McCain: lasciate che le donne vengano a me…

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La scelta di Sarah Palin come running mate, tradisce (forse troppo grossolanamente) il desiderio di catturare il voto femminile “liberato” dalla sconfitta di Hillary Clinton

 

3 agosto 2008

di Massimo Cavallini

 

Nel giorno in cui l’America comincia, ufficialmente, a fare i conti con la realtà d’un candidato alla presidenza di pelle nera, John McCain ha rivelato – con studiata scelta di tempo e sostanza – l’identità della persona che lo accompagnerà, nelle vesti di aspirante vicepresidente, nella sua corsa per la Casa Bianca. Si tratta – sorprendentemente, ma non troppo – d’una donna: la governatrice dell’Alaska, Sarah Palin, 44 anni, il cui nome non era mai figurato, nelle scorse settimane, tra i più accreditati pretendenti alla carica. Fino a ieri i pronostici andavano, con pochissime eccezioni, a favore dei due personaggi che, entrambi di sesso indiscutibilmente maschile, sembravano essere sopravvissuti al lungo e tormentato processo di selezione: il governatore del Minnesota (Stato che ospiterà la Convention repubblicana a partire da lunedì), Tim Pawlenty; e l’ex governatore del Massachusetts , Mitt Romney, che, finché sopravvisse ai propri errori, fu assai fiero avversario di McCain nel corso delle primarie. Ma già nella mattinata – mentre a Dayton, Ohio, McCain andava preparando l’atto ufficiale della presentazione della sua scelta – entrambi i contendenti s’erano chiamati fuori dalla contesa, regalando ai cronisti un imprevisto intermezzo di suspense.

Un breve intermezzo, in ogni caso. Già prima che, nella East Coast, il sole raggiungesse il suo punto più alto, “fonti repubblicane” avevano diffuso ai quattro angoli del pianeta la notizia che Sarah Palin, da due anni massima autorità nello Stato dell’Alaska, era stata prescelta per affiancare John McCain. Ed a quel punto altro non restava, a cronisti ed analisti politici, che provare a capire le ragioni che avevano spinto il candidato repubblicano a cercare nel gelo del più estremo NordOvest quello, anzi, quella che doveva essere la sua compagna di viaggio. O, meglio ancora: quella che – come vogliono le regole non scritte della politica Usa – doveva a suo modo simboleggiare (o surrogare laddove ve ne fosse bisogno) le ragioni della sua corsa presidenziale.

Dunque: perché John McCain ha scelto Sarah Palin? Quanti piccioni – volendo ricorrere alla più abusata delle metafore – il candidato repubblicano pensa di poter prendere con questa fava? I primi due piccioni appaiono piuttosto ovvii. Sarah Palin è una donna ed è giovane. Ed ha pertanto – almeno a prima vista – la capacità d’aiutare MCain nella ricerca del voto femminile, nel contempo offrendo qualche sfumatura di verde al grigiore d’una candidatura appesantita dalla piuttosto vetusta età anagrafica del senatore dell’Arizona (a quasi 72 anni, McCain è il più vecchio candidato di primo termine alla Casa Bianca della storia d’America). Da alcune settimane – ed in particolare da quando Barack Obama ha annunciato la scelta di Joe Biden come “running mate” alla vicepresidenza – John McCain ha teso a presentare se stesso come il “grande vendicatore” di Hillary e delle sue più irriducibili sostenitrici (una delle quali, tale Debra Bartoshevich è diventata protagonista d’un martellante spot televisivo in appoggio alla campagna repubblicana). Sicché molto semplice – persino troppo semplice – appare alla luce di questo precedente la logica della scelta. Per dirla parafrasando i Vangeli: lasciate che le donne vengano a me…

Ma il voto femminile ed il ringiovanimento del “ticket”, non sono, in verità, gli unici due piccioni che finiscono (o che dovrebbero, nelle intenzioni, finire) nella rete di McCain. Sarah Palin non è, infatti, solo donna e giovane. È anche una curiosa miscela d’eterodossia e d’ortodossia repubblicana i cui effetti non sono – guardando alle elezioni di novembre – facili da misurare. Palin è decisamente “eterodossa”perché, in questi due anni, si è spesso scontrata con la macchina del partito repubblicano d’Alaska (notoriamente una delle più corrotte e clientelari dell’Unione). Ed ortodossa, anzi, dogmaticamente ortodossa, perché è, a tutti gli effetti, una fondamentalista cristiana, una nemica giurata dell’aborto (il che spiega l’istantaneo ed incontenibile entusiasmo con cui la sua nomination è stata accolta dalla destra cristiana), della teoria dell’evoluzione e di qualsivoglia tesi scientifica che si contrapponga ad una interpretazione letterale delle Sacre Scritture.

In sintesi: Sandra Palin offre a John McCain – della cui campagna elettorale tutto si può dire, tranne che abbia fin qui suscitato entusiasmi di sorta – una lunga serie di aiuti. Lo aiuta con il voto femminile e lo aiuta a togliere qualche ruga all’immagine della sua candidatura. Lo aiuta a rafforzare la sua immagine di “maverick” – pensatore indipendente capace, all’occorrenza di schierarsi contro il proprio partito – uscita molto logorata da primarie nel corso delle quali McCain s’è spesso sottoposto alle più umilianti cerimonie di sottomissione alla volontà dell’ortodossia repubblicana. E, Infine, l’aiuta con la destra cristiana, un settore dell’elettorato repubblicano con il quale – nonostante le umilianti cerimonie di sottomissione di cui sopra – McCain ha sempre avuto un rapporto alquanto contrastato.

Molti aiuti. Troppi probabilmente. Troppi e – altrettanto probabilmente – destinati ad annullarsi l’un l’altro. Difficile è infatti credere – giusto per fare il più ovvio degli esempi – che una fanatica antiabortista possa, per il solo fatto d’esser donna, suscitare qualche attrattiva anche tra le più deluse sostenitrici di Hillary. Alle quali, peraltro – dimostrando una sfacciataggine che potrebbe trasformarsi in boomergang – la stessa Palin non ha esitato a fare nient’affatto velato appello (esaltando con forse troppo palese cinismo la “luminosa” figura di Hillary) nel corso del suo breve discorso d’investitura a Dayton.

Né i precedenti storici sono – com’è noto – di gran buon auspicio. Nel 1984 Walter Mondale scelse Geraldine Ferraro, rappresentante eletta nel distretto di Queen, a New York, per cercare di contrastare il secondo mandato di Ronald Reagan. E le cose finirono malissimo, ben al di là della pressoché scontata sconfitta del candidato democratico…

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