Come le mosche

M ESSICO – Così muoiono i giornalisti in Messico. Marcela Yarce, della revista Contralínea, e Rocío González Trápaga, che lavorava per la rete televisiva Televisa sono state trovate morte, nude e strangolate, in un piccolo parco della deleazione di Iztapalapa,  nell’area di Città del Messico. E prima di loro, solo un giorno prima, era toccata a Humberto Millán Salazar, ucciso con un colpo alla testa ed abbandonato in un campo nei dintorni di Culiacán. Marcela, Rocío e Humberto sono i numeri 74, 75 e 76 nella lista dei giornalisti assassinati in Messico da quando, agli albori del nuovo millennio, le statistiche hanno cominciato a registrare questa specifica forma di omicidio. I delitti vantano una serie di comuni caratteristiche. Quasi sempre la vittima viene prelevata – ovvero viene “levantada” come recita il tenebroso gergo germogliato attorno a queste attività criminali – ed il suo cadavere viene poco più tardi fatto ritrovare – con di rado con evidenti segni di tortura – in qualche località della campagna. Quasi sempre le vittima era impegnata in inchieste che riguardavano il narcotraffico e sempre – assolutamente sempre – i suoi assassini hanno goduto della più totale impunità.

E la cosa peggiore è che, in questa moria di giornalisti, è in corso una ovvia escalation, molto ben descritta da questo articolo pubblicato lo scorso 2 agosto da El País di Cali, Colombia.

Ed ecco come, in quei medesimi giorni, l’agenzia Reuters ha riassunto il fenomeno.

Infine, ecco il rapporto del CPJ (Committee to Protect Journalists)

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