Nancy v. George: così la guerra in Iraq ha cominciato a finire

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7  febbraio 2007

 

di M.C.

 

“Teatro politico”. Così George W Bush ha definito il progetto di legge che, approvato venerdì pomeriggio dalla Camera dei Rappresentanti, vincola il rifinanziamento della guerra in Iraq (124 miliardi di dollari), ad un graduale ritiro delle truppe. E non v’è dubbio che il presidente abbia, almeno in parte, ragione. Perché quel progetto – atteso alla “quasi impossibile” prova del Senato e, comunque, destinato a scontrarsi con un già preannunciato veto della Casa Bianca – è, con tutta evidenza, destinato a restare tale. Un gesto, per l’appunto, una testimonianza, un grido o – per riprendere le parole di Bush – un teatrale “messaggio”, oltre il quale non s’intravede che una deplorevole tattica dilatoria consumata a tutto discapito dei giovani eroi che, nel frattempo vanno difendendo la patria in terre lontane ed ostili. “Questi democratici – ha detto ieri il presidente – sembrano convinti che, più a lungo loro riescono a rinviare ogni decisione sui fondi destinati all’Iraq, più alte sono le probabilità ch’io accetti restrizioni alla libertà d’azione dei comandi militari ed un artificiale programma di ritiro delle truppe…questo non avverrà…i democratici hanno inviato al paese il loro messaggio. Ora è tempo che mandino i loro danari a chi di dovere…”. Insomma, poche storie. Io ho una guerra da combattere e vincere. Fuori i soldi e non disturbate un manovratore che, seppiatelo, non ha alcuna intenzione di cedere il timone…

Belle parole. Parole da vero condottiero o – come disse lo stesso Bush un anno fa, in una delle sue più celebri storpiature della lingua inglese – da autentico “decider” (“deciditore”, come pare lecito tradurre, in un altrettanto bistrattato italiano, il termine coniato dal presidente). Il problema, per il “commander in chief”, è tuttavia che quel messaggio – pur non destinato a trasformarsi in legge – riflette sentimenti sempre più diffusi nel paese che lui deve governare per ancora quasi due anni. O meglio: la sempre più diffusa convinzione che il vero “dilazionatore” (mettiamola così, visto che siamo in tema di ridicoli neologismi) sia in effetti lui, intento, non a combattere e vincere una guerra che non avrebbe mai dovuto cominciare, ma semplicemente a passare al suo successore lo sgradito compito di dichiarare una sconfitta già ampiamente consumatasi sotto il suo scettro. Più in concreto: la maggioranza democratica della House of Representatives non ha alcuna concreta possibilità di portare la legge approvata ieri (per 218 voti contro 212) al termine del suo iter. Perché estremamente improbabile è che il Senato – dove la maggioranza democratica è risicatissima – l’approvi. E perché, anche qualora l’approvasse, inimmaginabile è pensare che il Congresso trovi, in seguito, i due terzi dei voti necessari per annullare il veto presidenziale. Ma un fatto appare certo. E la nuova speaker della Camera lo ha riassunto ieri con esemplare efficacia nell’annunciare la vittoria di quel (forse davvero teatrale, ma tutt’altro che platonico) messaggio: “Con orgoglio – ha detto Nancy Pelosi – questo nuovo Congresso ha votato per porre fine alla guerra in Iraq”. E, stando ai sondaggi, almeno il 70 per cento del paese lo appoggia.

Non solo. Traspare, in realtà, sul proscenio di questo “teatro politico”, anche qualcosa di peggio (ed inatteso) per George W. Bush. Oltre a riconfermare (e riflettere) la pubblica avversione alla guerra della pubblica opinione americana, il voto della Camera dei Rappresentanti per la prima volta delinea una “piattaforma democratica” per la fine del conflitto in Iraq. I contorni di questa piattaforma sono, certo, quelli di un assai fragile – e per molti aspetti assai discutibile – compromesso. Ma con questo compromesso – diventato ieri parte del dibattito politico – il presidente “deciditore” non potrà, sul piano della dialettica istituzionale e su quello più generale della battaglia politica, non fare i conti.

La cosa non era affatto scontata. E gran parte degli osservatori politici (quelli di fede conservatrice compresi) rendono, per questo, il dovuto merito a Nancy Pelosi, la nuova speaker della Camera (e la prima donna che mai abbia ricoperto l’incarico) il cui passato (ed anche presente, per la verità) di “liberal di San Francisco” era stato da molti giudicato un troppo pesante fardello “a sinistra” in vista dei compiti che l’attendevano. Pelosi è invece riuscita, in questi primi mesi, a smentire tutti coloro che pensavano che la nuova speaker avrebbe finito per presiedere, con faziosa passione, una maggioranza democratica intenta soprattutto a litigare con se stessa. Non è stato così. Nancy Pelosi ha, con pragmatismo e pazienza, scelto la via della “pace possibile”. Ed i 216 voti democratici ottenuti dal provvedimento (due voti sono arrivati da repubblicani) hanno rappresentato, venerdì pomeriggio, una prova di unità (ed una testimonianza di autentica leadership, da parte di Pelosi) andata oltre ogni attesa. Contro la legge hanno votato solo 14 democratici, quattro da sinistra e 10 da destra, segno che la speaker è riuscita ha trovare la “giusta via di mezzo”, il punto di equilibrio che ha consentito alla House of Representative di produrre un provvedimento che, con tutti i suoi limiti, può tuttavia presentarsi come un’alternativa alla politica presidenziale ed alla balbettante, ma disastrosa, escalation della guerra in Iraq decretata dal famoso “surge” (l’invio di quasi 30mila soldati aggiuntivi).

Va da sé che non sarà facile mantenere, nel prosieguo del confronto, questo livello di unità. Perché l’accusa presidenziale – fate mancare il necessario ai nostri ragazzi che stanno combattendo – mantiene una sua forza emotiva tanto tra i moderati del Congresso, quanto nel paese. E perché i repubblicani sembrano convinti che, alla prova del nove – ovvero: quando si dovrà decidere se rinviare indefinitamente, o meno, l’approvazione dei fondi destinati alla guerra – Pelosi dovrà necessariamente scontrarsi con una parte del suo partito. Molti sono stati, nel movimento pacifista, i mugugni di fronte alla molto graduale e lenta proposta di ritiro delle truppe prevista di qui al settembre del 2008. Ed in qualche caso – vedi Cindy Sheehan, la “madre coraggio” che, lo scorso anno, ha assediato Bush nel suo ranch di Crawford – i mugugni già si sono trasformati in aperte accuse di “tradimento”. Il tutto mentre, alla destra di Nancy, i cosiddetti “blue dog democrats” (l’ala più moderata del partito) già fanno sapere di non avere alcuna intenzione di portare alle più estreme conseguenze lo “showdown” con l’esecutivo.

La partita resta, per molti aspetti, tutta da giocare. E la leadership repubblicana sembra intenzionata a giocarla – volendo usare una celebre metafora cinese – seduta lungo la sponda del fiume. Più per necessità, evidentemente, che per scelta. Comunque si guardi all’evolversi degli eventi, infatti, due cose appaiono certe. La prima: tra i “danni collaterali” della guerra in Iraq va certamente annoverato – come fa notare l’Economist nel suo ultimo numero – proprio il partito di un presidente che ormai sembra capace soltanto di rimpicciolirsi. La seconda: quale che sia la solidità della maggioranza costruita da Nancy Pelosi alla Camera, qualcosa d’importante (e di irreversibile) è comunque successo, venerdì pomeriggio, nelle aule del Congresso: la guerra in Iraq ha cominciato a finire. Seduti lungo la sponda del fiume, i repubblicani inevitabilmente finiranno, prima o poi, per veder passare il proprio cadavere.

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