo kirchnerista per altri, Scioli s’è perduto in una terra di nessuno dalla quale non gli sarà facile uscire nelle tre settimane che lo separano dal ballottaggio del 22 novembre. Per vincere, dovrà infatti mietere quanto basta in quel 21 per cento dei voti che, in questa prima ronda, sono andati al peronista, o meglio, al kirchnerista  ‘traditore’, Sergio Massa. Ma per fare appello ai voti di Massa dovrà tagliare, o quantomeno allentare, il cordone ombelicale ‘continuista’ che lo lega a Cristina. Un’operazione che, ormai, rischia d’apparire tardiva e poco credibile.

Come finirà questa storia, non è facile dire. Ma vinca Scioli o vinca Macri, dalle urne di domenica già è, di fatto, uscito un verdetto: il sole del kirchnerismo – un vero e proprio ‘sol dell’avvenire’ per i suoi seguaci – ha inesorabilmente cominciato a tramontare sull’Argentina. Perché e come, cercherò di raccontarlo in un prossimo post.

 

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