Motel, gente che va, gente che viene…

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di Gabriella Saba —-

Una stradina stretta e anonima lunga non più di cento metri, su cui si affacciano un negozio di piastrelle e un supermercato cinese. Al numero 45 c’è un grande spiazzo semivuoto, dietro lo spiazzo una casona grigia dall’aspetto abbandonato. Non c’è un’insegna, né una facciata, soltanto una sfilata di box per le auto protetti da cancelletti in canne in cui guadagni con fatica un posto libero. Una signora con un camice azzurro si materializza dal nulla. “Suite, vip o supervip?”. Gelida, neanche un accenno di sorriso. Eppure, basta seguirla di qualche passo per ritrovarsi nel magic world del motel più famoso del Cile: lo storico Hotel Valdivia. Un gigantesco villaggio kitsch nel cuore di Santiago, completamente invisibile all’esterno. Un labirinto di finte pareti in roccia e sentierini d’erba sintetica su cui si affacciano minuscole moschee dalle cupole dorate, brocche orientali e specchi, e in sottofondo il gracidio di finti uccelli e il suono di cascate. Molte decine di stanze si affacciano su quel paesaggio delirante, una diversa dall’altra: suite Kasbah si alternano a stanze Nativa che riproducono la foresta, a camere egizie con tanto di sfingi  e a modernissime stanze pop o disco con divanetti da psicanalista e grandi caleidoscopi che proiettano fasci di luce intermittente.

La tipa gelida apre la porta della stanza e spiega brevemente come funziona il tutto. Qualunque sia la sistemazione, c’è sempre una jacuzzi e specchi ovunque. Un televisore trasmette programmi porno, da un montacarichi arrivano piatti e bibite. Quando hai finito, ti tocca aspettare anche mezz’ora  prima di lasciare la stanza. La consegna è che per nessun motivo gli ospiti si debbano incrociare. Squillanti luci al neon segnalano l’uscita e l’entrata di ogni cliente. Anche nel box può capitarti di aspettare, non sia mai che veda chi c’è nell’auto del box accanto. Nessuno si lamenta, però. La privacy prima di tutto, e gli ospiti sono di solito così contenti che non fanno storie.

 

Dunque, i motel. Non si fa che parlarne a Santiago, e quasi tutti ci vanno, però si vedono poco. La maggior parte sono nascosti con alberi, infrattati dentro stradine anonime e cammuffati con ingressi dall’aspetto qualunque. Eppure sono centinaia, e all’ora di pranzo, la più gettonata, è difficile trovare posto.

Santiago è anche questo: motel cammuffati nel nulla. Pietra miliare nell’educazione sentimental-sessuale dei cileni che li accompagna nella vita adulta. Luoghi studiati per sfuggire alla routine o consumare amori clandestini ma anche, più banalmente, per consentire alle coppie con figli in casa di concedersi una notte di intimità come si deve.

La loro incredibile varietà creativa non corrisponde alla pessima fama del Paese, considerato il più represso e conservatore dell’America Latina. “Conservatore si, ma non represso”, dissente il 42 enne scrittore Rafael Gumucio, una delle penne più dissacranti del Cile e Direttore dell’Istituto di Studi Umoristici presso la prestigiosa Università Diego Portales. “La fine della dittatura ha dato il via a una grande vitalità, a un grande entusiasmo nel vivere la sessualità in maniera adolescente: e cioè genitale, veloce e senza complicazioni”. Ha occhi scuri che non si fermano un attimo e barba di tre giorni.  “La repressione cilena è un inganno. Semplicemente, noi crediamo nella forma delle istituzioni e non nello spirito. Non crediamo nei sentimenti. Pensiamo sia importante sposarsi e avere figli, ma non che ci si debba credere. La enorme diffusione dei motel fa parte di questa cultura”.

Sta di fatto che poche capitali nel Subcontinente possono vantare una offerta così ricca, che va da luoghi eleganti e quasi sobri a un’infinità di alberghi a ore straordinariamente fantasiosi.

Se è vero che spopolano le ambientazioni da antico Egitto, orientali e arabe, non mancano i colpi di originalità come quello del Duende (Il Folletto): una specie di castelletto nordico in cui le stanze sono ispirate al mondo degli gnomi, con corridoi strettissimi e coperti di tronchi. Il proprietario, Jorge Melo, lo ha aperto qualche anno fa e assicura che i folletti si aggirano in effetti nel palazzo. Più variegata l’offerta dell’Hotel Maravilla: stanze tappezzate da scene bucoliche in cui il letto è incastrato in un carretto in legno, suite medioevali con elmi e corazze appesi alle pareti e l’immancabile camera egizia in cui una mummia alta come un uomo sembra uscire da un sarcofago aperto, giusto di fianco al letto. Un campione del filone torbido-pacchiano è rappresentato dall’Hotel Marquez: luci basse e cupe, finti cigni che si baciano su letti inondati di petali e stanze Marylin in cui una bocca in plastica rossa tappezza un’intera parete. Anche l’offerta optional è molto assortita. L’elegante Motel Cozumel offre nel suo sex-shop nursery set (“travestimento erotico da infermiera perversa”) e flaconcini di feromoni, mentre lo chef dell’Admiral, uno dei cuochi più noti di Santiago, prepara cebiche afrodisíaci per le coppiette d’alto bordo che passano per il motel.

 

Il regista enfant prodige Matias Bize, 32 anni, ci ha ambientato un film, nel Cozumel. Si intitola En la cama e comincia e finisce nel motel. Stanze con tocchi messicani che il regista e la sua troupe hanno arricchito con luci “che fanno atmosfera”. Il film è la storia di due ragazzi che si conoscono a una festa, si piacciono e vanno in un motel. Non sanno nemmeno i rispettivi nomi, però finisce che a furia di far sesso si innamorano. “Ho scelto l’ambientazione di un motel perché è una cornice familiare per i cileni e perché è più adatta a raccontare una storia di comunicazione tra due sconosciuti”. Bize ha vinto il Premio Goya l’anno scorso con il film La vida de los peces, che ha partecipato al festival di Venezia di due anni fa ed è stato scelto per rappresentare il Cile agli Oscar nel 2011. Sembra un adolescente, ha lunghe gambe magre e occhi azzurri. “Anche io ho frequentato i motel, naturalmente, però quando ero più giovane. Il motel è una necessità per chi non ha casa, e in ogni caso è entretenido, è divertente”.

 

Non sono molti i santiaguini che non hanno mai messo piede in un motel, d’altronde. La bruna ingegnere quarantenne si lamenta che nessun fidanzato ce l’ha mai portata perché erano troppo noiosi per farlo, ma ammette di essere un’eccezione. Di motel si parla parecchio, si confrontano prestazioni e prezzi. Ci sono siti in cui i navigatori commentano le rispettive esperienze, con serietà e precisione. Altri in cui danno i voti. Ci sono scuole di pensiero. Per molti l’Hotel Valdivia è ancora imbattibile, ma i giovani e la gente alla moda preferiscono posti come Niagara e Triángulo 3, più soft e simili ad alberghi. E’ vero che anche Niagara ha le suite egizie, però le camere Picasso e Dalì sono piuttosto belle, e inoltre offre eccellenti sushi. Il proprietario di Triángulo 3 si chiama Francisco Salazar, a fondare il motel sono stati i genitori, tornati in Cile nel ’78 dopo aver vissuto Marin in Australia e Stati Uniti. Quando gli chiedi come mai tanti motel a Santiago, Salazar assicura che i latini “hanno la fama ben meritata di essere più focosi degli europei”, ma l’influenza della chiesa cattolica ha reso i cileni molto timorosi nel vivere il sesso. “Quando cresciamo, però, facciamo di tutto per dimenticare questi tabù rompendo le proibizioni della nostra cultura”. Per inciso, Triángulo 3 è il preferito da molta gente dello spettacolo ed è stato il primo a Santiago a introdurre i letti tondi e i materassi ad acqua.

Qualche motel fa donazioni e opere di bene. Ce ne è uno che finanzia un liceo e il celebre Marín 014 ha donato sei anni fa il 14 per cento degli incassi di 27 ore a Teleton. Nemmeno il Marín ha una insegna, soltanto un numero dorato che segnala la palazzina in calle Marín, famosa per i suoi motel contrassegnati da luci al neon. Il Marín è un capolavoro, nel suo genere. Riproduzioni a tutta parete del Bacio di Klimt tappezzano i muri mentre le 73 stanze sono decorate con giganteschi affreschi di ballerine nude di cabaret o dipinti di accoppiamenti in stile rimascimentale. La camera più famosa si chiama Caperucita Roja, Cappuccetto Rosso, e ha un grande letto rosso sulla cui testiera campeggia la scritta luminosa Para comerte mejor, Per mangiarti meglio. Héctor Silva, il gestore e figlio del proprietario, elenca con orgoglio i punti di forza del suo motel. “Insieme a mia sorella Pilar, architetta, abbiamo scelto di utilizzare l’arte e il colore come sinonimo di luogo gradevole invece delle atmosfere cupe che evocano la colpa. Al Marín abbiamo camere di tutti i tipi, da quella indocinese alla stanza Mille e una notte e inoltre jacuzzi graffitate, poltrone ginecologiche e stanze con globo luminoso da discoteca sul soffitto”.

 

Su quel motel, la compagnia teatrale La Patiperra ha fatto un’opera. Il direttore Juan Manuel Tapia ha raccolto le testimonianze delle cameriere e realizzato una performance piuttosto intensa. “Le cameriere sono il barometro perfetto delle pulsazioni del posto, una specie di croniste del quotidiano”, spiega Tapia. “Per quel che riguarda i motel cileni ritengo che accolgano le ansie, le fantasie, le realtà di una sessualità socialmente castrata. Nel nostro Paese il sesso spesso si nasconde e i motel sono un fantastico nascondiglio”. L’opera ha avuto successo anche se la critica si è divisa. “Il problema è che ho cercato di trasformare il pubblico in una specie di amante occasionale, che vedesse quello che non sempre può vedere e si appropriasse delle storie. Dato che in Cile il sesso si utilizza di solito per fare commedie, mettere la gente davanti a storie intense e sensibili era un rischio, che però ho voluto correre”.

Tra le storie messe in scena c’è quella di un amante infelice cha va una volta al mese al motel, solo, e piange disperatamente sulle lettere di una donna che lo ha abbandonato. Poi, torna a casa dalla moglie. Un’altra storia è quella di una donna che rimprovera ferocemente l’amante per la sua impotenza.

Il Marín, per dire, ha anche una camera per i ciechi. Mobili fissati a terra per impedire ai clienti di inciampare. La new wave motelera è così, inclusiva, e cerca di includere tra i suoi clienti tutte le fasce. Nuovi motel come Kapital sottolineano che sono aperti alle coppie gay, La Vie’n Rose fa sconti del cinquanta per cento a chi ha più di sessant’anni e altri praticano offerte speciali per gli universitari. I motel più all’avanguardia badano meno alla privacy di quelli tradizionali, hanno normali reception e dichiarano che “la vergogna va lasciata alle porte”. E’ probabile però che questa tendenza non piaccia alle coppie clandestine, che preferiscono la fantasiosa protezione dell’Hotel Valdivia. O posti come il Guayaquil in cui speciali sensori segnalano l’arrivo dei clienti e sollecite cameriere si precipitano ad accudirli, senza bisogno che nessuno le chiami.

 

 

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