Gli eremiti di Buenos Aires

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Gabriella Saba analizza il fenomeno dei ‘barrios cerrados” della capitale argentina, ultimo rifugio d’una classe benestante che, ossessionata dal problema (più che reale) della sicurezza, cerca oltre il muro della propria paura una nuova identità che, quasi sempre, è soltanto un miraggio

di Gabriella Saba

“Verde, eleganza e sicurezza per i vostri figli”. E’ questo, in sintesi, il motto delle agenzie immobiliari che spingono gli argentini di classe alta a comprar casa nei countries. Dove country sta per country-club ma basta la prima parola, che si pronuncia cantri, per evocare un mondo chic-bucolico di ville sontuose e finti castelletti in mezzo alla natura, campi di golf che corrono tra piante secolari e prati verdi fino all’orizzonte. Muri alti vari metri circondano la maggior parte dei complessi, lasciando fuori ciò che stona: i pericoli e, in generale, il mondo reale. “Non è bello questo posto? E’ divino”. Lisce distese d’erba coprono il paesaggio, stralci di boschi e laghi artificiali completano il quadro. Non a caso il San Eliseo Golf & Country Club è uno dei countries più esclusivi di Buenos Aires. Il solo campo da golf occupa sessanta ettari dei 170 complessivi del club. Case a due piani con terrazze e archi si affacciano su giardini molto ben tenuti. Qualche guardia della security si aggira per i sentieri, con il baschetto color vino e la camicia bianca. Perfino la club house è sontuosa, una palazzina bianca in stile primo Novecento. Da qualche parte, più in là, ci sono una piscina smisurata, campo da rugby e vasti terreni in cui correre a cavallo.

I countries, dunque. Sono il fenomeno socio-urbanistico degli ultimi decenni, decollato ai tempi del governo molto liberista dell’ex presidente Menem che ha esasperato la contrapposizione in classi, spingendo i ricchi a rintanarsi dentro spazi urbani ben definiti. In origine, erano i club dove le classi alte passavano i fine settimana, ma con il tempo si sono trasformati in residenze permanenti, protette e vigilate, e ai countries di origine si sono aggiunti la loro versione moderna, i barrios cerrados. In tutta l’Argentina sono circa settecento, e il 35 per cento delle classi medio-alte vive lì, fa in tutto 288.000 persone. Situati in genere ai margini delle città, sono caratterizzati da una decisa aspirazione all’autosufficienza: oltre alle case degli abitanti ospitano tennis club e a volte scuole, campi da polo e fitness club e in generale tutti quei benefits che rendono la vita all’interno il più possibile gradevole, e sempre meno necessario spingersi oltre il muro. Posti bellissimi che la maggior parte degli argentini definisce però burbujas, bolle.

“Qual è lo scopo del suo articolo?”. Non è per niente facile parlare con gli abitanti dei countries, a meno che non siano amici e che ignorino che fai il giornalista. “Voglio descrivere uno stile di vita”. Silenzio diffidente. “Voglio parlare dei vantaggi del vivere in un country e degli svantaggi”. Questa volta, la risposta è pronta. “Svantaggi, non ce ne sono. E quanto ai vantaggi: si tratta di posti ideali per tirar su i tuoi figli, in mezzo alla natura e in un ambiente di persone simili a te, e inoltre sono sicuri”. Et voilà. Va da sé che l’argomento è troppo ghiotto per non attirare antropologi, psicologi e scrittori, e infatti le opere sul tema non si contano. La sociologa Maristella Svampa gli ha dedicato un bel po’ di saggi e la sua tesi è che si tratti di “ghetti” destinati a separare i “vincenti” dai “perdenti”: basti pensare che la maggior parte sono appiccicati alle villas miserias, e solo un muro divide gli appartenenti ai due estremi della scala sociale. All’interno di quel muro, un complesso sistema di security protegge la sicurezza del country, i cui abitanti fanno una vita tutta loro. “La famiglia tipo che abita in quei complessi è composta da genitori con figli piccoli”, spiega Monica Beatriz Lacarrieu, Direttrice del Programa di Antropologia della Cultura presso l’Università di Buenos Aires. “Sono piuttosto a destra e considerano fondamentale il tema della sicurezza, ma ritengono che i politici non sappiano risolverlo. In generale, i meccanismi all’interno dei countries sono segreganti e auosegreganti”.

Tra i meccanismi più “escludenti” c’è quello della bolilla negra, di cui qualche giorno fa il governo ha proposto l’abolizione, con grande disappunto dei countries più tradizionali. Bolilla negra, letteralmente pallina nera, è il diritto di impedire l’acquisto o l’affitto di una casa in un country a una persona che non venga accettata dagli inquilini. “Siamo tutti simili e condividiamo gli stessi valori. Se uno va a vivere in un country è per trovare persone che la pensino come lui”, ha dichiarato a un quotidiano un residente. Peccato che quella norma si presti a discriminazioni. “Qualche country ha rifiutato potenziali inquilini perché ebrei”, racconta l’avvocato Roberto Terrile. “Anche se nessuno lo ammette ufficialmente, tutti in quei complessi lo sanno, e infatti sto portando avanti una denuncia contro uno di quei complessi”.

Non tutti i countries sono nati all’epoca di Menem, alcuni risalgono a molto prima. Tra i più antichi c’è il Tortugas, fondato nel 1930: un luogo severo appena a nord di Buenos Aires con campi da polo, legno ovunque e una cappella per i soci. Un altro è il Mapuche Country Club: ville eleganti, campi di hockey e percorsi di golf. Il country-simbolo tra quelli di ultima generazione è invece il Nordelta: una città nella città ritagliata nel delta del Tigre, i cui tredicimila abitanti hanno imbastito un micromondo perfettamente organizzato in cui non mancano nemmeno i cinema. E infatti è proprio nel Nordelta che si trova il quartiere de Los Castores, in cui vivono molti “famosos” come l’attore Juan Darthés e la giornalista Mercedes Marti. Di recente alcune case del quartiere sono state svaligiate, e in generale rapine e assalti nei countries sono diventati più frequenti, tanto che la perduta sicurezza di quei luoghi è oggi un argomento d’attualità. Omicidi inquietanti come quello di Nora Dalmasso, strangolata probabilmente durante un’orgia nel country di Villa Golf, hanno buttato una luce nuova sulle burbujas, viste fino a pochi anni fa come luoghi soporiferi.

“Nei countries succedono anche cose terribili, hanno trovato perfino laboratori per la droga di una cellula colombiana….”, spiega una professionista molto nota, madre di due figli che vivono in quei complessi.

Un mondo perfetto per un romanzo, insomma, e infatti la scrittrice Claudia Piñeiro ci ha ambientato il suo Las viudas de los jueves (best seller in Argentina e pubblicato in Italia da Il Saggiatore) da cui è stato tratto un film di enorme successo. Il libro racconta di un mondo chiuso i cui protagonisti sono spietati uomini d’affari e i cui valori si riducono al denaro, all’ostentazione e all’occultamento di ciò che di brutto avviene dentro i countries. Una specie di Dinasty in versione letteraria e latinoamericana, con la variante di qualche omicidio.

Esagerazioni, caricature per fare cassetta? La giornalista Carla Castelo ha girato una ventina di countries e intervistato decine di persone prima di scrivere il suo ottimo libro-inchiesta Vidas perfectas in cui è arrivata a conclusioni, anche lei, piuttosto impietose. “Si tratta in genere di persone egoiste, superficiali e a cui interessa solo competere e ostentare. Gli uomini, per lo meno, lavorano, e quindi hanno un’idea di quello che succede fuori, ma la maggior parte delle donne stanno a casa e vivono vite monche. Il loro mondo è fatto di chirurgia estetica, fitness, il vestito nuovo. Molti abitanti criticano quella vita dorata, ma dato che è troppo difficile abbandonarla, preferiscono stare lì ad annoiarsi”.

A scalpitare, paradossalmente, sono spesso gli adolescenti. Anche se a vederli uscire dalle scuole, con le divise tutte uguali e quell’aria perbenino, non lo diresti affatto. Eppure, alcuni di loro arrivano a occultare a “quelli di fuori” il fatto di abitare in un country, per non passare per boludos (cretini). “Mi piacerebbe uscire, andarmene in giro per Buenos Aires ma non mi lasciano. Hanno paura”, si lamenta un ragazzino, peraltro davanti al padre. “Dicono che qui sono più sicuro”. Avete letto il libro della Piñeiro? “Non ci interessa”, risponde il padre. E il film, lo avete visto? “No”. Nemmeno il film di Celina Murga? “Celina Murga? Chi è?”. Sempre quei modi duri, sospettosi, resi un po’ più accettabili dall’ineffabile valore aggiunto dell’accento porteño . “Anonimato assoluto su noi e sul country”. “Ma se non mi avete detto niente!”. Celina Murga è una regista di successo che nel suo film Una semana solos (realizzato con la supervisione di Martin Scorsese), racconta la storia di un gruppo di ragazzini di un country che i genitori lasciano soli per una settimana, affidandoli a una mucama (una domestica). Hanno da 12 ai 16 anni e, ignorando la donna, vanno in giro per il complesso a rubacchiare nelle case dei vicini e ad ubriacrarsi. Quando arriva il fratellino della mucama e cerca di unirsi ai giochi, lo trattano con disprezzo, perché è povero e scuro, e lo stesso atteggiamento verrà riservato alla guardia (di classe bassa) che interverrà per redarguire i ragazzini.

Sedute al bar del tennis, del polo o del golf, signore molto patinate, molto palestrate, sorbiscono i loro té (mai che si veda un mate, nei countries) come se avessero a disposizione tutto il tempo del mondo. Indossano abiti firmati e dicono mille volte divino. Accanto a loro, a volte, ci sono uomini elegantissimi dai visi duri e ragazzini pettinati alla moda, tutti stranamente uguali. Una parte della popolazione dei countries è rappresentata da loro. Un’altra parte è quell’esercito di cameriere, giardinieri e operai che ogni mattina si presentano ai gate. La differenza sociale tocca a volte livelli impensabili. Maristella Svampa ha raccontanto di un adolescente che aveva chiesto, ingenuamente, a una persona appena conosciuta: “Sei uomo, donna o mucama?”. Non è che tutti siano così, ma insomma…La ricca famiglia Bossi, che vive nel country di San Jorge, ha tre mucame che lavorano con loro da sempre e che trattano le ragazzine, Titi e Mercedes, quasi come figlie. Le mucame vivono in appartamenti decorosi a mezz’ora dal San George, e la famiglia Bossi è stata, caso piuttosto raro, molto disponibile a farsi fotografare.

Salvo eccezioni, però, i countries godono di pessima stampa. Clorindo Testa, uno degli architetti più famosi dell’Argentina, ha dichiarato di recente che “I barrios cerrados sono un ritorno al Medio Evo, alle mura, però in una versione più malata”. E lo scrittore Pablo Urbanyi, che vive in Canada ma torna spesso a Buenos Aires, sposa una tesi simile: “Esagerando un po’, credo che la risposta al fenomeno dei country risalga all’epoca dei signori feudali: la sicurezza grazie al potere. Perché, chiamamoli come vogliamo ma alla fine questi posti sono veri feudi con la differenza che anziché un feudatario ci sono vari signori che condividono un posto altamente protetto da vigilantes. Personalmente, trovo i countries insopportabilmente claustrofobici”.

Di sicuro c’è che non sono in sintonia con il new deal (rappresentano anzi un baluardo dell’anticristinismo), e c’è chi si chiede che ne sarà fra dieci anni. Per il momento, però, il fenomeno si mantiene stabile. E tra le articolate analisi dei detrattori, spicca l’ingenuità pragmatica (e un po’ boluda) di Federico Gaitan, abitante di un country: “Per fortuna vivo in un country…sono un privilegiato. Devo forse criticare la mia vita, il mio status? Devo essere povero per sentirmi felice? Devo avere rimorsi perché vivo in un country? No…”.

(dal magazine D di La Repubblica)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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