Ralph Nader, da rompiscatole a “utile idiota”

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Ovvero: come il mitico leader dei consumatori è riuscito a rovinarsi la reputazione (e come, forse, riuscirà a far vincere George W. Bush)

 

di Massimo Cavallini

 

Ralph Nader è un uomo che guarda lontano, oltre – molto oltre – le miserie del presente ed il piccolo cabotaggio della politica, oltre l’aritmetica della campagna elettorale e la tirannia dei sondaggi d’opinione. Forse addirittura oltre il tempo. E sicuramente oltre se stesso. O, almeno, oltre quell’essenziale parte di se stesso che, fatta di carne e di ossa, viene percepita dagli occhi degli altri come una realtà semplice e tangibile. La medesima realtà che – non fosse il suo sguardo impegnato ad inseguire, oltre invisibili orizzonti, il fantasma d’un ego smisurato – anche lui potrebbe facilmente scorgere nello specchio dei suoi comizi di campagna: quella d’un uomo piccolo e solo, pateticamente intento a distruggere, con ascetico masochismo, quel che resta delle sacrosante ragioni della sua battaglia politica e del suo buon nome. Ralph Nader – ha scritto qualcuno – fu, a suo tempo, un uomo lungimirante. Oggi sembra soltanto un uomo cieco, un ostinato predicatore nel deserto. Meglio ancora: un predicatore incapace di vedere se stesso nel deserto in cui impietosamente si dissolvono, non solo le sue parole, ma anche la sua storia personale.

Il quadro è chiaro. Gli esiti delle elezioni presidenziali americane, sostengono pressoché all’unanimità gli esperti, sono inevitabilmente destinati a decidersi, per un ristrettissimo numero di voti, in un piccolo gruppo di Stati in bilico (quelli che gli ultimi calcoli definiscono gli 11 “battleground States”). Ed essendo Ralph Nader presente come candidato (vedremo poi come) in ciascuno di questi punti di scontro, proprio i consensi da lui sottratti “da sinistra”a John Kerry potrebbero, alla fine, assegnare la vittoria a George W. Bush O meglio: potrebbero ri-assegnargliela, visto che questa medesima catastrofe già era accaduta quattro anni fa, quando i voti confluiti verso Nader in due stati chiave (il New Hampshire e, soprattutto, la Florida) fecero infine pendere la bilancia (con l’ovvia complicità di qualche “spintarella” locale e d’una assai controversa sentenza della Corte Suprema) verso il candidato che, su scala nazionale, aveva raccolto meno suffragi. Il trauma fu, per tutte le forze progressiste, assai forte. Ed ancor più forte sarebbe diventato in seguito, di fronte al graduale dispiegarsi – specie dopo l’11 settembre del 2001 – della vera natura dell’Amministrazione di George W. Bush e Dick Cheney. In quel fatidico anno 2000, Nader – allora al suo secondo tentativo come candidato dei verdi – aveva spiegato il suo ruolo di “spoiler”, di rompiscatole, con due correlati (e, sulla carta, nient’affatto irragionevoli) obiettivi: raggiungere, nell’immediato, la soglia del 5 per cento dei voti che avrebbe dato al Green Party accesso ai fondi elettorali (traguardo poi raggiunto solo in dieci stati) e, più in prospettiva, rompere la gabbia del “duopolio” – riflesso, a sua volta del sostanziale monopolio delle grandi corporazioni – nel quale langue il sistema politico americano. Come giustifica Nader la replica di quest’anno? O, più precisamente: come ha spiegato la sua decisione di fronte ad un’opinione pubblica progressista stavolta fermamente decisa – appresa la dura lezione dei fatti – a non concedere il bis ad un presidente che ha trascinato il mondo in guerra?

La risposta è: non l’ha spiegata. O meglio: l’ha spiegata (e continua testardamente a spiegarla) ripetendo parole e pensieri che, come il suo sguardo di condottiero, si muovono molto al di là della politica, in una sorta d’universo parallelo dove il tempo si è fermato a prima dell’anno 2000, e dove soltanto agli dei ed agli eroi è consentito avventurarsi. O più probabilmente – come molti dei suoi ex sostenitori senza mezzi termini affermano oggi – con parole e pensieri sbocciati in un giardino che della politica (e delle cronache degli ultimi quattro anni) è, in effetti, molto “al di qua”, tutto perduto nell’area asfittica che s’estende tra le pupille e la punta del naso, unico territorio nel quale Nader possa mettere in mostra – ormai in pratica solo di fronte a se stesso – la sua smodata ed autodistruttiva vanità.

Assistere ad una delle sue manifestazioni elettorali – tutte, o quasi, organizzate all’interno dei campus universitari – è, per molti aspetti, un‘esperienza surreale. La gente è, in genere, non molta e, perlopiù ostile al candidato (il quale, evidentemente, oltre a non vedere, non sente). Fuori dall’aula magna quasi sempre ti accolgono i volantini di due gruppi – il Larouche Youth Movement (LYM) e l’International Socialist Organization (ISO) – che, con una tenacia seconda solo a quella della loro preda, vanno seguendo come ombre ogni passo della campagna naderiana. Tanto il LYM – sezione giovanile del movimento fondato da Lyndon Larouche, da anni microscopica, misteriosa e, a suo modo, attivissima entità d’una “sinistra di classe” impegnata soprattutto a denunciare cosmici complotti – quanto la ISO (parte dell’arcipelago trotskysta) appartengono a quella che i media ufficiali usano, a torto o a ragione, chiamare “the lunatic left”, la sinistra folle, sminuzzata ed estremista, parte d’un folclore politico che molto raramente merita attenzione. Ed entrambi i gruppi sono lì soltanto per manifestare il proprio disgusto per un candidato che – citiamo da uno dei volantini – è “finito nelle tasche di George W. Bush e della sua cricca”. Parole dure, insulti che, assai spesso, tornano – in forma di interruzioni gridate – nel corso di comizi che non riescono a concludersi. Ma neppure di questo – dell’abnormità d’una situazione che lo vede ricevere sonore lezioni di “buon senso elettorale” dalla sinistra più estrema e “lunatica” – Ralph Nader sembra in realtà rendersi conto. Lui continua, imperterrito per la sua strada. E, quel che è peggio, prevedibilmente continua in compagnia dei buoni auspici e dei denari degli unici che, oggi, hanno un vero interesse nel buon esisto della sua campagna.

Nader ha stavolta perduto – dopo due tentativi per diverse ragioni fallimentari – l’appoggio del Green Party. E se la sua candidatura è sopravvissuta alla logica delle circostanze, ciò è stato, fondamentalmente, per due ragioni: le raccolte di firme che, in quasi tutti gli Stati chiave, hanno organizzato per lui gruppi di repubblicani; ed il sostegno – in tutti gli Stati dove è parte del registro elettorale – di quel Reform Party che, nato nel 1992 dalla candidatura di Ross Perot, è più tardi approdato, con la vittoria di Pat Buchanan nel 2000, agli ancor più squallidi lidi del “nativismo”. Ovvero: d’una sempre più accentuata xenofobia anti-immigrazione, non esente da punte di alquanto tenebroso antisemitismo. Questa è, oggi, la base dell’avventura elettorale di Ralph Nader. Ed è su questa base che Ralph Nader ribadisce – inevitabilmente distruggendo – molte delle sacrosante ragioni che, negli anni, avevano definito il suo mito di “ribelle”.

Qualcuno gli fa notare che quest’anno – evidentemente non per caso – gli sono venuti meno tutti (o quasi) di “endorsements” di cui godeva 2000? Ralph risponde facendo spallucce. Altri lo mettono di fronte al fatto che persino alcuni “mostri sacri” del radicalismo americano – tra gli altri Noam Chomsky e lo storico Howard Zinn – si sono schierati contro la sua candidatura? Ralph non si scompone. E si limita a rispondere, con autarchico orgoglio, che “they lost their nerve”, che tutti costoro hanno, contrariamente a lui, perduto la propria voglia di combattere, calandosi di fatto le braghe di fronte allo strapotere delle corporations ed a quello dei due partiti che, in egual misura, le corporations rappresentano. Qualcuno gli ricorda che uno di quei due partiti – quello dell’attuale presidente – ha molto alacremente lavorato (direttamente o attraverso gruppi di pressione) per garantire la sua presenza come candidato? Ralph ricorda indignato tutti i soldi (“cento volte di più”) che il partito democratico raccoglie nel mondo delle grandi lobbies. E, di norma, chiude la sua filippica (basata, peraltro, su dati reali) con due quasi infantili menzogne, tra loro in aperta contraddizione ed entrambe smentite, non solo dai sondaggi, ma anche dalla logica formale. Soltanto la sua candidatura, dice Nader, può spingere i democratici verso posizioni più radicalmente anti-guerra. E del tutto chiaro – aggiunge senza mostrare l’ombra d’un dubbio – è che la sua presenza è destinata sottrarre voti “soprattutto a George W. Bush”.

Triste fine per una carriera che, cominciata alla metà degli anni ’60 con un libro-denuncia entrato nella storia – “Unsafe at Any Speed”, insicuro ad ogni velocità, implacabile capo d’imputazione contro il modo di produrre auto negli Stati Uniti – era proseguita nel tempo lungo il filo d’un principio semplice e paradossalmente “sovversivo”, proprio nella misura in cui invocava il rispetto delle leggi vigenti e lo “spirito originale” del capitalismo. Il consumatore ed i suoi diritti – era (e tuttora è) l’idea-base del “naderismo” – rappresenta la sostanza della spinta egualitaria, antitotalitaria ed antimonopolista che anima la democrazia americana. O meglio: la quintessenza di quel concetto di “cittadinanza” che rende tutti uguali tanto di fronte alla legge, quanto di fronte al mercato (le cui leggi Nader non solo approva, ma difende nella loro più utopica perfezione). Questa idea – pur diventata una visibilissima presenza nei panorami social-giudiziari americani – non è mai riuscita a diventare movimento politico. Ed oggi – alla luce dell’epilogo che va consumandosi ai margini della corsa presidenziale – non pochi attribuiscono proprio agli eccessi del culto della personalità naderiana le responsabilità di questo mancato passaggio. Qualcuno ricorda il precedente dell’anno 1996 quando, conquistata la prima candidatura per il Green Party, Nader organizzò (o meglio, disorganizzò) la sua campagna – la prima che sulla carta sembrava offrire all’elettorato americano la possibilità d’una “terza opzione” a sinistra – sulla base d’un assai presuntuoso presupposto: il suo nome era tanto riconoscibile e le sue idee tanto forti che non v’era alcun bisogno di “sporcarsi le mani” usando i meccanismi d’un sistema politico corrotto. E per questo, Nader non partecipò ad alcuna manifestazione elettorale né ad alcuna raccolta di fondi. Il risultato fu un prevedibile disastro: meno dell’uno per cento dei voti su scala nazionale.

Questa volta potrebbe finire anche peggio. Ovvero: potrebbe finire con George Bush vincitore proprio in virtù di quel meno dell’uno per cento. “Nader Unsafe at Any Speed”, recitava di recente – forse sperando di spingere Ralph a guardarsi, finalmente, nello specchio della sua stessa storia – un cartello inalberato da una studentessa durante una delle concioni del “terzo candidato”. Anche se, in realtà, quel che oggi rende Nader pericoloso non è la sua velocità, ma il fatto che sia rimasto implacabilmente fermo. Parcheggiato al lato della strada, a rimirare le sequenze del proprio suicidio..

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