la vittoria sorride

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Nicolás Maduro ha vinto (o quantomeno non ha perso) il referendum pro o contro il suo governo delle elezioni amministative dell’8 dicembre. E non v’è dubbio alcuno: se questa sua vittoria ha un volto, questo appartiene a Cleotilde Palomino, fotografata mentre esce carica di pacchi da uno dei negozi Daka nei quali il governo aveva, manu militari, abbassato i prezzi. Vi spieghiamo perché.

di Massimo Cavallini

Se davvero le elezioni amministrative dell’8 di dicembre sono state un “plebiscito” – come il leader dell’opposizione Henrique Capriles aveva inequivocabilmente (e molto imprudentemente) sostenuto prima del voto – non può esservi dubbio alcuno: Nicolás Maduro – erede designato, figlio ed apostolo del defunto “comandante supremo ed eterno” Hugo Chávez – quel plebiscito lo ha numericamente vinto. Lo ha vinto – sia pure, come vedremo ad un costo altissimo – per la semplicissima ragione che il partito-Stato al governo (Partido Socialista Unificado del Venezuela, PSUV) e le liste più o meno chiaramente legate al “oficialismo”, hanno, a livello nazionale, riportato più voti (poco meno di un milione, in effetti) di quelle della MUD (Mesa de Unitad Democratica), allargando fino al 7-8 per cento (o addirittura il 10, secondo calcoli più sofisticati) il risicatissimo margine del 1,4 per cento con il quale, lo scorso aprile, il figlio ed apostolo del “el Cristo redentor de los pobres” aveva vinto (o “rubato”, come sostenne Capriles) le ultime (le prime dopo la morte di Chávez) elezioni presidenziali.

Lo ha vinto Maduro, quel “plebiscito”, e, ovviamente, lo ha perduto Capriles, come chiaramente indica la più dettagliata ed obiettiva tra le molte analisi del voto che, in questi giorni, sono andate circolando tra contrapposti canti di vittoria: quella elaborata, dopo un meticoloso e difficile lavoro di setaccio, da Eugenio G. Martínez per le pagine di “El Universal”, curiosamente (o, forse, non tanto curiosamente) una delle poche pubblicazioni che, al termine del un lungo lavoro di cooptazione e repressione messo in atto dal governo nel corso degli anni, ancora possano dirsi “di opposizione”. I numeri parlano chiaro: la Mud ha, con i suoi alleati, ottenuto 4.410.838 voti, contro i 5.265.930 capitalizzati da PSUV ed affini. Per un totale di 242 “alcaldias” (comuni) finiti nelle mani di sindaci chavisti, conto i 76 conquistati dall’opposizione. E la forbice s’allarga ancor più, arrivando per l’appunto al 10 per cento, allorquando – come molto meticolosamente fa Martínez – si distribuiscono “per affinità” i voti (circa l’8 per cento) conseguiti dalle liste formalmente indipendenti.

Ovvia domanda: che cosa ha spinto Capriles a collocare lungo il suo cammino la buccia di banana di un appello al plebiscito? Come ha sottolineato dopo il voto Luís Vicente León, direttore di Datanalisis, il capo dell’opposizione ha in realtà scelto questa strada, non solo per un errato calcolo politico, ma anche per una obiettiva necessità: quella di motivare il voto degli scontenti a fronte di elezioni locali che, per molte ragioni, apparivano prive di qualsivoglia importanza. Il chavismo ha infatti, in questi anni, sistematicamente smantellato ogni forma di decentramento amministrativo, attraverso la creazione d’una rete di potere parallela – quella, ancora in fieri, delle cosiddette “comunas” – saldamente nelle mani del governo centrale e, di fatto, alternativa alle istituzioni (le “alcaldias”, per l’appunto) che la Costituzione (sì, proprio la Costituzione che i seguaci Chávez usano sventolare come fosse il libretto rosso di Mao) molto chiaramente sancisce. Un processo, questo, che assume (e continua ad assumere) dimensioni ancor più beffardamente sfacciate, laddove a vincere sono le opposizioni.

Qualche esempio, per meglio capire. Nel 2008, quando Antonio Ledezma, esponente della MUD clamorosamente vinse, sotto il naso del leader supremo, la corsa per la alcaldia della Grande Caracas (fino ad allora la più importante entità amministrativa della capitale), Hugo Chávez non batté ciglio. E, nel giro di pochi giorni, dal nulla creò (non sono forse i miracoli quelli che definiscono la santità?) una “super-alcadía”, alla quale d’autorità affidò pressoché tutti i compiti (con relativi finanziamenti) dell’ormai superflua istituzione caduta nelle mani di forze rivali. Antonio Ledezma vinse allora (ed ha rivinto questo 8 di dicembre) nelle urne. Ma al solo fine di governare un guscio vuoto. Così come un guscio vuoto governeranno, nei prossimi anni, i sindaci dell’opposizione che, domenica scorsa, si sono affermati, in pratica, in tutte le più grandi città del Venezuela. Perché? Perché Nicolás Maduro, seguendo il “supremo” ed “eterno” esempio del padre suo, ha già provveduto (a Maracaibo, Caracas ed altre amministrazioni) a nominare “protettori della città” i suoi candidati sconfitti. Ovvero: ad eleggerli sindici di fatto, in barba ai risultati delle urne.

Ricapitolando: invocando un “plebiscito”, Henrique la Capriles ha certo seguito una – per molti versi obbligata – esigenza di mobilitazione elettorale, ma anche a conti fatti, offerto a Maduro, sul proverbiale piatto d’argento (o “bandeja de plata”), una vittoria di cui difficilmente, in altre circostanze, quest’ultimo avrebbe potuto vantarsi. Fuori dalla logica del referendum pro o contro, infatti, i panorami appaiono per il governo chavista assai meno rosei di quel che, di primo acchito, rivelano i numeri. Il PSUV ha ottenuto, è vero, una vittoria sul piano nazionale, ma si è rivelato – anzi si è confermato, ed in modo crescente – una forza di minoranza in tutte le aree più popolate e produttive del paese (il che spiega la molto significativa differenza tra la percentuale delle alcaldie ottenute, oltre il 70 per cento, e la percentuale del voto totale, meno del 50 per cento).  E se il voto amministrativo di domenica viene paragonato – nell’unico confronto che abbia, in effetti, qualche misurabile senso – con le precedenti elezioni locali, quelle del 2008, si nota come i consensi per il chavismo siano ovunque (e non solo nelle grandi città) in costante calo. Rispetto al 2008, infatti, il PSUV ha perduto oltre 20 alcaldie (tutte passate all’opposizione), ivi compresa quella di Barinas, città natale di San Hugo e tradizionale roccaforte del chavismo. Davvero difficile, di fronte a questi dati sarebbe – non fosse stata la parola “plebiscito” mai pronunciata – parlare di vittoria…E tuttavia: cosa sarebbe accaduto, si chiede legittimamente il direttore di Datanalisis, se Capriles non avesse sventolato la bandiera del referendum pro o contro il governo? L’8 di dicembre, ci dicono i dati della Commissione Elettorale, è andato alle urne poco meno del 60 per cento degli aventi diritto. Più del 20 per cento in meno rispetto alle ultime presidenziali. Ed evidente è il fatto che la forte astensione (la più alta, in effetti, nelle elezioni amministrative venezuelane) abbia favorito il PSUV. Quanta gente sarebbe andata alle urne (e quali, di conseguenza, sarebbero stato i risultati) senza l’appello al plebiscito anti-governativo di Capriles?

Tutte domande senza risposta. E domande anche, per molti aspetti, di non eccelso rilievo. Perché la vera domanda è non se e per quanto Maduro ha vinto, ma come – o, se si preferisce, a che prezzo – ha vinto. Tutto indica, infatti, che non dalle urne vengono oggi (e verranno domani) i veri pericoli per il chavismo senza Chávez ereditato dall’apostolo Nicolás. Per quanto elettoralmente consistente ed in costante crescita, l’opposizione è ancor oggi troppo spuria e divisa – di fatto, un cartello antichavista e nulla più – per rappresentare una vera alternativa di governo. E questo ancor più se si pensa che una sua vittoria elettorale – in sé non impossibile, né improbabile, visto che la MUD vanta consensi molto prossimi al 50 per cento – la porrebbe di fronte al titanico compito di governare apparati di Stato che, nei loro più essenziali gangli di potere – fondamentalmente: le forze armate , la giustizia, tutti gli organi repressivi e, soprattutto, il PDVSA, l’istituto che controlla la ricchezza petrolifera – restano saldamente nelle mani d’un partito (e un partito armato) che, con lo Stato (lo stato chavista) non solo ideologicamente, ma anche “religiosamente” identifica se stesso.

Il vero punto debole del chavismo è, in effetti, il chavismo stesso. O, se si preferisce, più banalmente, sono i conti da pagare che il comandate “supremo e eterno” (o “eterno e supremo”, entrambe le versioni sono accettate dalla liturgia) ha lasciato, non solo al suo erede, ma al Venezuela tutto. E che, in questi mesi, dal suo erede sono stati, a discapito del Venezuela tutto, ingigantiti fino a raggiungere – in termini di inflazione, scarsità di beni e prosciugamento delle riserve valutarie – livelli presumibilmente molto prossimi ad un punto di rottura. Maduro ha sicuramente vinto il plebiscito. E lo ha vinto, narrano le cronache, riuscendo, contrariamente alla MUD ed a Capriles, a mobilitare la propria base elettorale in un artefatto clima di guerra. Quello, per l’appunto, della “guerra economica” contro l’usura e la speculazione. O, più propriamente, quello di un’allegra politica di saldi natalizi forzati (qualcuno l’ha definita, senza mezzi termini, di saccheggi governativi) lanciata in catena televisiva nazionale, al grido di “che nulla resti negli scaffali!”, dallo stesso presidente della Repubblica Bolivariana. Negozi militarmente occupati e prezzi ridotti a forza in quello che è a tutti gli effetti stato un caotico festival del consumismo e della demagogia…

Secondo l’impresa di sondaggi Hinterlaces, questo festival ha pagato. O, più precisamente: ha regalato al popolo lampi di quella “suprema felicità” (vedi fotografia) che, da qualche mese divenuta materia ministeriale, è parte integrante del catechismo chavista, ed al PSUV di Maduro almeno 11 punti in termini di consenso elettorale. Undici punti che sono anche, però, una nuova e pesantissima fattura. Una fattura che il chavismo ed il Venezuela non sono oggi – a dispetto del persistente “boom” petrolifero – in grado di pagare senza ricorrere a provvedimenti di “ajuste” fin qui bollati come “neoliberali”.

Il plebiscito, insomma, è passato. Ma la crisi – la prima che il Venezuela abbia conosciuto con i prezzi del petrolio ancora alle stelle – resta e si aggrava. Maduro è, come Pirro, più debole di quanto fosse prima della sua ultima vittoria. Vedremo come andrà a finire…

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