FARC Inc.

M entre all’Avana proseguono, con alterne fortune, i colloqui di pace tra governo colombiano e guerriglieri delle Farc, un’essenziale domanda continua a condizionare gli esiti delle trattative: che cosa è – oggi, dopo mezzo secolo di guerra – la guerriglia colombiana? In che modo si finanzia? La risposta – o meglio: una serie di possibili risposte – in questa inchiesta di Gabriella Saba

 

Da quando i sequestri sono stati dichiarati off limits, come precondizione per i dialoghi di pace tra lo Stato colombiano e le Farc, lo sfruttamento delle miniere sarebbe diventato una delle fonti di reddito più importanti per i guerriglieri. Centinaia di cercatori del posto si aggirano a Cerro Tigre, miniera di tungsteno controllata dai miliziani del dipartimento di Guainía, nel cuore della giungla al confine con Brasile e Venezuela, mentre nelle minas d’oro sparse per la Colombia l’estrazione è diventata un’attività illegale piuttosto consueta.

L’organizzazione più antica dell’America Latina ha dichiarato nel febbraio del 2012 di rinunciare al sequestro con cui si finanziava parzialmente fin dalla sua nascita, nel 1964, ma già da tempo questa pratica aveva ceduto il posto ad attività meno rischiose come lo sfruttamento delle miniere, che sta affiancando il narcotraffico, esploso a partire dal 1998: quando, all’inizio del fallito processo di pace con l’allora presidente Andrés Pastrana, le Farc avevano ottenuto un territorio vasto quanto la Svizzera per smantellare le proprie divisioni ma che utilizzarono per incrementare le piantagioni di coca e tessere relazioni con narcos e politici.

Se nel 2000 il numero dei sequestri estorsivi era arrivato a più di duemila (distribuiti tra Farc, paramilitari e delinquenza comune), i plagios attribuiti all’organizzazione sono scesi a 82 nel 2010, precipitando a 32 nell’ultimo anno.

I guadagni che ne derivano sono una goccia nel mare rispetto a quelli complessivi, (sulla cui entità circolano cifre controverse), gran parte dei quali servono per mantenere il gruppo in vita. Il numero dei guerriglieri è calato negli ultimi dieci anni da sedicimila a meno di ottomila, ma il loro mantenimento resta oneroso, basti pensare che un Frente di cinquanta uomini costa 8.500 dollari alla settimana.

All’interno di quegli introiti, lo sfruttamento delle miniere illegali sarebbe la terza voce più importante, ma c’è incertezza sull’ammontare: difficile separare la paternità delle Farc da quella della criminalità comune, anche per la tendenza degli apparati di Stato, soprattutto in passato, a gonfiare le responsabilità dei guerriglieri. Per esempio, delle più di 9.000 unità di produzione mineraria senza licenza del Paese, nessuno sa quante si trovino nelle mani dei gruppi armati. Le Farc sfrutterebbero direttamente alcune miniere d’oro e quella di tungsteno di Cerro Tigre, e ne controllerebbero altre (ex aequo con altre bande armate) su cui esigerebbero la gabella dai minatori  (dal cinque al dieci per cento del valore del materiale estratto, secondo il settimanale Semana), dagli acquirenti (dieci per cento della transazione) e sulle escavatrici (intorno ai 5.000 dollari al mese): in tutto, un ammontare che rappresenta il venti per cento delle entrate dell’organizzazione, stando ai dati della Corporación Arco Iris (il 35 per cento spetterebbe invece al narcotraffico, il 30 per cento alle estorsioni e il 15 per cento ai finanziamenti legali).

Fortuna (delle Farc) vuole che il prezzo dell’oro sia lievitato negli ultimi quindici anni, passando da 8 dollari al grammo nel 2000 ai 43 dollari di oggi, mentre il mercato del tungsteno si è notevolmente allargato dato l’enorme uso di questo materiale in smartphone e semiconduttori, auto e penne. Tungsteno del Cerro Tigre verrebbe ceduto ad alcune società che a loro volta lo venderebbero, attraverso agenzie di intermediazione, alle multinazionali, stando a una recente inchiesta di Bloomberg sulla catena che collegherebbe aziende come Bmw, Porsche, Volkswagen e Siemens all’organizzazione guerrigliera. Dopo la pubblicazione dell’indagine, quasi tutte hanno sospeso gli acquisti dalle intermediarie dato che ignoravano, stando alle dichiarazioni, l’origine dubbia del materiale.

Il punto più controverso nella confusa mappa delle entrate è però il narcotraffico, in cui tuttora non è chiaro il grado di coinvolgimento delle Farc. Qualche mese prima di morire, l’ex comandante dell’organizzazione Alfonso Cano aveva assicurato l’estraneità della guerriglia al processo di trasformazione e vendita della coca, e appena tre giorni fa la delegazione di pace a L’Avana ha ammesso le proprie responsabilità nella proliferazione delle coltivazioni illegali attraverso la richiesta di una tassa ai cocaleros, negando però coinvolgimenti ulteriori. Le indagini degli ultimi anni hanno però smentito in parte questa versione, accreditando uno scenario più complesso: molti tra i sette Bloques e i novanta Frentes sarebbero coinvolti in quasi tutte le fasi del narcotraffico, compresa l’esportazione, anche se ognuno agirebbe per proprio conto e con modalità diverse. Tra i più attivi ci sarebbero il potentissimo Bloque Oriental, che al momento non è rappresentato ai dialoghi di pace e il Bloque Sur, il più ortodosso politicamente. Mentre il Bloque Caribe, controllato direttamente da Iván Márquez, uno degli emissari all’Avana, si limiterebbe alle estorsioni e al contrabbando di benzina.

Molti guerriglieri sarebbero collusi con le Bacrim, acronimo per Bandas Criminales, nati dalla smobilitazione dei paramilitari e a cui venderebbero la base di coca in cambio di soldi e viveri. Centinaia di laboratori utilizzati dalle Farc per la raffinazione e cristallizzazione della coca sarebbero stati trovati durante i rastrellamenti della Polizia, e già nel 2004 un’indagine della Uiaf (Unidad de Información y Análisis Financiero), individuava nel pedaggio fatto pagare agli aerei carichi di droga che decollavano dalle piste delle Farc una fonte di guadagno, anche se la fetta di narcotraffico gestita dalla guerriglia non superava in quel momento il trenta per cento di quella globale. Oggi, questa percentuale sarebbe salita secondo il Governo al sessanta per cento (ma nel frattempo le coltivazioni di coca sono passate da 64.000 ettari del 2011 a 48.000 dell’anno successivo e il primato colombiano è stato scalzato dal Perù). I guadagni delle Farc si attesterebbero tra cinquecento e  ottocento milioni di dollari secondo la Dea, tra i cinquecento e i mille milioni secondo la ong inSight crime, intorno ai mille milioni per la Polizia nazionale e da 2.400 a 3.500 milioni per il Ministero della Difesa.

 

 

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