“I’m Castro…”

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UPDATE – “Mr. President, I’m Castro”. Questo, secondo l’ultima delle “riflessioni” scritte da Fidel Castro (qui nelle versione pubblicata da Cubadebate) è quel che il fratello Raúl avrebbe detto ad Obama allorquando quest’ultimo – provocando reazioni colme di speranza o, nel caso della parte più trogloditica dell’esilio cubano, d’ indignazione – gli strinse la mano in quel di Johannesburg, ai margini delle cerimonie funebri per la morte di Nelson Mandela. Parole che, nella loro scarna formalità, non appaiono, come si vede, particolarmente originali, sorprendenti o (ancor meno) audaci (a meno, naturalmente, di non considerare “audace” il fatto che Raúl si sia espresso in una lingua, l’inglese, a lui notoriamente poco famigliare). Ma tanto è bastato all’ottantasettenne “comandante en jefe” per celebrare “la fermeza y la dignidad” con la quale il fratello ha, nelle circostanze, affrontato il nemico storico della rivoluzione cubana. Ed anche, conseguentemente, per sottolineare la giustezza d’una scelta. Quella da lui stesso compiuta quando, nel 2006, avendo “la salute posto un limite” alle sue “capacità fisiche”, non esitò a nominare il fratello suo successore in tutti gli incarichi che erano stati da lui fino ad allora ricoperti. E che erano poi anche – come chiunque conosca Cuba ben ricorda – tutti quelli disponibili.

A queste – interessanti, anche se non proprio sconvolgenti – conclusioni Fidel è giunto al termine d’una lunga (ed a tratti assai divagante) analisi storico-politica che, partita dallo scoppio della seconda guerra mondiale e dalla invasione nazi dell’Unione Sovietica, affronta i nodi della proliferazione nucleare, delle spedizioni sulla luna, della quantità di petrolio contenuta nelle viscere di Titano (uno dei satelliti di Saturno), degli orrori del colonialismo in Africa e della lotta contro il più duraturo di questi orrori. Ovvero: contro l’Apartheid in Sudafrica. Il tutto condito da una sacrosanta denuncia delle complicità Usa ed israeliane nei piani nucleari sudafricani (piani mai giunto a termine) e da una alquanto dettagliata ricostruzione del ruolo cubano nelle guerre d’Angola e Namimbia (decisive nella corsa verso la fine del regime razzista), a sua volta accompagnata, molto di passaggio, da un’assai breve (quasi casuale e sorprendentemente tardivo) accenno d’apprezzamento per Nelson Mandela. Finalmente.

Nei giorni immediatamente successivi alla morte del primo presidente del Sudafrica post-apartheid, infatti, molti avevano con sconcerto notato come, tra gli innumerevoli messaggi di cordoglio dei capi di Stato d’ogni nazione, mancasse proprio quello del leader storico della rivoluzione cubana. E questo nonostante Mandela, in virtù proprio del determinante ruolo che Cuba militarmente giocò nella lotta contro il vecchio regime razzista, fosse a quest’ultimo legato da profondi legami d’amicizia, gratitudine ed ammirazione. E non pochi s’erano chiesti – avanzando assai poco ottimistiche ipotesi in merito allo stato di salute di Fidel – quale fossero le ragioni di questo “inspiegabile” silenzio. Ora le ragioni appaiono più chiare e sono, in effetti, quelle di sempre. Perché, da sempre, Fidel è organicamenteincapace di celebrare qualcuno che non sia lui medesimo. O meglio: è incapace di farlo– si tratti di Mandela, del Che Guevara o di chicchessia – cedendo il proscenio al celebrato. Per questo ha tardivamentereso omaggio a Mandela e, quando infine l’ha fatto, non è andato, per così dire, oltre il minimo sindacale. In tutto, non più d’un paio di righe “en passant”, dedicate a quello che, in una parentesi del lungo panegirico delle sue campagne d’Africa, descrive come “un uomo integro, profondo rivoluzionario e radicalmente socialista, capace di sopportare 27 anni di carcere in assoluto isolamento…”.

Il giorno prima della pubblicazione di questa nuova “riflessione” – l’ultima, dedicata al Vietnam, risaliva allo scorso settembre – Fidel era apparso sulle pagine del Granma in una foto che lo ritraeva con Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique e suo semi-ufficiale biografo. Fidel aveva fatto sapere Ramonet era “in buona salute e in eccellente stato d’animo”. “Si interessa di tutto – aveva spiegato il giornalista spagnolo – di ecologia, di Cile, Venezuela, Sudafrica…”. Non mentiva il fedele Ramonet. Bianco e incurvato, il Fidel che ha incontrato nei giorni scorsi era davvero quel che è sempre stato. Un gigantesco ego interessato a tutte le storie e, contemporaneamente, al centro di tutte le storie. Anzi: al centro di una Storia, quella con la “S” maiuscola, nella quale, solo con malcelata riluttanza e solo occasionalmente ammette la presenza di qualche comprimario. Anche quando – per certi versi soprattutto quando – questo comprimario si chiama Nelson Mandela…

I’m Castro, per l’appunto. Tutto il resto non è che una nota a piè di pagina. Luminosa quanto si vuole, ma pur sempre una nota a piè di pagina.

 

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Soltanto un caso, un semplice incidente protocollare? O, come i più audaci si spingono ad ipotizzare, il preludio di quel cambio nelle relazioni tra Stati Uniti e Cuba che ormai vanta, rispetto alla logica della Storia (ed anche della logica pura e semplice) un ritardo di almeno una ventina d’anni? Le opinioni variano, ma un fatto è certo: ieri, a Johannesburg, durante la cerimonia funebre dedicata a Nelson Mandela, Barack Obama e Raúl Castro si sono molto amichevolmente stretti la mano, scambiando persino qualche (non identificata) parola di circostanza. La cosa ha ovviamente sconvolto i più ammuffiti tra i rappresentanti dell’esilio cubano a Miami. Vale a dire: la potente lobby che, in virtù d’una privilegiata ubicazione geografica – la Florida è uno Stato decisivo in ogni campagna presidenziale – è riuscita ad ibernare, in una sorta di Jurassik Park fermo ai tempi della più rigida Guerra Fredda, la politica cubana di Washington. Ed i portavoce del Dipartimento di Stato si sono subito, da par loro, affrettati a sminuire l’importanza del gesto.

Che dire? Come recita l’antico proverbio: se son rose fioriranno. Non più di un paio di settimane orsono, Barack Obama aveva riconosciuto, nel corso di un incontro a Washington con il dissidente Guillermo Fariñas, la necessità di una “maggiore creatività” nelle iniziative verso Cuba. Arriverà, la fantasia invocata dal presidente USA, al punto da, non diciamo cancellare, ma almeno criticamente riconsiderare un embargo economico da almeno un paio di decenni diventato simbolo, non solo di prepotenza, ma di immobilismo e stupidità? Sperarlo, in fondo, non costa nulla….

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