Effetto Palin: ora la lepre si chiama McCain

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La nomima a running-mate della governatrice dell’Alaska  ha risvegliato gli entusiasmi dello “zoccolo duro” repubblicano e della destra cristiana – Obama per la prima volta in svantaggio: 46 a 50 per Gallup, 45 a 47 per Cnn – Forse bisogna abituarsi all’idea di un America il cui vicepresidente ignora dove sia l’Iraq, ma sa come scuoiare un alce

 

3 settembre 2008

di Massimo Cavallini

 

Come andrà finire, è impossibile pronosticarlo. Ma è meglio fin d’ora abituarsi all’idea di un’America con presidente John McCain. Poiché una cosa è certa: la stagione delle Conventions, consumatasi la scorsa settimana tra Denver e St. Paul, si è sorprendentemente chiusa a vantaggio dei repubblicani. Per la prima volta dall’inizio della campagna, infatti, i sondaggi danno un sia pur lieve vantaggio al “ticket” McCain-Palin.

Niente di decisivo: 50 a 46 secondo l’inchiesta Gallup/UsaToday, e 47 a 45 secondo Cnn (solo il sondaggio Washignton Post/ABC continua a dare a Obama un lieve vantaggio: 47 a 46). Ma il rilievo politico di questo inatteso “sorpasso” appare comunque evidente. La nomina ala vicepredenza della governatrice dell’Alaska – inizialmenter accolta dai media con irridente perplessità – ha evidentemente risvegliato gli entusiasmi dello “zoccolo duro” repubblicano e, in particolare, quelli della destra cristiana. O, più precisamente: ha riportato nella corsa presidenziale tutti gli elementi della cosiddetta “cultural war”, la guerra culturale nel cui nome di norma si mobilitano massicciamente le forze del fondamentalismo religioso., sempre decisive per la marcia repubblicana.

Insomma: Dio, Patria e Famiglia. L’America “Vera”, contro l’Anti-America. L’America sana delle “piccole città”, contro quella corrotta e lasciva delle metropopoli, e, naturalmente, contro Washigton. L’America della fede e della bandiera, contro l’America “liberal”. Assopitasi nella catastrofica deriva della presidenza Bush, la “bestia” dell’ “America profonda”, o dell’ “America dei valori”, come qualcuno la chiama, sembra dunque essersi risvegliata. E, risvegliandosi ha rivitalizzato la corsa di McCain, un candidato al quale, prima del messianico arrivo di Sarah Palin, le truppe di Dio guardavano con molta diffidenza (McCain, prima di consegnarsi nelle mani della destra estrema, si era addirittura pronunciato a favore dei matrimoni gay). L’effetto combinato dell’apparizione di Sarah Palin e della “sparizione” di George W. Bush e della sua nefasta eredità (vedi articolo) ha palesemente regalato a John McCain un aura di “sovversiva” novità che gli ha, almeno momentaneamente, consentito di strappare dalle mani di Barack Obama la fiaccola del “cambio”.

Gli esperti di processi elettorali ammoniscono: nulla, nella corsa alla Casa Bianca, è più effimero dei cosiddetti “bounce” post-convention, i balzi in avanti che muovono i sondaggi nelle ore immediatamente seguenti le convenzioni. E l’ “effetto Palin” potrebbe alla prova dei fatti rivelarsi, se non un fuoco di paglia, quantomeno assai meno duraturo di quello che l’attuale frenesia parrebbe indicare. Ma intanto di questo occorre prender atto: la lepre, a questo punto, si chiama John McCain. E se Obama non dovesse raggiungerla, dal prossimo gennaio il mondo dovrà fare i conti con un nuovo presidente repubblicano. E con un vicepresidente che non sa dove si trova l’Iraq, ma combatte senza tregua l’aborto e, quel che piu conta, sa come si scuoia un alce.

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