Il “Super Tuesday” apre la strada ai “superdelegates”

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La più importante tornata di primarie (24 Stati) si è risolto, in campo democratico, con un virtuale pareggio tra Obama e Hillary. Il che significa che a Denver potrebbero essere i grandi boiardi del partito a scegliere il vincitore (o, più probabilmente, la vincitrice)

 

12 aprile 2008

di M.C.

 

“Things to do in Denver when you’re dead“, cose da fare a Denver quando sei morto, recitava il titolo di un film che, una decina d’anni fa, ebbe un più che discreto successo tra gli amanti del genere thriller. E pressoché inevitabile era che, visto l’andamento delle primarie democratiche – anch’esse divenute un appassionante thriller – qualcuno finisse per rispolverare, in una scontata parafrasi, il ricordo di quella vecchia pellicola: “Things to do in Denver when you’re deadlocked”, cose da fare a Denver quando sei giunto ad un punto morto.

Così infatti stanno le cose. Il “Super-Duper-Tuesday” – ovvero: la più grande concentrazione di primarie in un solo giorno della storia del processo elettorale americano – s’è risolto, in campo democratico, in un virtuale pareggio tra Hillary Clinton e Barak Obama. E la possibilità che ora, si giunga alla convenzione di Denver, Colorado, con la nomination ancora aperta – deadlocked, giunta a un punto morto e, proprio per questo, a suo modo, più che mai vitale – appare tutt’altro che remota. Che cosa accadrà, dunque, nel caso che nessuno dei due contendenti abbia già, nel proprio carniere elettorale, i 2025 delegati necessari per diventare il candidato democratico nella corsa alla Casa Bianca? Quali sono, per l’appunto, le cose da fare a Denver, per vincere la contesa? O meglio: quali sono nel caso di una “brokered Convention” le reali possibilità dei due contendenti? E, soprattutto, che cos’é una “brokered Convention”?

La risposta è semplice e, al tempo stesso, tremendamente complessa. La “brokered Convention”, o convenzione “contrattata, negoziata, mediata” è, per l’appunto, una convenzione nella quale i giochi ancora non son fatti. Ed effettivamente “brokered”, fino agli anni ’50 – ovvero fino all’inizio della pratica delle primarie in sostituzione, quasi ovunque, dei vecchi “caucus” – erano state pressoché tutte le convenzioni democratiche e repubblicane. Luoghi d’intrighi dietro le quinte e di infiammati discorsi contrapposti di fronte a platee divise, spesso turbolenti spettacoli di democrazia in azione (democrazia elitaria, ma pur sempre democrazia), con tutto il bello, il brutto ed il cattivo che la democrazia in azione comporta. Gli annali ricordano vere proprie ed estenuanti maratone, la più interminabile delle quali fu quella che si consumò, sul versante democratico, nell’Anno del Signore 1924, in quel del Madison Square Garden di New York, quando ci vollero ben 103 votazioni consecutive per nominare John W. Davis (poi sconfitto dal presidente uscente Calvin Coolidge), come scelta di compromesso tra William G. McAdoo e Alfred E. Smith, i due contendenti “deadlocked”. Le ultime Convention a tutti gli effetti “brokered” furono quelle che, nel 1948, videro la nomination del repubblicano Thomas Dewey (poi sconfitto di strettisima misura da Harry Truman), e, nel 1952, quella che vide la vittoria (del tutto pirrica, visto che poi perse di fronte ad Ike Eisenhower) del democratico Adlai Stevenson. Da allora, da luoghi di scontri e di decisioni, le Convention si sono sempre più trasformate in “passerelle” o, per meglio dire, in manifestazioni eminentemente destinate a lanciare, in un ostentato spettacolo d’unità e di forza, la campagna presidenziale d’un candidato già da tempo designato. Uniche “quasi” eccezioni (quasi nel senso che le convenzioni non furono formalmente “brokered”, ma ci arrivarono molto vicino): la convenzione repubblicana del 1976 (quella che, per un pelo, scelse il presidente uscente Gerald Ford, contro un arrembante sfidante di nome Ronald Reagan) e quella democratica del 1984 (vinta, infine, da Walter Mondale).

Che accadrà in questo 2008? Di certo non c’è che questo: allo stato delle cose del tutto remota appare la possibilità che Hillary o Obama raggiungano prima dell’appuntamento di Denver il numero di delegati necessario per sancire la propria vittoria. E questa certezza torna ad illuminare uno dei lati oscuri d’un processo elettorale – quello delle primarie – a conti fatti molto meno democratico di quel che appare. Più in concreto: torna a mettere in risalto – o, se si vuole, ad esaltare – il decisivo ruolo dei cosiddetti “superdelegati”.

Chi sono i “superdelegati”? Sono, in buona sostanza, i delegati che, in virtù del proprio ruolo (storico o corrente) all’interno del partito partecipano di diritto (e ovviamente con pieno diritto di voto) alla convention: ex presidenti, senatori e deputati, governatori e, in grande maggioranza, uomini d’apparato. A Denver saranno 852 (29 governatori, 232 congressisti, 51 senatori – inclusi i due “senatori ombra” di Washington D.C. – e 540 dirigenti di partito. Più Jimmy Carter e Bill Clinton). In tutto: il 20 per cento del totale. In pratica: il classico ago della bilancia.

Neppure questa, ovviamente, è una novità. Del tutto noto, anzi, è come – fino al fatidico 1968 – fossero proprio i superdelegati a fare, nelle convenzioni democratiche, il bello ed il cattivo tempo. Più il cattivo che il bello, in effetti, come tra i lacrimogeni della Convenzione di Chicago, confermò, in quell’anno, la nomination di Hubert Humphrey, decisa quasi in solitudine dallo storico sindaco della città, Richard Daley, grande padrone della macchina elettorale democratica, contro la volontà dei “veri” delegati, in gran parte eletti a sostegno di Eugene McCarty e Robert Kennedy (assassinato poche settimane prima). Fu dopo quella debacle – consumata sotto gli occhi di un mondo in subbuglio – che una radicale riforma restituì, o meglio, per la prima volta dette, il potere agli elettori di primarie finalmente trasformate in veri strumenti di decisione. Con risultati che tuttavia – capita in democrazia – si rivelarono alla prova dei fatti non proprio esaltanti per il partito. Non per colpa della ritrovata “pulizia” del processo, ovviamente, ma per le circostanze storico-politiche nelle quali quel processo conobbe il suo battesimo del fuoco. Il nuovo sistema di primarie senza superdelegati portò infatti, nel 1972, alla nomination di George MvGovern ed alla sua catastrofica sconfitta (1 Stato contro i 49 vinti da Nixon) nella corsa alla Casa Bianca. Poi, nel ’76, fu la volta di Jimmy Carter, vittorioso grazie agli effetti del Watergate, ma battuto da Reagan quattro anni dopo.

Il che spiega perché, agli inizi degli anni ’80, il partito sia tornato senza troppa fanfara all’antico (a decidere tutto fu una molto poco pubblicizzata commissione diretta dal governatore del North Carolina, James Hunt), ridando ai superdelegati buona parte del potere perduto. Con effetti che, forse, toccherà alla Convention di Denver misurare per la prima volta nella pratica. I calcoli (per quanto non semplicissimi) danno a Hillary Clinton un piuttosto marcato (e prevedibile) vantaggio. Secondo CNN, Hillary avrebbe già oggi dalla sua quasi 200 superdelegati contro i meno di 100 favorevoli ad Obama. E non v’è dubbio alcuno che – dovessero davvero essere i superdelegati a decidere la partita – tutto (o quasi tutto) gioca a suo favore. Perché grande è, all’interno del partito, l’influenza di Bill Clinton. E perché per Hillary – già fortissima di suo all’interno dell’apparato – sta alacremente lavorando Terry McAuliffe, ex capo del Democratic National Committee.

Tutti i giochi sono aperti e non resta che attendere. Certo sarebbe triste se, alla fine, dovessero essere davvero i boiardi del partito a decidere le sorti di quella che, fin qui, in un trionfo di partecipazione e di speranza, è stata una delle più entusiasmanti battaglie elettorali della storia della democrazia americana.

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