George W. Bush, il guaritore

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13 settembre 2004

 

di Massimo Cavallini

 

Questa storia comincia con un’autentica tragedia umana. O meglio, con due fatti semplici e terribili: la morte d’una madre nell’inferno delle due Torri Gemelle ed il dolore, l’irreparabile solitudine d’una figlia quasi bambina. Poi, questa storia s’incontra con la macchina propagandistica della campagna elettorale di George W. Bush. E – sebbene nessuno s’azzardi a chiamarla direttamente in questo modo – si trasfigura in un “miracolo”. Non – si badi bene – in un qualunque miracolo, di quelli che, nei secoli, hanno riempiono le agiografie dei santi, bensì in un miracolo illustrato nella modernissima (o, addirittura, “post-moderna”) forma di spot televisivo. Anzi: come spiega USA Today, proprio in quanto miracolo, questa storia diventa, quasi all’istante, il più costoso spot televisivo prodotto nel corso della più costosa campagna elettorale della storia dell’uomo. In tutto 14,2 milioni di dollari. Tutti spesi in cinque dei più “oscillanti” tra gli stati “oscillanti”, perché tutti (ed in particolare quelli si sono registrati per votare) sappiano quel che è accaduto alle tre del pomeriggio dello scorso 4 di maggio nella cittadina di Lebanon, nello stato (ovviamente “oscillante”) dell’Ohio. Ecco, in rapida sintesi, le sequenze di questa prodigiosa metamorfosi.

Raccontata per la prima volta in un breve articolo del Cincinnati Enquirer – ed accompagnata da una foto che ancora nessuno considerava la prova d’un miracolo – la vicenda è riassumibile in questo modo. Come d’uso in ogni campagna elettorale, andava, George W. Bush, stringendo mani, baciando bambini e distribuendo pacche sulle spalle all’interno d’un risporante di Lebanon, il Golden Lamb Inn, quando all’improvviso una donna gli si fece incontro e, indicandogli una ragazzina tra la folla, gli disse: “Signor presidente, questa è Ashley e sua madre è morta l’11 settembre nel World Trade Center di New York”. Fu a questo punto che W., pronunciata una frase di grande sensibilità ed eloquenza – “How are you doing?”, come va? – brevemente abbracciò la ragazza portando il volto di lei a ridosso della sua ascella sinistra.

Di questo evento – che ancora nessuno sospettava fosse una testimonianza delle beatissime qualità di guaritore di George W. Bush – non rimasero, apparentemente, che la summenzionata cronaca del quotidiano locale e la foto che lo stesso padre di Ashley – Lynn Faulkner, esperto di marketing e repubblicano di forti convinzioni – aveva (un altro segno della Provvidenza?) provveduto a scattare. Furono più tardi (quasi tre mesi più tardi, in effetti) gli uomini del Progress for America Voter Fund – un gruppo di fiancheggiatori della campagna elettorale del presidente, guidato da Brian McCabe, grande maestro di propaganda poltica – a cogliere tanto i molti prodigiosi dettagli che, nella sequenza, erano immediatamente sfuggiti all’umano sguardo, quanto il potenziale televisivo dell’immagine. Uno in particolare: al contatto con l’ascella presidenziale, Ashley aveva pianto. O meglio: era riuscita per la prima volta a piangere – finalmente sciogliendo il suo dolore e la sua solitudine – dal giorno della morte della madre. Questo raccontano nello spot televisivo tanto il padre Lynn e la stessa Ashley, quanto la buona donna che, nella folla, aveva segnalato al presidente la presenza ed il personale dramma della ragazza. E tutti e tre, all’unisono, confermano d’avere avuto, in quel medesimo istante, una vera e propria visione. Ovvero: d’aver visto, in tutto il loro splendore, “il cuore e l’anima” dell’ “uomo più potente del mondo”. E d’aver capito come solo lui possieda la purezza e la forza per condurre la Nazione verso la Salvezza.

Questo è quanto. Anche se vale la pena d’aggiungere che il miracolo è ora diventato – oltre che uno spot – anche uno strumento di raccolta di fondi per la necessaria opera di evangelizzazione. Vale a dire: per diffondere la “Ashley’s story”, la storia di Ashley, in ogni più remoto anfratto del paese (con particolare attenzione, per l’appunto, ai 5 “battleground States” dell’Ohio, Minnesota, Missouri, New Mexico e Wisconsin).

Che dire? La vicenda indubbiamente s’inquadra – sia pur con qualche significativa variante – nell’alveo d’almeno due molto collaudate (e spesso coincidenti) tradizioni: quella delle madonne che piangono e quella delle grandi guarigioni. Ed ancora da valutare è, in questo quadro, il significato autentico del tipo di miracoloso contatto (con i sudori ascellari anziché con le mani o con il semplice sguardo) prescelto nel caso specifico dal santo. Certo è, tuttavia, che la storia di Ashley rappresenta, per molti aspetti, la tessera mancante nel complesso ed edificante mosaico della conversione, anzi della riconversione di George W. Bush. Raccontata in un DVD distribuito in centinaia di migliaia di copie a tutte le congregazioni religiose della Nazione (vedi articolo), la storia di come il giovane e scapestrato “Dubya” si sia, al compiere dei suoi 40 anni, rincontrato con Gesù Cristo, ha dimostrato agli elettori di fede cristiana come la sua ascesa alla presidenza sia stata, in realtà, parte d’un piano del Signore. Ma ancora mancava, a riprova di questa scelta superiore, un fatto prodigioso (poiché tale non si può considerare la pur eroica resistenza che – nel DVD ricreata con l’apporto di attori professionisti – il presidente aveva opposto, nei pressi d’una macchina focopiatrice, alle diaboliche “avances” sessuali d’una giovane volontaria durante la campagna del padre nel 1988). Ora le lacrime di Ashley hanno colmato il vuoto. Ed il processo di beatificazione (leggi: rielezione) di George W. può, a tutti gli effetti, cominciare.

Qualcuno potrebbe a questo punto chiedersi dove sia finita, in questo luminoso processo, l’autentica tragedia umana da cui tutto era cominciato. Difficile rispondere. Perché in campagna elettorale le storie vere tendono inesorabilmente a scomparire nel nulla. O, peggio, a diventare le caricature di se stesse. E proprio questa, forse, è la vera essenza del miracolo di George, il santo guerriero. Che non ha mai trafitto un drago. Ma che riesce, ogni giorno, ad uccidere la verità.

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