McCain, Gustav e la cicogna

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Gustav (l’uragano) molto signorilmente risparmia gli argini di New Orleans, ma la tempesta Bristol scuote i lavori (momentaneamente sospesi) della Convention repubblicana

23 agosto 2008

di Massimo Cavallini

 

È passato l’uragano Gustav. E, passando, ha lasciato intatti (o quasi) gli argini che proteggono New Orleans, portandosi via, in compenso – e d’un sol colpo – George W. Bush e Dick Cheney. A St. Paul, nella fastosa cornice del Xel Energy Center, i delegati repubblicani hanno avuto, lunedì notte, più d’una buona ragione per tirare il proverbiale sospiro di sollievo. La furia della natura – meno furiosa, in realtà, di quel che molti meteorologi avevano pronosticato – ha risparmiato al paese la replica della più umiliante e tragica debacle governativa del secolo in corso e di quello precedente (la catastrofica risposta all’uragano Katrina, il 29 agosto del 2005). E, nel contempo, ha regalato alla Convenzione un eccellente ragione per aggirare quello che, prima dell’arrivo del ciclone, sembrava essere (e di fatto era) il più imbarazzante e, insieme, il più inevitabile dei momenti. Ovvero: l’intervento del presidente in carica e quello del suo tenebroso vice, entrambi programmati per il primo giorno di dibattito. Ed entrambi da accogliere – come il protocollo impone – con il proverbiale tripudio di applausi.

Niente di tutto questo è accaduto. Ieri l’atro, l’effetto serra ha mostrato, da gran signore, di non portar rancore alcuno a quanti – come i più duri tra i repubblicani – lo rinnegano e lo deridono come l’invenzione di ambientalisti smidollati. E, messosi da par suo in azione nelle sempre più bollenti acque del Golfo del Messico, ha regalato a John McCain l’occasione per avvolgere se stesso nella bandiera a stelle e strisce in una situazione d’emergenza – “Questo è il momento di togliersi il cappello di repubblicani e d’indossare il cappello di americani”, ha detto domenica sera, annunciando la sospensione della Convention –; e, nel contempo, la possibilità di saltare d’un balzo (e senza dar nell’occhio) un ostacolo che, altrimenti, avrebbe richiesto, per esser superato, equilibrismi ed acrobazie da saltimbanco. Fuor di metafora: Gustav ha evitato che la presenza di Bush e Cheney – in quelle ore eroicamente impegnati sul fronte della lotta contro venti e maree – ricordasse al mondo come la candidatura di John McCain fosse, al di là d’ogni equivoco, la naturale erede degli otto anni di governo d’un Amministrazione che oggi vanta (e con pieno merito) i più alti indici d’impopolarità della storia degli Stati Uniti d’America (o quantomeno di quella parte di storia marcata dalla ineludibile presenza dei sondaggi d’opinione).

Tutti gli argini, dunque, hanno apparentemente retto. Quelli di New Orleans, risparmiati assai più dalla diminuita forza dell’uragano (Gustav ha, all’ultimo istante, degradato se stesso a categoria 2 ed ha scelto come punto d’atterraggio, o “landfall”, un tratto di costa un centinaio di chilometri ad ovest di Big Easy) che dai lavori di rafforzamento degli ultimi tre anni. E, ovviamente, quelli della linea politica d’un John McCain ossessivamente teso a rappresentare se stesso (anche in questo caso contro i venti e le maree della storia) come un “maverick” (così si chiamano i bisonti che vivono fuori dal branco); anzi, per ripetere lo slogan d’uno dei suoi spot televisivi, come “the original maverik”, come un prototipo dell’uomo politico indipendente e disinteressato, dell’assoluto outsider la cui massima, anzi, il cui unica aspirazione è sempre stata, ignorando ogni personale vantaggio, quello di “riformare Washington” contro le miserie e le faziosità dei partiti. George W. Bush (e forse anche il torvo Cheney) regaleranno probabilmente alla Convenzione, in qualche momento, un breve intervento via satellite. Ma eviteranno di marcare, come nell’ouverture di un’opera, l’aria d’una rappresentazione il cui scopo è, fondamentalmente, quello di far credere al mondo (e, soprattutto, ad un elettorato di pessimo umore) che John McCain è, in questa contesa, il vero candidato “anti-establishment”.

Nessuno, insomma, può in coscienza dire che Gustav non abbia fatto tutto quello che poteva fare per dare una mano a John McCain. Il problema, per John McCain e per i repubblicani, è che tutto quello che Gustav poteva fare (e che ha fatto) è ben lungi dall’essere tutto quello di cui McCain ed i repubblicani hanno bisogno. Giusto per fare un esempio. Gustav ha potuto, frenando se stesso, evitare una replica di Katrina 2005. Ma non ha potuto cancellare la storia. Vale a dire: non ha potuto evitare che il suo arrivo di per sé rammentasse, per ovvia assonanza, o per contrasto, quello che accadde tre anni fa. L’indifferenza del presidente, e, poi, le sue prime, grottesche esibizioni televisive di fronte all’apocalisse. La patetica risposta della FEMA, l’agenzia antidisastro che, negli anni di Clinton, era considerata un modello di efficienza… Più alcuni dettagli che – per quanto abbastanza “innocenti” – non contribuiscono granché ad illuminare l’immagine “indipendente” del candidato repubblicano. Né, tanto meno, la sua prontezza nel mettere se stesso al servizio della patria in pericolo. Indovinate, infatti, dov’era George W. Bush, la mattina del 29 agosto del 2005, mentre la furia dell’uragano s’abbatteva sulle coste del Golfo. Era – come alcune allegre fotografie riesumate per l’occasione inequivocabilmente testimoniano – a Phoenix, intento a celebrare, con tanto di torta e candeline, palloncini e sorrisi a cinquantadue denti, il sessantanovesimo compleanno del “senior senator” dell’Arizona. Per l’appunto: “the original maverik”, John Sidney McCain III.

Ma, soprattutto, Gustav non ha potuto evitare che, mentre lui molto signorilmente se ne andava, gradualmente spegnendosi nell’entroterra della Louisiana, arrivasse la cicogna. Fuor di metafora: non ha potuto evitare che la Convention, salvata dalla presenza di presidente e vicepresidente, venisse inopinatamente colpita da un altro uragano: la notizia dello stato di gravidanza, fuori dal matrimonio, della figlia 17enne di Sarah Palin, l’energica governatrice dell’Alaska scelta da John McCain per completare il “ticket” presidenziale. In sé, nulla di tragico, nulla di male. O meglio: nulla che, in un normale contesto, non comporti – specie in un mondo recentemente intenerito dal grande successo del film “Juno” – altro che simpatia e solidarietà per la giovane Bristol, che ha deciso di tenere il bambino (sposandone il padre) e per la famiglia che, come annunciato in un comunicato ufficiale domenica sera, ha scelto di aiutarla con amore e comprensione a vivere questa “prima esperienza da adulta”. Il fatto è che la Convenzione repubblicana di St. Paul, non può, in nessun modo, essere considerata una circostanza normale.

La famiglia Palin e John McCain, hanno immediatamente reclamato “rispetto” per la privacy di una madre poco più che bambina e per una giovane nonna coraggiosamente impegnata a sostenerla (così come sostiene i suoi altri quattro figli, l’ultimo dei quali nato da poco), mentre si batte per conquistare il secondo più alto scranno del pianeta Terra (la carica di vicepresidente degli Stati Uniti d’America). E Barack Obama ha immediatamente fatto eco invitando tutti – con parole tanto nobili quanto prevedibili – a “lasciare i bambini fuori dalla contesa”. Ma egualmente impetuoso – e, in questo caso, potenzialmente distruttivo – è stato (ed è) il vento sollevato dal caso.

L’arrivo della cicogna in casa Palin comporta, per una candidata che sventola come un incontaminato vessillo il suo fondamentalismo cristiano, alcuni ovvi problemi di coerenza. Ed assai probabile è che Sarah sia, nelle prossime ore, costretta a rispondere a domande che riguardano la sua rigorosa difesa dell’astinenza prematrimoniale e la sua fermissima opposizione all’uso di anticoncezionali di qualsivoglia natura. Ma molto più di questi imbarazzanti momenti – probabilmente destinati a non lasciare che qualche modesta traccia nella campagna per la Casa Bianca – ciò che davvero minaccia di ferire la candidatura di John McCain (il maverick che, al di là della sua libertà di pensiero e d’azione, ha fin qui agitato la bandiera della propria esperienza contro l’immaturità di Obama) è l’immagine di strumentale superficialità che la vicenda di Bristol proietta sul processo di selezione di Sarah Palin. I dirigenti della campagna presidenziale repubblicana vanno, in queste ore, giurando e spergiurando di esser stati a conoscenza da sempre (ovvero: dal giorno della scelta) del piccolo problema famigliare della prescelta. E ripetono, con affetta indignazione, la litania del “rispetto della privacy”. Ma, naturalmente, non convincono nessuno. Anche perché molti altri (e più o meno succosi) sono, in queste ore, gli sconosciuti dettagli (avremo modo di parlarne nei prossimi giorni) che gettano ombre sulla vita politica e personale della donna che, in caso di impedimento del presidente McCain, potrebbe domani reggere le sorti del mondo.

Per riassumere: Gustav, il gentiluomo, ha salvato New Orleans dalla distruzione e la Convenzione repubblicana da George W, Bush. Ma la cicogna, posatasi inattesa sul podio del Xel Energy Center potrebbe ora far crollare (o irreparabilmente danneggiare) l’argine della molto millantata esperienza del 72enne John McaCain, provocando un’inondazione le cui dimensioni sono ancora tutte da misurare. Chi aveva pronosticato una Convenzione repubblicana “noiosa” dovrà, probabilmente, ricredersi…

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