Atleti, non schiavi

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Gli atleti cubani potranno, d’ora in poi, praticare professionalmente il proprio sport in terra straniera e tenere per sé i danari che quell’attività derivano, con il solo obbligo di pagare allo Stato cubano, su quegli introiti, le tasse che la legge stabilisce. Questo ha decretato una nuova legge che finalmente rompe con un passato ricco, certo, di “eroici esempi” di fedeltà alla rivoluzione – su tutti quello del grande peso massimo Teófilo Stevenson che, a suo tempo, preferì “l’amore di otto milioni di cubani” ai molti milioni di dollari offertigli dal procuratore statunitense Don King perché si battesse da professionista sui ring Usa – ma anche d’una crescente serie di “defezioni” e di vergognosi episodi di vilipendio all’umana dignità. Come quando, nel 2007, Fidel Castro in persona reclamò (e purtroppo ottenne) dal Brasile di Lula la immediata restituzione di due pugili “disertori” – Guillermo Rigondeaux e Erislandy Lara – sfuggiti ai rigidi controlli dei servizi di sicurezza cubani nel corso dei Giochi Panamericani di Rio. Non pochi (e noi tra questi) molto propriamente paragonarono la richiesta di Fidel alla iattanza con la quale, prima della abolizione della schiavitù (che a Cuba arrivò molto tardi, nel 1876), i proprietari delle piantagioni pretendevano la restituzione al legittimo proprietario degli schiavi fuggiti a datisi alla macchia (i cosiddetti “cimarrones”.

Una vergogna che con la nuova legge – parte di un complesso di riforme liberalizzanti messe in atto dal governo di Raúl Castro negli ultimi tre anni – non dovrebbe più ripetersi, anche se molti dubitano che l’emorragia delle defezioni si fermerà. Non per colpa delle leggi cubane, ma per quel ridicolo ed abbietto anacronismo che è l’embargo Usa contro Cuba, i più qualificati tra gli atleti cubani (i giocatori di baseball) non potranno andare a nelle Big Leagues americane. O meglio: potranno farlo siltanto alla vecchia maniera: disertando e tagliano di ponti con la madre patria.

Ecco comunque come Fernando Ravsberg, eccellente corrispondente dalla BBC all’Avana, vede la cosa.

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