Karl, l’architetto

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6 novembre 2004

 

di Massimo Cavallini

 

Quando, mercoledì pomeriggio, George W. Bush ha pronunciato nel Ronald Reagan Building il suo “discorso della vittoria”, ha – come in queste circostanze impone il protocollo – dedicato le sue prime parole ai “ringraziamenti” di rito. E – dato alla moglie Laura (“il grande amore della mia vita”) quel che è di Laura – ha rivolto quindi la sua attenzione a ciascuno dei collaboratori senza i quali (altra frase rituale) “mai sarebbe stato possibile scrivere questa pagina di storia”. A tutti i nomi citati corrispondevano, com’è logico, una precisa posizione gerarchica, ed uno specifico incarico: Marc Racicot, “chairman of the electoral committee”, Ken Mehlman, “campaign manager”, Ed Gillespie, capo del Comitato Nazionale Repubblicano…solo uno, l’ultimo della lista, era privo d’un riconoscibile punto di riferimento professionale. O meglio: solo quel nome – Karl Rove, accolto dalla platea con un brusio d’ammirazione – era accompagnato da una qualificazione vaga e, proprio per questo, a suo modo grandiosa: “the Architect”, l’architetto…Architetto di che cosa?

Prima di mercoledì – ovvero: prima che, all’apogeo della sua carriera politica, re Bush scegliesse per lui questo inedito titolo nobiliare – Karl Rove era stato chiamato in molti modi. James Moore e Wayne Slater – che proprio a lui hanno dedicato un libro uscito nel 2003 – lo hanno battezzato “il cervello di Bush”. Ed altri, in precedenza, avevano usato altre metaforiche (e non del tutto benevole) definizioni. “Rasputin”, “Bush’s Svengali” (dal malvagio ipnotizzatore del romanzo “Trilby” di George Du Maurier), “Boy Genius”, “Puppeteer”, il burattinaio. E – sebbene non facile sia, in questa storia di burattinai e di burattini, distinguere il mito dalla realtà – almeno un fatto è assolutamente certo. Rove è, nella straordinaria rappresentazione della “irresistibile ascesa di George W.”, l’unico co-protagonista che non abbia mai, neppure per un istante, abbandonato la scena. Meglio ancora: è una presenza, una sorta di “deus ex machina” che, lungi dal calare dall’alto dello scenario, come vogliono le regole del teatro antico, resta permanentemente sul palcoscenico. Quasi invisibile, ma decisivo in ogni sequenza della storia. Tempo dell’azione: dieci anni, tanti quanti ne sono trascorsi dal primo vittorioso assalto di Bush alla poltrona di governatore del Texas, alla sua rielezione (vecchia d’appena un giorno) a presidente degli Stati Uniti d’America. Un epilogo, quest’ultimo, che tutti – amici e nemici, con rabbia, con genuina venerazione o con ovvi propositi adulatori – definiscono oggi “un capolavoro”, l’ammirevole prodotto d’un indiscutibile “genio della politica”. Chi è dunque questo genio? E com’è nata la sua “opera maestra”?

Gli osservatori d’ogni colore coincidono su un punto: nessun consigliere politico – poiché proprio questo, “senior adviser”, è il generico e quasi anonimo incarico che Karl Rove ricopre alla Casa Bianca – ha mai goduto di poteri tanto vasti e prolungati. Per ripetere quello che un suo sincero ammiratore, Fred Barnes, scrisse di lui tre anni fa sul Weekly Standard (un settimanale considerato l’organo ufficiale dei “neocons”): “Karl Rove non è uno stratega elettorale, ma il centro strategico di tutta la politica di Bush…non v’è lobbista che possa aver accesso alla Casa Bianca senza il suo preventivo consenso…e non v’è candidato repubblicano, foss’anche nel più remoto dei distretti, che abbia qualche speranza di ricevere un appoggio dal partito senza esser prima passato al vaglio di Rove…”. Karl Rove è, insomma, l’incrocio per il quale passa ogni cosa. Il punto di partenza e quello d’arrivo, lo “snodo” dove “la politica s’incontra con i numeri che la determinano”. Ovvero: dove le idee si confrontano con i fatti, le strategie con i meccanismi di consenso capaci di tradurle in realtà…

George W. Bush e Karl Rove s’erano conosciuti sul finire degli anni 80 in Texas. Il primo era l’assai poco realizzato (ed ormai ultraquarantenne) rampollo d’una potente dinastia politica che già aveva prodotto niente meno che il vicepresidente (e subito dopo presidente) in carica. Il secondo, era un consulente elettorale di fede repubblicana che già godeva, nello Stato, d’una solida e sinistra fama d’implacabile stratega, specializzato in due attività parallele: la definizione del campo di battaglia (fuor di metafora: l’individuazione dei gruppi etnico-demografico-politici sui quali puntare) e la sistematica distruzione dell’avversario. Un uomo – si diceva già allora – lungo cui cammino non era, politicamente parlando, prudente soffermarsi. Fu, quell’incontro, un classico colpo di fulmine i cui effetti ancora durano. E non pochi sostengono – con un malizioso paradosso – che proprio questo fu ciò che di W. affascinò Karl: la sua palese insufficienza. O meglio: il fatto che proprio quella era, nella sua iniziale inadeguatezza, la materia inerte con la quale edificare, come Pigmalione, un vero (e poi effettivamente realizzato) capolavoro politico.

Cattiverie, ovviamente. Esagerazioni tese ad accreditare la tesi – pericolosa soprattutto per chi la sostiene – d’un Bush drammaticamente sottodotato. Ma anche una classica “mezza-verità” confermata (nella sua metà “vera”) da almeno tre elementi. Il primo: è certamente vero che vincere (e vincere fondamentalmente per merito suo) una campagna presidenziale è sempre stata l’ossessione del giovane Karl (il quale così, in una delle sue rarissime interviste, rispose tempo fa ad un giornalista che gli aveva chiesto quando avesse cominciato a pensare alla Casa Bianca: “il 25 dicembre 1950”, giorno della sua nascita in una piccola città dello Utah). Il secondo: è vero che l’almeno apparente mediocrità del candidato ha, negli anni, esaltato il mito delle quasi sovrumane capacità di Rove. Ed infine – terzo elemento – è vero (in questo caso al di là d’ogni ragionevole dubbio) che inimmaginabile sarebbe, senza Karl Rove, la carriera politica di George Bush il Giovane.

Il primo passo di questa carriera fu, per l’appunto, la battaglia per la conquista della governatorato del Texas. Una battaglia che Bush affrontava con un grande vantaggio – l’imponente spinta “a destra” che nel 1994, avrebbe regalato ai repubblicani, allora guidati da Newt Gingrich, la maggioranza del Congresso –, e con un altrettanto grande svantaggio: se stesso. O, più esattamente, il fatto d’essere un candidato alla prima prova contrapposto ad una “incumbent” scafatissima e popolare quale Ann Richards. Ed interessantissimo è esaminare come Karl Rove abbia dispiegato, già in questa prima sfida contro l’impossibile, tutte le sue capacità di “cervello”. O meglio: come abbia mostrato i segni di una genialità basata – come ogni cosa geniale – su principi d’assoluta semplicità. Primo: mantieni rapporti indistruttibili con quella che è la tua base sociale (la destra religiosa e politica). Secondo: partendo da questa base cerca di cooptare ogni disponibile fetta di quella del tuo rivale. Terzo: distruggi l’immagine del tuo avversario con tutti i “dirty tricks”, i giochi sporchi disponibili. E fallo senza sporcarti le mani. Quarto: una volta vinto, rendi permanenti le ragioni della tua vittoria. Vale a dire: usa i mezzi del potere per ridurre la base sociale ed elettorale dei tuoi potenziali sfidanti democratici. Tutte cose, queste, che stanno ben scritte nell’ipotetico manuale d’ogni consulente di campagna. Ma proprio questo – volendo usare una metafora calcistica – è il punto: come ogni autentico fuoriclasse, Karl Rove fa tutto quello che fanno anche gli altri giocatori. Tira, stoppa, passa, colpisce di testa. Solo che riesce a farlo una frazione di secondo prima e meglio di tutti gli altri.

Ed oggi, dieci anni dopo, basta un occhiata a suo carniere (ed a quello di Bush, la statua da lui trasformata in Afrodite) per vedere i frutti di questa superiorità: due trionfi conseguitivi in uno Stato divenuto, durante gli otto anni di amministrazione Bush, ad inattaccabile maggioranza repubblicana. Due vittoriosi assalti alla Casa Bianca, il primo vinto al pelo, grazie agli aiuti del fratello in Florida ed alla Corte Suprema, il secondo con l’appoggio d’una solida maggioranza costruita, in condizioni non facili, proprio magistralmente maneggiando i quattro principi di cui sopra. Quattro vittorie, nessuna sconfitta e nessun pareggio. Tutti i nemici allo sbando. Ed anche, nel corso del cammino, una lunga serie di falli, chiamiamoli così, da espulsione. La campagna – condotta ovviamente da forze terze – dell’anno 2000 contro il senatore McCain (un altro eroe del Vietman accusato, prima delle primarie in South Carolina, d’avere avuto un figlio illegittimo da una negra); i moltissimi lati oscuri del “pasticcio della Florida”. E, infine, le calunnie – la cui eco ancora risuona – che durante l’ultima corsa hanno sporcato l’immagine di “eroe di guerra” su cui John Kerry aveva costruito gran parte della sua campagna…Ma è proprio da queste “macchie” che il capolavoro di Karl Rove viene a suo modo esaltato. Perché è a dispetto di tanta sporcizia – e d’una campagna spesa alimentando la paura ed il peggior bigottismo che si agita nel profondo della società americana – Bush è riuscito a vincere la sua ultima corsa presidenziale mostrando un autoritratto d’impavido condottiero, portatore d’indistruttibili “valori morali”. Soltanto un grande artista dell’immagine, un’ineguagliabile illusionista o, per l’appunto, un genio del marketing politico, poteva riuscire a vendere vittoriosamente questo prodotto.

E, tuttavia, anche questo capolavoro, ha un suo tallone d’Achille, un suo non poi tanto nascosto prezzo. Ed individuarlo è semplice, come semplici sono le geniali opere di Rove. Chiunque abbia seguito le vicende degli ultimi tre anni sa che la strategia con cui Bush ha vinto le elezioni presidenziali appena conclusesi – quella dell’appello alla destra cristiana nei nome dei valori morali della Nazione minacciata – è, in realtà, soltanto un ripiego dell’ultima ora. Il piano originale, quello elaborato già all’indomani degli attentati dell’11 settembre, prevedeva una campagna quasi plebiscitaria, accompagnata dalla luminosa immagine d’un “commander in Chief” che, avvolto in una tuta da aviatore militare, sbarcava su una portaerei al largo della California per celebrare, sotto la scritta “mission accomplished”, la vittoria lampo nella Seconda Guerra del Golfo, prima tappa della “guerra infinita” contro il terrorismo. Quell’immagine esiste. Ed esiste anche la guerra, molto più autentica e crudele di quello Bush e Rove avrebbero probabilmente desiderato. Così come esiste il deficit causato da quella guerra e dai tagli fiscali che, in tempo guerra, un leader che ama paragonare se stesso al Churchill del “lacrime, sudore e sangue”, ha senza ritegno concesso ai più ricchi d’America. Quello che non esiste è la vittoria, nemmeno nella versione surrogata d’una credibile “strategia d’uscita”.

Oggi l’America “profonda” celebra la vittoria del suo candidato. Ma presto potrebbe scoprire che l’ennesimo capolavoro di Karl Rove è – per usare un’espressione cara alla destra cristiana – soltanto una strada che porta all’inferno.

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