Malvinas, trent’anni dopo

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Cristina ha commemorato ieri il trentesimo anniversario della guerra (e, per l’Argentina, della sconfitta) delle Malvinas, inaugurando a Ushuaia, nella Terra del Fuoco, il mausoleo dedicato ai 654 soldati argentini caduti nel conflitto. Tre decenni sono passati, ma la ferita – evidentemente infiammata non solo dalla scadenza del trentesimo anniversario, ma anche (soprattutto?) dalla possibilità che nelle acque territoriali delle Falkland-Malvinas vi siano giacimenti di petrolio – resta più che mai aperta. E ieri la “presidenta” è tornata a rivendicare con forza e con molto nazionalistici accenti la sovranità argentina sull’arcipelago. Una sovranità da conseguire, questa volta, non attraverso una guerra, ma attraverso il “dialogo ed il rispetto degli interessi degli abitanti dell’isola”. E proprio qui sta il vero – ed allo stato delle cose irrisolvibile – nodo. Gli abitanti dell’arcipelago – i cosiddetti “kelpers”, meno di tremila coraggiosi che, da quasi 200 anni, vivono in uno dei luoghi più inospitali del pianeta terra – sembrano sapere molto bene, in realtà, quali siano i loro interessi. Semplicemente: loro sono e vogliono restare sudditi di sua maestà britannica. E, con più d’una buona ragione diffidano di chi afferma di voler “difendere i loro interessi”, ma nei fatti nega loro il più elementare dei diritti. Ovvero: quello ad un posto ad un eventuale tavolo di trattative con la Gran Bretagna.

Per l’Argentina, in ogni caso, non si tratta solo di commemorare una guerra perduta, o di rivendicare la propria sovranità sull’arcipelago.  Come la stessa Cristina Fernández ha sottolineato nel suo discorso di ieri, si tratta anche – soprattutto, per molti aspetti – d’una questione di “verità e di giustizia”.  La guerra fu, infatti, in quell’aprile del 1982, una delle molte infamie d’una dittatura militare assassina e, all’epoca, cinicamente protesa a far leva sullo spirito nazionalistico e patriotico per rinvigorire un potere sempre più indebolito dalla protesta di massa. Ora un rapporto la cui pubblicazione è stata approvata dalla stessa Cristina – il cosiddetto Rapporto Rattenbach – solleva finalmente il velo non soltanto sulle vere ragioni di quella guerra, ma anche sulle torture e sugli abusi che i comandi militari argentini praticarono sulle truppe. Insomma: le Malvinas sono argentine, ma in questa storia non sono sempre i colonialisti della perfida Albione i più cattivi della storia…

Molto belli alcuni degli articoli che Pagina 12 ha dedicato a quest’ultima parte della vicenda (vale a dire ai crimini che i comandi militari perpetrarono contro i loro stessi soldati . Eccone alcuni:

“Cuesta entender que también fuimos victimas” – di Fernando Cibeira

“Me hizo comer entre el proprio escrémento” – di Victoria Ginzberg

“El enemigo estaba entre nosotros” – di Nora Veiras

Frio y hambre en las islas – di Laura Vales

Heroes estaqueados – di Mario Wainfeld

Malvinas: prejuicios y deuda – di Federica Lorenz

 

Da leggere anche l’inserto de La Nacion: La guerra íntima

 

Per comprendere le contraddizioni del conflitto leggere, su El País di Madrid, la polemica tra John Carlin (Thatcher, libertadora argentina?) e Martín Caparrós (Gracias, Lady Thatcher?)

 

 

 

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