La madre di tutti gli scandali

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Frode, lavaggio di danaro ed arricchimento illecito. Tre reati che difficilmente possono essere messi in qualsivoglia relazione con la difesa dei diritti umani. Eppure proprio queste sono le accuse che oggi incombono su uno dei gruppi – le madri de la Plaza de Mayo – che negli ultimi quattro decenni la difesa dei diritti umani più hanno simboleggiato in Argentina e nel mondo intero. Com’è potuto accadere? Che cosa ha portato in questo pantano giudiziario l’organizzazione che, a suo tempo, in pressoché assoluta solitudine e con quotidiano coraggio sfidò i torturatori e gli assassini che terrorizzavano l’Argentina?

La storia è tremendamente semplice e, nel contempo, tremendamente complicata. Tremendamente semplice, perché del tutto lineari (e piuttosto ovvi) appaiono i meccanismi del delitto. Le madri de la Plaza de Mayo – o, più esattamente, la parte delle madri de la Plaza de Mayo che, dal 1986, fa capo a Hebe Bonafini – ha anni fa creato una fondazione (la Fundación de las Madres de la Plaza de Mayo, per l’appunto). E questa fondazione ha di recente dedicato se stessa, con un molto generoso apporto finanziario del governo dei Kirchner (Néstor, prima, Cristina poi), alla costruzione di case popolari. Molto poetico il titolo del progetto: Sueños compartidos, sogni condivisi. Condivisi, tuttavia, in modo a quanto pare piuttosto diseguale ed alquanto sospetto. In sostanza: tutte le costruzioni sono state in questi anni affidate, senza concorso alcuno, ad un’unica società – la Meldorek, non casualmente proprietà di Sergio Shocklender, amministratore della fondazione e braccio destro della Bonafini – che le case ha costruito a costi pari a più o meno il doppio di quelli di mercato. Un’evidente anomalia, questa, che lo stesso Shocklender ha sempre giustificato – quando si è degnato di giustificarla – con la migliore qualità del prodotto; ma che gli inquirenti – e, prima di loro, un discreto numero di inchieste giornalistiche seguite da una piuttosto diffusa vox populi – hanno molto più realisticamente messo in relazione con il rapido (ed altrimenti incomprensibile) arricchimento personale dello stesso Sergio Shocklender e del fratello Pablo. O più concretamente, con le per nulla “condivise” magioni e con le imbarcazioni di lusso (si parla anche di un jet privato) dai due acquistate negli anni in cui lavoravano per “Sueños compartidos”.

In sostanza: tutte le costruzioni sono state in questi anni affidate, senza concorso alcuno, ad un’unica società – la Meldorek, non casualmente proprietà di Sergio Shocklender, amministratore della fondazione e braccio destro della Bonafini – che le case ha costruito a costi pari a più o meno il doppio di quelli di mercato

A complicare tremendamente questa storia di ordinaria corruzione intervengono, tuttavia, diversi fattori. A cominciare dalla peculiarissima natura dell’organizzazione coinvolta – una vera e propria icona della lotta per i diritti umani – e da quella, forse ancor più peculiare, del rapporto tra i due fratelli Schoklender ed Hebe Bonafini. Hebe ha conosciuto, da visitante, Sergio e Pablo nel carcere nel quale i due erano finiti, non per reati politici, ma per avere – in un caso che, per la sua ferocia, era a riuscito a sconvolgere anche un paese alla ferocia assuefatto, come l’Argentina sotto il tallone della Giunta militare – assassinato a coltellate nel 1981 tanto il padre quanto la madre. La Bonafini ha sempre sostenuto d’avere ritrovato nei due fratelli parricidi – e nella loro apparente redenzione, umana e politica, dietro le sbarre – i due figli che la dittatura militare le aveva tanto crudelmente sottratto. Ed a loro è rimasta in effetti legata, anche dopo la loro liberazione, nel 1995, con la forza d’un vincolo familiare. O – come sostengono alcuni – con la sinistra ambiguità d’una assai rasputiniana relazione. Certo è, in ogni caso, che Sergio Schocklender è diventato, fin dalla fine degli anni ’90, il factotum di tutte le attività – finanziarie e non – di quella parte dell’Associazione de las madres de la Plaza de Mayo che, dopo la scissione del 1986, è rimasta sotto il comando (a tutti gli effetti dittatoriale, secondo molti) della Bonafini.

Ma la domanda che con più forza emerge dallo scandalo in corso, è, comunque, questa. Che cosa ci facevano (e ci fanno) le Madri della Plaza de Mayo nelle vesti di costruttrici di case? E, soprattutto, come e perché sono diventate, quelle madri, parte di un sistema di potere politico e finanziario? O, più esattamente: in che modo e per quali motivi la parte delle Madri guidata da Hebe Bonafini si è lasciata cooptare – al punto da diventarne parte integrante – dalla presidenza dei Kirchner? È stato solo perché Néstor – dopo le molte leggi di parziale o totale amnistia seguite al processo contro la Giunta militare ai tempi di Alfonsín – ha con forza riportato al centro dell’agenda politica la punizione dei responsabili dei crimini commessi ai tempi della dittatura? O si tratta di una relazione con molto meno nobili risvolti, all’interno della quale la Madri sono state chiamate – come sostenuto in quest’articolo del settimanale Perfil – a svolgere il ruolo di “scudo etico” di un sistema corrotto?

Che cosa ci facevano (e ci fanno) le Madri della Plaza de Mayo nelle vesti di costruttrici di case? E, soprattutto, come e perché sono diventate, quelle madri, parte di un sistema di potere politico e finanziario?

Quale che sia la risposta a queste domande, gli ultimi eventi hanno riportato in primo piano il “lato oscuro” della personalità di Hebe Bonafini, il più visibile ed il più controverso – e, per non pochi aspetti, detestabile – tra i simboli di un movimento che è parte integrante e luminosa della storia della difesa dei diritti umani nella seconda metà del secolo scorso.

Hebe ha avuto un ruolo indiscutibilmente di grande rilievo nella creazione del movimento delle Madri. Ed è stata anche quella che, caduta la dittatura nel 1985, più ha fatto per rompere quello stesso movimento; o, più esattamente, per avvizzirlo all’interno d’una visione settaria ed intollerante della difesa dei diritti umani e della sacrosanta, nobilissima battaglia per la giustizia, per la punizione di chi aveva torturato, assassinato e violato un’intera generazione di giovani. Per la Bonafini questa battaglia non poteva e non può che identificarsi che con le ragioni di chi – come i Montoneros peronisti o i guerriglieri dell’ERP (l’Ejercito Revolucionario de Pueblo, al quale appartenevano entrambi i suoi figli arrestati e svaniti nel nulla – aveva scelto la via della lotta armata ben prima del golpe militare del ’76. E proprio a questo Hebe si è sempre riferita – in questo modo provocando la scissione del movimento nel 1986 – quando in questi anni ha parlato dei “nostri figli”: ai guerriglieri ed ai loro ideali. Non ai moltissimi giovani – la maggioranza dei desaparecidos, visto che già alla fine del ’76 dei Montoneros e dell’Erp non restava che polvere – finiti nelle maglie della repressione solo perché “inconformi” con il nuovo potere e, per questo, in qualche modo ritenuti sospetti.

Di Hebe Bonafini si sono, in questi anni ascoltate molte parole. Quasi tutte marcate da un’intolleranza aggressiva, di grana grossa. E, non di rado – per quanto accolte dalla parte più ebete della sinistra argentina come una prova di “spontaneità” e di sincerità sempre accompagnata da scroscianti applausi – capaci anche di far accapponare la pelle a chiunque non condividesse in ogni dettaglio la sua visione rozzamente manichea del mondo. Come quelle che, da lei pronunciate l’11 settembre del 2001, testimoniarono la sua incontenibile gioia – e la sua incontenibile ammirazione per i “compagni” di al-Quaeda – di fronte al crollo delle Torri Gemelle. Parole che il giornalista Horacio Verbitsky, di Pagina 12 – uno che fu suoi tempi, un simpatizzante Montonero definì “sanguinarie ed infantili”, solo per ricevere in risposta insulti di non troppo velata marca antisemita (Verbvitsky è ebreo).

Questa era, fino a ieri, Hebe Bonafini. E questa è oggi: una donna che ha messo al servizio dei due governi Kirchner il suo mitico fazzoletto bianco – non si tratta d’una metafora: Hebe ha davvero solennemente consegnato un fazzoletto bianco a Néstor Kirchner – insieme alla sua proverbiale aggressività (per la Bonafini chiunque criticasse i Kirchner veniva trattato come un complice degli orrori della dittatura militare) ed a quel che resta del suo prestigio di grande lottatrice per i diritti umani. Ricevendo in cambio – in buona o in cattiva fede – danari usati per programmi sociali che, adesso, si stanno rivelando una truffa.

Nulla, per ora, indica che parte dei fondi allegramente manovrati dai due fratelli Schoklender sia finita – foss’anche i minuscole proporzioni – nelle tasche di Hebe. Ma resta il fatto che tutto è avvenuto (ed avvenuto quasi alla luce del sole) all’ombra di quel bianco fazzoletto che tanto ha significato e significa per la battaglia in difesa dei diritti umani. Comunque vada a finire, questa è una gran brutta storia. Brutta per la Bonafini. Brutta per la Madri. Brutta per tutti.

 

 

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