“El Pepe”

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“Il passato? È come uno zaino. Te lo porti sulle spalle ovunque vai. Ma, mentre cammini, guardi avanti…”. Questo ama ripetere Jose Mujica Cordano, meglio noto come “el Pepe”, da tre anni presidente della Republica Oriental del Uruguay. E non v’è dubbio che in quella “mochila” (in quello zaino al quale lui non volge lo sguardo al camminare) Mujica abbia, nei suoi 78 anni di vita, accumulato davvero molte cose. Cose belle e cose brutte, ricordi pesanti come macigni e cupi come la galera nella quale ha trascorso 14 anni della sua vita, fardelli che, sebbene in grado di piegare ogni schiena, non gli hanno mai impedito – come lui orgogliosamente afferma – di camminare diritto, gli occhi comunque rivolti al futuro.

Tutti coloro che, ignorando il suggerimento del portatore, si sono in questi anni presi la briga d’analizzare in dettaglio il contenuto di quello zaino, hanno poi usato, per classificare “el Pepe”, molte e molto contraddittorie parole. Guerrigliero (con le ovvie e contrapposte appendici di “eroe”, o di “criminale”), volgare, semplice, trasandato, geniale, sporco, coerente, pericoloso, affidabile, ipocrita, saggio. E proprio così – “un uomo saggio” – lo ha senza riserve definito, solo qualche settimana fa, al termine d’un incontro in Vaticano, papa Francesco I, nonostante la legge di depenalizzazione dell’aborto da poco approvata dal governo che Mujica presiede. Su un solo aggettivo tutti – quelli che guardano a lui come ad un deplorabile esempio di sciatteria plebea (o, peggio, come a un non redento delinquente) e quelli che lo ammirano come un genuino figlio del popolo, sembrano però concordare. E questo aggettivo – un aggettivo oggi difficilmente associabile a qualsivoglia dirigente politico, in qualsivoglia angolo del pianeta Terra – è “povero”.

José Mujica Cordano è infatti povero – oggettivamente, indiscutibilmente povero – nel più materiale significato del termine. Ovvero: perché possiede poche cose. Una piccola “chacra” (fattoria) nel Rincón del Cerro, alla periferia ovest di Montevideo, dove da anni coltiva crisantemi che vende al mercato. Una vecchia casa campestre con i muri anneriti dall’umidità dove, disdegnando la sontuosa residenza presidenziale di Suarez y Reyes, “el Pepe” continua imperterrito a vivere con la moglie Lucía Topolansky e con l’ormai leggendaria Manuela, la cagnetta a tre zampe che lo segue ovunque. Altri possedimenti: un maggiolino Volkswagen del 1994 ed un vecchio trattore. Totale imponibile: a occhio e croce, poco più di 100.000 euro. In qualità di presidente della nazione, “el Pepe” gode, inoltre, d’un appannaggio mensile pari a circa 15.000 euro, il 90 per cento dei quali vengono da lui devoluti a favore d’un programma di edilizia popolare.

Ed è proprio quest’ultimo – il “presidente povero” d’un piccolo-grande paese – il Mujica che, con ostentato giubilo, il mondo ha di recente scoperto. Lo ha fatto grazie soprattutto a un discorso che – dal Pepe pronunciato nel luglio dello scorso anno durante la riunione del G20 a Rio de Janeiro e da molti utenti di Youtube d’acchito definito “il più bel discorso del mondo” – è rapidamente diventato, non solo una sorta di manifesto per i verdi sostenitori dello “sviluppo sostenibile”, ma anche una sorta di neo-francescano inno alla povertà. Povero, ha detto Mujica a Rio – citando Epicuro e Seneca, in questo modo rivelando l’uomo colto che, in realtà, sempre ha ispirato il suo “parlar da zoticone” – non è chi possiede poco, ma chi sente la necessità di molto più di quanto abbisogna per raggiungere quella cosa semplice e dimenticata (dimenticata perché sacrificata sugli altari della religione del consumo) che si chiama “felicità”. È per essere felici – non per produrre e consumare cose che non ci servono – che siamo al mondo, ha detto “el Pepe”. E lo ha fatto con la stessa “rivoluzionaria” innocenza del bambino della favola di Andersen. È tempo che, nel nome della felicità perduta e del futuro del pianeta Terra, ha aggiunto, l’uomo torni a governare la forza, quella del Dio mercato, dalla quale s’è fino ad oggi, come “Der Zauberlehrling”, l’apprendista stregone di Goethe, lasciato governare…

Bellissime parole. Belle e capaci – in perfetta sintonia con il personaggio che le pronunciava – di far nascere all’istante una nuova e fulgente stella nel firmamento della sinistra ecologica globale. Ma è davvero tutto qui il “vero” José Mujica Cordano? La risposta la si può trovare, in parte, nella “mochila”  che “el Pepe” si porta addosso e, in parte, nel suo presente presidenziale. Ma non si tratta, in effetti, che d’una non-risposta. Perché all’interno di quello zaino – e nella sua politica d’oggi – non si intravvede altro che un inestricabile coacervo di contraddizioni, una realtà arruffata come la capigliatura del proprietario, da sempre, come si diceva un tempo, in aperto conflitto con il pettine. Ed apparentemente incapace di trovare la via d’una riconciliazione o, almeno, d’una tregua, nonostante gli impegni del protocollo presidenziale.

C’è, in quella mochila, il Mujica guerrillero, la realtà d’una esperienza di partecipazione alla lotta armata degli anni ’60 e ’70, alla quale el Pepe è arrivato, non attraverso classici sentieri di sinistra, ma partendo dalla realtà “blanca”, conservatrice, del Partido Nacional. O meglio: dal partito della campagna, contrapposto al progressivismo urbano, massone, del Partido Colorado. Mujica si riconosce nella parte più popolare, contadina, dei nazionalisti: quella – ama dire riallacciandosi ad eventi e personaggi che appartengono a una storia complessa ed affascinante che pochi conoscono fuori dall’Uruguay – del presidente Bernardo Berro (l’uomo che abolì la schiavitù) e, soprattutto, del caudillo gaucho Timoteo Aparicio, protagonista, nel 1870, de “la revolución de las lanzas”, forse l’ultima guerra combattuta e (almeno temporaneamente) vinta usando prevalentemente armi non da fuoco.

Il Mujica Tupamaro nasce qui, illuminato, in lande molto lontane dal marxismo, dalla novità della rivoluzione cubana, ed alimentato da un’infatuazione militarista che andava ben oltre i dettami del nascente “foquismo” guevariano (nell’agosto del ‘61, durante una visita in Uruguay, il Che aveva sottolineato come non avesse alcun senso, nell’allora apparentemente consolidata democrazia liberale uruguayana, scegliere la via della lotta armata). E qui nascono, di conseguenza, anche il Mujica combattente e il Mujica “prigioniero di guerra”, arrestato, fuggito, arrestato di nuovo nel 1972, un anno prima del golpe militare, ed in carcere rimasto – per almeno tre anni in condizioni disumane – fino al 1985, anno del ritorno della democrazia.

In che misura il Mujica presidente ha fatto i conti con questo passato? Con più d’una buona ragione, molti suoi avversari (ed anche alcuni suoi estimatori) gli rinfacciano d’avere sempre evitato – coprendosi dietro la cortina del generico ripudio d’una lotta armata che, usa ripetere, “non ci ha portati alla terra promessa” – un’analisi vera, approfondita di quegli anni. E lo accusano anche di continuare ad alimentare il mito romantico – romantico e anche falso, come quasi tutti i miti – d’una guerriglia contrapposta ad una dittatura che, nella realtà, i Tupamaros non solo di fatto favorirono, ma apertamente auspicarono come la scintilla d’una inevitabile insurrezione proletaria.

Al di là di questa disputa storico-politica (destinata a durare nel tempo), un fatto è tuttavia certo. Di quei giorni di violenza e di morte racchiusi nel suo zaino, Mujica sembra oggi non sentire il peso. O, più esattamente: di quei giorni che, per lui, significarono sofferenze inflitte (non molte) e sofferenze subite (moltissime), sembra non portare alcuna cicatrice. Perché è a tutti gli effetti – ed è questo, forse, il lato più luminoso della sua personalità – un uomo senza rancori, senza desideri di vendetta e, persino – volendo usare un paradosso – senza ansie di giustizia (di recente Mujica si è, contro l’opinione di molte organizzazioni per la difesa dei diritti umani, schierato contro la riapertura dei processi ai militari). E chissà che, al di là della Storia e d’ogni autocritica, non sia proprio questa sua totale assenza di malanimo verso i suoi antichi torturatori la più provata delle prove del suo ripudio della lotta armata.

Che altro si trova nella mochila di el Pepe? Una quantità di cose – intuizioni geniali, improvvisazioni, pensieri e idee lasciate a metà – molte delle quali immancabilmente destinate a far rizzare i capelli in testa ai suoi più entusiasti ammiratori “verdi” sparsi per il pianeta.  José Mujica Cordano, presidente della Republica Oriental del Uruguay è infatti davvero – come testimonia il suo discorso di Rio – un poeta del “ritorno alla Madre Terra”. Ma quella che lui ama ed anela è in realtà soprattutto una terra che produce. E che, perché produca, può tranquillamente, anzi, deve essere “stuprata”, sottomessa, manipolata e corrotta. Mujica è un inflessibile, fanatico quasi, assertore della necessità di coltivazioni transgeniche. E la terra, per lui, presidente povero, esiste (e va amata) solo in quanto produttrice di cibo o, comunque, di ricchezza. Una convinzione, questa, che lo ha di recente portato ad ipotizzare la lottizzazione delle spiagge di Cabo Polonio – un unicum ambientale fatto di vergini dune che del “Uruguay natural” è uno dei massimi vanti – perché (questo disse prima che lo scandalo lo forzasse alla retromarcia) così com’è oggi serve soltanto “a unos lagartos” (ad alcune lucertole, con ovvio riferimento ai turisti che ivi s’abbronzano).

Ed oggi? Cosa ci offre oggi, al di là dell’ ammirabile esempio della sua molto austera esistenza, il Mujica che “guarda avanti”? Rispondere non è facile. L’Uruguay che lui desidera è, dice, “un paese agro-intelligente” capace – “come la Finlandia che partendo dal legname è arrivata a Nokia” – d’usare le sue risorse naturali per raggiungere la modernità. Ed il socialismo che lui auspica è, in aperto contrasto con Hugo Chávez (un presidente del quale, pure, Mujica ha sempre parlato con ammirazione), un socialismo del tutto privo – e questa è forse davvero la più grande virtù del Pepe politico – dei germi di quel militarizzato culto del “grande leader”, dei comandanti “en jefe” massimi, supremi ed eterni che tanti danni già ha apportato alla sinistra ed all’umanità tutta in tante parti dell’America Latina e del mondo. E molto lontano, anche nel tempo, perché, per cominciare a realizzarsi, il vero socialismo ha ancora bisogno di molte fasi intermedie (“prima di distribuire la ricchezza bisogna crearla” ha detto el Pepe nel suo discorso inaugurale, riecheggiando odiate tesi neoliberiste) e sicuramente perche non puo essere il semplice prodotto di “un ampiamento del ruolo e delle dimensioni dello Stato”. Un sogno, insomma, al quale fa da contrappeso la realtà d’una politica economica che, sotto la molto ponderata e continuista guida del “comasco” Danilo Astori, non ha subito, in Uruguay, variazioni di sorta rispetto agli anni di Tabaré Vasquez. Detto in sintesi: se qualcuno ha l’intenzione di cercare, nella concreta gestione politico-economico dell’Uruguay (da quasi un decennio è bene ricordarlo, governato dal Frente Ampio) qualche traccia dello stile di vita e della filosofia anticonsumista che ha reso “El Pepe” famoso nel mondo, è meglio che si risparmi la fatica. Perché, di tracce, non ne trovera in pratica alcuna.

Chissà. Forse hanno ragione quanti credono che di José “el Pepe” Mujica Cordano – già oggi, a poco più diun anno dalla fine del suo mandato, molto più popolare fuori che dentro il paese – non sia destinata a restare, a conti fatti, che quella quasi folcloristica immagine di povertà. Il ricordo d’uno stile di vita, una piccola nota a piè di pagina nei trattati di Storia del secolo XXII. Null’altro che una fotografia sbiadita. Ma, in ogni caso, una bella fotografia. Anzi: una fotografia a suo modo unica e capace, già oggi, d’ispirare un senso acuto di nostalgia. Riuscirà il mondo, in futuro, a trovare un altro Pepe?

 

Una versione ridotta di questo articolo è stata pubblicata da “Il Fatto Quotidiano del Lunedì”

 

 

 

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