GOP, eroi cercasi, disperatamente

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Le primarie del partito repubblicane, rivelano la vera eredità degli otto anni di George W. Bush: una crisi strategica del movimento conservatore

7 febbraio 2008

 

di Massimo Cavallini

 

La luce di due eroi illumina la corsa verso le primarie repubblicane. E nessuno dei due è George W. Bush. Per molti aspetti, anzi, George W. Bush è il buio, la notte che incombe alle spalle, il tenebroso cammino che quel duplice raggio ha fin qui (perlopiù invano) cercato di rischiarare. Ed è in questo gioco di luci e di ombre (o, più spesso, di penombre) che, dalla contesa, sono usciti due sorprendenti protagonisti. I due “eroi” – più che prevedibile e stranoto il primo, del tutto sconcertante (e piuttosto macabro) il secondo – si chiamano Ronald Reagan e Jack Bauer. Mentre è ai nomi (fino a ieri semi-sconosciuti) di Mike Huckabee e Ron Paul che corrispondono i due “sorprendenti protagonisti” d’una corsa ancora indecifrabile, ma tutta fin qui giocata – ed ancora da giocare – sul molto accidentato terreno della crisi d’identità e di valori che percorre la destra americana. Una crisi che ha lo sguardo, non sempre arguto, dell’attuale presidente, ed i contorni dell’evento storico che, dell’attuale presidente, resta il più visibile e doloroso marchio di fabbrica: la guerra in Iraq. Perché tutto questo?

Cominciamo dai due “eroi”. Di Ronald Reagan non è, ovviamente, necessario dire granché. Se non, ovviamente che la sua fulgida figura, simbolo di empatica sintonia con il più profondo “spirito americano”, d’ottimismo e d’ortodossia conservatrice, è inevitabilmente diventata – mentre alla Casa Bianca siede forse il più impopolare presidente repubblicano di tutti i tempi – il radioso simbolo di quel che e fu e che può tornare ad essere. Alla sola condizione, naturalmente, che il candidato riesca, contro gli altri, a dimostrare di essere lui, e soltanto lui, il “nuovo Reagan”. Più tristemente complicato è, invece, capire quali siano ragioni che hanno portato Jack Bauer – eroe “fictional” d’una serie di telefilm – alla ribalta dei dibattiti televisivi tra aspiranti candidati del GOP (Grand Old Party). Bauer è, infatti, un agente della Cia. O meglio: è l’ultima versione – una versione, per così dire, post-11 settembre – d’un personaggio hollywoodiano a suo modo classico: quello dell’uomo di legge (in genere un poliziotto o, per l’appunto, un agente del controspionaggio) che tuttavia mal sopporta, nella sua ricerca della giustizia, i lacci e laccioli che la legge gli impone. La serie televisiva di cui Bauer è protagonista s’intitola, significativamente, “24”. Ventiquattro come le ore d’una giornata e come quelle che, a scadenza quasi settimanale, il nostro eroe ha a sua disposizione per evitare attacchi terroristici dalle apocalittiche conseguenze. Unico modo per impedire la tragedia: catturare uno o più terroristi e obbligarli a parlare. Cosa che Bauer sistematicamente fa ignorando, per il bene del mondo, tutti i limiti imposti da una ristretta visione della legalità e da qualsivoglia astratta regola morale. Insomma: Bauer mena le mani (e non solo quelle), tanto per catturare i presunti colpevoli, quanto per costringerli a dire quel che sanno. E le maniere da lui usate sono a tutti gli effetti classificabili – volendo usare il lessico reso popolare dall’Amministrazione Bush e dai suoi esperti di cose legali – come“enhanced interrogation techniques”, tecniche di interrogatorio rafforzate. O, volendo, per contro, usare il linguaggio della decenza e della verità, come torture.

Che c’entra tutto questo con i dibattiti tra candidati repubblicani? C’entra e come, perché, essendo la rivalutazione della tortura parte (e parte importante) della sinistra eredità lasciata dal presidente in carica, la questione è spesso ritornata, con torvi riflessi, nel corso dei confronti televisivi degli ultimi mesi. Domanda: siete favorevoli alle “enhacend interrogation tecniques” sostenute dall’attuale Amministrazione nella lotta contro il terrorismo? Risposta di tutti – con due sole eccezioni: quella di John McCain, non per caso l’unico che, da prigioniero in Vietnam, quelle “tecniche rafforzate” le abbia provate sulla sua pelle; e quella, come vedremo, di Mike Huckabee – è stata un entusiastico “sì!”, immancabilmente seguito da una rissosa disputa su chi, tra i candidati, fosse il più affine, per idee e comportamenti, all’agente della Cia televisivo. “Max Bauer sono io!” è stato uno degli slogan che – con più frequenza e con quasi-unanimità – ha scandito le apparizioni in TV dei nove (o otto, visto che, lungo cammino già è caduto Sam Brownback, senatore del Kansas e rappresentante della destra cristiana) aspiranti alla presidenza. Memorabile, in questo senso, un duello verbale, a giugno, tra i due candidati che erano stati, fin dall’inizio, indicati come favoriti: il governatore del Massachusetts, Mitt Romney, e l’ex sindaco di New York Rudy Giuliani, entrambi impegnati a difendere – in una sorta di rossiniano crescendo – l’uso del cosiddetto “waterboarding”, una tecnica di interrogatorio “molto” rafforzata, a suo tempo assai cara agli specialisti della giunta militare argentina e ad altri gorilla in molte parti del mondo. Senso della piuttosto sguaiata contesa: quando si tratta di tortura, nessuno è meglio di me.

Lo scorso maggio, in un editoriale aperto pubblicato dal Washington Post, il politologo E.J. Dionne Jr. ha fatto molto correttamente notare come la decomposizione dell’identità repubblicana abbia finito per tradursi, dibattito dopo dibattito, in una riproposizione caricaturale dei suoi punti cardine. Ovvero: come, di fronte al crollo della Fede (un crollo parallelo a quello della credibilità del presidente in carica) i candidati repubblicani – o, quantomeno i più accreditati tra loro – abbiano fatto a gara nel gridare “I believe!”, io credo. Io credo nella grandezza d’America e nella sua vocazione di (benigno) dominio su un mondo affamato di democrazia. Io credo che la sicurezza della Nazione sia un valore da difendere con ogni mezzo. Io credo nell’intrinseca bontà del mercato ed in un limitatissimo ruolo dello Stato. Io credo in Dio e nella famiglia. Io credo, insomma, in tutto quello che gli otto anni di George W. Bush e le sue guerre fallimentari, il suo rigonfiamento della burocrazia e del deficit pubblico, il suo deleterio connubio tra religione e politica, la sua ormai proverbiale inefficienza nella risposta di fronte alle situazioni d’emergenza, la sua indifferenza nei confronti di chi soffre, hanno trasformato in una crisi strutturale, di lunga durata, del movimento conservatore. E, per dimostrare che davvero credono, offrono, dei valori e dei principi della Fede, la versione più estrema e talora – come nel caso dell’esaltazione della tortura – più grottesca e macabra.

Gli esempi sono molti e, quasi tutti, in un modo o nell’altro, risoltisi in indimenticabili battibecchi televisivi tra i due uomini che, almeno sulla carta, continuano a godere dei favori del pronostico. L’ultimo, quello vissuto, nel più recente dei dibattiti televisivi, nel nome d’un altro dei grandi valori (o disvalori) repubblicani, filtrati dalla crisi del dopo Bush: il furore xenofobico necessario per difendere la Nazione dall’invasione di pericolosi “alieni”. Per molti minuti, l’uno di fronte all’altro, e spesso l’un l’altro interrompendosi, Romney e Giuliani si sono contesi la palma dell’uomo pubblico (governatore il primo, sindaco il secondo) che peggio ha, in questi anni, trattato gli immigrati. Lei, caro Giuliani, sosteneva Romney, ha trasformato la sua città in un santuario per clandestini! Come si permette, rispondeva Giuliani, io gli immigrati non in regola li ho sempre presi a calci nel sedere! Guardi piuttosto in casa sua, lei che ha aperto le porte della scuola pubblica ai figli degli illegali…

Curioso. Mitt Romney – uno dei non molti repubblicani diventati governatore del progressista e “kennediano” Massachusetts – avrebbe, nel suo armamentario politico, valori e strumenti molto meglio spendibili. Quello, ad esempio, della sua capacità di fare da ponte tra gli schieramenti politici in un’epoca di grande e deleteria polarizzazione. O, persino, il buon senso che – a dispetto dei suoi dinieghi di fronte a Giuliani – ha sempre dimostrato nella gestione del problema dell’immigrazione clandestina. Ed anche Giuliani potrebbe, tutto sommato, sottolineare aspetti un po’ meno “polizieschi” ed aspri della sua personalità (che pure poliziesca ed aspra è davvero). Invece il primo continua ad esporre un’immagine di se stesso che, senza dubbio alcuno, gli avrebbe fatto, a suo tempo, perdere (e perdere di brutto) la corsa per la Governatura dello Stato. Ed il secondo – a parte ovviamente, il suo ruolo nelle ore successive al crollo delle Torri Gemelle, pane e companatico della sua campagna – sembra ossessionato dalla volontà di riscrivere la storia del suo rapporto con la città che ha governato (una città notoriamente “liberal”), come si trattasse della relazione tra una belva feroce (la “liberal” New York, per l’appunto) ed il suo impavido domatore.

Piuttosto ovvie le ragioni di questi atteggiamenti. Il Massachusetts e New York sono visti, nell’America profonda che per due volte (o una e mezza) ha dato la vittoria a George Bush (e che si pensa determinante per l’esito delle primarie) come “luoghi del demonio”. Sicché, proprio questo è ciò che Romney e Giuliani, dando il peggio di se stessi, cercano di dire a quell’America. Chi meglio di noi, che abbiamo costretto alla resa lo stato e la città più progressisti d’America, può oggi tenere a bada l’America progressista (atea e liberal)? E, soprattutto, chi può meglio di noi regolare i conti con quella che, dell’America progressista, è oggi l’espressione più drammaticamente e satanicamente incombente, con il pericolo pubblico numero uno, con la strega, la demoniaca presenza da esorcizzare? “La gente– ha detto Giuliani nell’ultimo dibattito, rispondendo ad una domanda a lui rivolta attraverso YouTube – deve votare per me perché io sono l’unico che può tenere a bada Hillary Clinton”.

E qui – prima in sordina, poi sempre più udibile – è cominciata la storia dei due “sorprendenti protagonisti”. Poiché proprio questo è accaduto. Mentre il mormone Mitt Romney faceva pubblica ammenda per le sue passate posizioni abortiste, ed il pluridivorziato Giuliani cercava, frusta alla mano, di accreditare se stesso come domatore della Grande Mela e della diabolica Hillary, dal fondo della contesa andavano emergendo due insoliti personaggi. Il primo è Ron Paul, un medico e deputato texano che era considerato il “pazzariello” della compagnia. Il secondo è Mike Huckabee, di professione predicatore evangelista, nato, come Bill Clinton, nella cittadina di Hope, in Arkansas (nota per aver prodotto, oltre al 42esimo presidente degli Stati Uniti d’America, anche il più grande cocomero della storia dell’uomo). E, come Bill Clinton, divenuto governatore dello Stato. A che cosa si deve la loro imprevista ascesa? E quali, di questa ascesa, possono essere le possibili conseguenze?

Ron Paul è, a suo modo, un ortodosso. O meglio è il fedele seguace di un’idea – quella libertaria – che appartiene alla storia della destra americana; e che per molti aspetti nasce proprio dal rifiuto d’ogni ortodossia (purché non sia, ovviamente, quella della libertà individuale). E, in quanto tale, un po’ “pazzariello” – o “nutty”, come dicono da queste parti – lo è davvero. Lo Stato, per lui, non ha che un paio di essenziali funzioni. Fondamentalmente: la gestione (con bassissimo profilo) della politica estera e (con ancor più basso profilo) della difesa nazionale. Ed è per questo che vuole abolire l’IRS (tasse), il sistema pensionistico, pressoché tutte le segreterie di governo e tutte (in questo caso senza eccezioni) le istituzioni del welfare, nel contempo reclamando l’uscita degli Usa da tutti i fori internazionali (Onu, Fmi, Banca Mondiale, WTO etc). Inizialmente del tutto invisibile – come una sorta d’effimera curiosità – sugli schermi radar delle previsioni elettorali, Paul oggi viene accreditato di consensi tra il 5 ed il 10 per cento. Pochi per sperare in una vittoria, ma più che abbastanza per diventare protagonista della battaglia. E per trasformarsi, da protagonista, in una sorta di “cult”. Le ragioni di questo imprevedibile exploit? Ron Paul è stato l’unico, tra i candidati, a parlare senza reticenza contro la guerra in Iraq, parte d’una “visione imperiale” che non può e non deve appartenere l’America. Perché l’America, dice, deve essere “una repubblica e non un impero”…

Più complesso il caso di Mike Huckabee, un’altra delle transeunti (o presunte tali) “curiosità” delle prime battute della campagna. Inesistente “national name recongnition” (notorietà al di fuori dell’Arkansas), pochissimi soldi. Solo una gran parlantina, una ferrea volontà (dimostrata, non sul campo di battaglia, ma dai 45 chili persi in un anno in virtù d’una implacabile dieta), i modi semplici e spontanei di chi “parla col cuore”, uno spiccato “sense of humor” e la volontà di presentarsi come un “leader cristiano” capace di dare al suo essere “uomo di Dio” un senso più fresco e colloquiale – da vecchio parroco di campagna, si direbbe da noi – rispetto al tradizionale modo di fare dei predicatori evangelici.

Per atteggiamenti e mentalità, Mike Huckabee in qualche modo ricorda, più che un repubblicano di sorta, la versione “soft” d’una semi-scomparsa marca di politico democratico: quella degli “prairie populists”, quei populisti delle praterie, che, vangelo alla mano, accoppiavano un grande fervore religioso ad un’ancor più fervida passione per la difesa di “the little man’”, l’uomo qualunque, dalle prepotenze dell’establishmernt politico e del potere economico. Uno strano animale che, con affabilità ed umorismo, è persino riuscito, in questi mesi, a passare indenne (anzi, da trionfatore) per territori un tempo “off-limits” per la destra religiosa e per chi, come lui, apertamente afferma di non credere nella teoria darwiniana dell’evoluzione: quelli dei “late show” televisivi, regno del liberalismo più disincantato e strafottente. I sondaggi lo danno oggi in testa nell’Iowa, i cui “caucuses” apriranno tra qualche settimana la stagione delle primarie, e molto vicino alla vetta nel fatidico New Hampshire, nel cui mattino, come si usa dire, si specchia, di norma, il buongiorno delle aspirazioni presidenziali di tutti. La ragione del suo successo? La spontaneità, dicono i sondaggisti. O meglio: il modo spontaneo con cui riesce a non essere né Rudy Giuliani, né Mitt Romney. E neppure Ronald Reagan, o – se Dio vuole – Jack Bauer

Sarà lui, Mike Huckabee, a vincere la corsa per la nomination, sovvertendo tutti i pronostici della vigilia? L’ipotesi appare, certo non più risibile, come solo qualche mese fa, ma ancora abbastanza remota. La corsa è aperta e tutto è ancora possibile. Anche se, in attesa di una risposta, sull’altra sponda del fiume, la satanica Hillary (o chi per lei) può, nel frattempo, continuare a dormire sonni tranquilli…

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