Una mezz’ora segnata dal destino

La rivoluzione bolivariana di Hugo Chávez non risparmia neppure l’orologio

 

12 febbraio 2007

di M.C.

 

Una mezz’ora segnata dal destino batte nei cieli della Patria…Sia chiaro: Hugo Chávez Frias, presidente bolivariano del Venezuela, non è Benito Mussolini. E, tutto sommato, neanche gli assomiglia – o gli assomiglia troppo -, nonostante il minimo (e visibilissimo) comun denominatore d’un debordante narcisimo, accompagnato dall’ovvia convinzione (comune ad entrambi e, d’entrambi, elemento assolutamente caratterizzante) d’essere un “uomo della Provvidenza”. Eppure proprio il più celebre (e tragicamente malfamato ) dei discorsi del Duce – quello con cui trascinò l’Italia nell’avventura della Seconda Guerra Mondiale – è inevitabilmente venuto alla mente, in forma “dimezzata” ed in chiave semiseria, quando, nel corso d’uno dei suoi “Aló presidente” televisivi, Chávez ha spiegato al Paese la decisione d’introdurre la “hora official”. O meglio: la “media hora official”, visto che il suo piano prevede – a partire da una data ancora non precisata – lo spostamento in avanti delle lancette dell’orologio, non di un’ora, come sarebbe stato lecito attendersi, bensì di mezz’ora.

Perché mezz’ora e non un’ora piena? Con molta solennità il presidente bolivariano – per l’occasione accompagnato da Héctor Navarro, capo del “Minpopopcite”, Ministerio del Poder Popular para la Ciencia y la Tecnología – ha spiegato come quella mezz’ora in meno avesse tre scopi fondamentali. Il primo: adattare i tempi di vita e di lavoro ad un metabolismo umano naturalmente legato alla luce del sole (Navarro ha illustrato in dettaglio come, posponendo di trenta minuti la giornata, si possa vincere una fondamentale battaglia contro i “microsueños”, gli abbiocchi che tanto negativamente influiscono sulla produttività). Il secondo: risparmiare energia. Il terzo: restituire agli orologi venezuelani (ed ai loro proprietari) quel che era stato loro surrettiziamente sottratto nel 1965, per volontà dei “padroni del vapore” e di Raúl Leoni, il presidente che, allora, ne difendeva gli interessi a discapito del diritto al sonno della classe lavoratrice. Insomma: introducendo – o reintroducendo – la “hora official” di mezz’ora, il governo bolivariano intendeva confermare la sua vocazione anticapitalista ed antimperialista. Laddove per imperialismo s’intendeva (e s’intende) quello, molto specifico, del fuso di Greenwich, notoriamente funzionale agli interessi del colonialismo britannico (o della “perfida Albione”, volendo restare nell’ambito delle metafore mussoliniane). Il che spiegava per quale ragione fosse toccato all’indiscusso ed indiscutibile leader della rivoluzione – cioè a Chávez medesimo – il compito d’illustrare personalmente al popolo la novità.

Non tutti hanno capito. E, non capendo, molti hanno d’acchito aggiunto la vicenda di quella “mezz’ora segnata dal destino” al lungo elenco delle pittoresche bizzarrie d’un leader che – come già ci è capitato di notare (vedi “Pallone gonfiato”) – non è formalmente un dittatore, ma ama comportarsi come tale (presumibilmente perché tale – e con una certa fretta – intende diventare). Citatissimo l’esempio cinematografico d’uno dei più antichi tra i film di Woody Allen: quel “Bananas” (“Il dittatore dello stato libero di Banana”, era il titolo in italiano), nel quale il “rivoluzionario” dittatore d’un immaginario staterello tropicale decide che la biancheria intima dovrà, da quel momento, essere indossata al di sopra degli abiti. Quasi che a spiegare la genesi di quella mezz’ora fatale bastassero il capriccio d’un uomo – o di un mitico “capo” – e la memoria d’una pellicola comica.

L’idea di Chávez non è, in realtà del tutto originale, essendo in effetti almeno quattro – India, Afghanistan, Iran e Myanmar (quest’ultimo attestatosi non sulla mezz’ora, ma sui 45 minuti di differenza rispetto al fuso imperialista – i paesi che hanno adottato questo tipo d’orario “dimezzato”. Né, come qualcuno potrebbe a questo punto obiettare, sfoderando antichi pregiudizi, si tratta d’una fenomenologia tipicamente “terzomondista”, visto che anche un pezzo del molto “primomondista” Canada – il Newfoundland – ha, in realtà, seguito questa strada. Ragione dell’anomalia? In questo caso una soltanto, ma strenuamente difesa, coram populi, da ogni tentativo di restaurazione: il piacere – molto comprensibile in una parte del mondo che assai raramente fa, come si dice, notizia – di sentirsi sistematicamente citata alla fine d’ogni telegiornale. “Questo è tutto per stasera. Il prossimo notiziario alle 8 di domattina, otto e mezza per il Newfounland”.

E qui veniamo al dunque. Ovvero: alle più probabili e più profonde ragioni che hanno spinto la rivoluzione bolivariana ad occuparsi dell’orologio. Come gli abitanti del Newfoundland, anche Chávez vuole, evidentemente, che si parli di lui. Non, ovviamente, perché di lui nessuno parli mai – visto che di lui, al contrario si parla probabilmente anche troppo e troppo, certamente, lui parla di se stesso – bensì perché, come tutti i narcisisti e come tutti gli uomini del Destino, Chávez di tutto questo non ne ha mai a sufficienza. Il presidente bolivariano ha, infatti, un vitale bisogno della luce dei riflettori. E, una volta illuminato – altra differenza con gli abitanti del Newfoundland – non può fare a meno di illuminare gli altri. O, più esattamente: non può fare a meno di offrire un’immagine “eroica”, epica di se stesso. Nulla di quello che fa o decide può essere, o anche solo apparire, normale. Tutto deve portare il marchio della Storia o, per l’appunto, essere, mussolinianamente, “segnato dal destino”. Tutto, anche la decisione di cambiare l’ora, o la mezz’ora, per risparmiare energia. E si sa che la linea di confine che separa le ore “segnate dal destino” e le ore, o mezze ore, segnate dal ridicolo è spesso molto sottile.

Il tutto, comunque, non senza qualche positivo risvolto per il Venezuela. In un molto divertente commento pubblicato dal New York Times, Gail Collins rammentava come, proprio perché non di rado ridicole, le bizzarrie narcisistiche di Chávez restino talora – se non ripetute dal grande capo (che tuttavia, putroppo, si ripete quasi sempre) – lasciate senza seguito dagli apparati del suo stesso regime. Fosse esistita la stessa prassi negli Usa, conclude saggiamente l’articolista con ovvio riferimento a Bush, “pensate a tutte le cose che avremmo evitato negli ultimi sei anni”…

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