F come Fear, G come God. Bush spiega alla destra cristiana perché deve essere rieletto

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21 settembre 2004

 

di Massimo Cavallini

 

Molte sono le parole chiave che questa corsa presidenziale ci ha fin qui regalato. E divertente sarebbe, a questo punto, raccoglierle tutte, per la gioia dei posteri, in una sorta d’alfabeto elettorale (esempio: “F” come “flip-flopper”, banderuola, termine usato come un’arma dai repubblicani per distruggere – in quella che il politicese americano chiama “character assassination”, vedi sotto la lettera “C” – l’immagine del candidato democratico). Anche se, in realtà, due soltanto sono, in quest’ipotetico dizionario, le parole che racchiudono in sé la sostanza, il senso autentico della contesa e, quel che più conta, l’ancor irrisolto segreto del suo esito. La prima è “D”, come “dead heat”, “parità assoluta”, espressione che sta ovviamente ad indicare lo stato d’estremo equilibrio nel quale, dopo la parentesi seguita alla Convenzione repubblicana, sembra essersi di nuovo arenato il confronto tra George W. Bush e John Kerry. La seconda è “G” come “ground war”, guerra di fanteria, frase che chiaramente definisce, non solo il tipo di combattimento, ma anche (soprattutto, per molti aspetti) il punto in cui questo equilibrio è, infine, quasi certamente destinato a rompersi a vantaggio dell’uno o dell’altro contendente.

Più in concreto: la battaglia per la Casa Bianca si giocherà, ancora una volta, sul filo d’un ristrettissimo numero di voti. Ed assolutamente essenziali saranno, in questo drammatico testa a testa – o, per l’appunto, in questa battaglia condotta, porta a porta, dalle fanterie dei contrapposti eserciti di volontari – due fattori convergenti e tuttavia, in qualche misura, tra loro in contraddizione: la capacità di spostare a proprio vantaggio i pochi elettori indecisi (vedi, sotto la lettera “S”, “swing voters”) e, insieme, la più ampia mobilitazione – specie degli Stati in bilico (vedi, di nuovo, sotto “S” come “swing States”) – della propria tradizionale base elettorale. Ovvia considerazione: per conquistare i voti degli indecisi – dalla politologia quasi unanimemente collocati nell’area moderata – occorrono toni sfumati. Per entusiasmare i fedeli (ed i fanti che entusiasmano i fedeli) sono, al contrario, necessarie “parole forti”. Kerry ha a lungo (troppo a lungo, sostengono molti analisti) privilegiato i primi. E nelle nebbie d’un moderatismo senz’anima ha seriamente rischiato di smarrire per sempre – specie sui fondamentali temi della guerra e della pace – il senso della propria “leadership”. O, se si preferisce, quello della sua “differenza”. Bush ha invece, con molta decisione, scelto le seconde. Ed ha cercato, in questo quadro, due tenebrosi ma preziosissimi alleati: la paura (vedi “F” come “fear”) e Dio (vedi “G”, come God; o, più spesso, volendo seguire il lessico presidenziale, “A” come Almighty, onnipotente, e “J” come Jesus). Descrivere che cosa in effetti sia la paura è relativamente facile. Basta infatti, per questo, rievocare le parole con le quali il vicepresidente Dick Cheney ha più volte con brutale efficacia collegato – sulla base dell’implicito slogan “chi vota Kerry muore” – un’eventuale vittoria democratica ad un nuovo e devastante attentato di al-Qaeda in territorio americano. Più complesso – ed ancor più inquietante – è invece analizzare il ruolo che il Padreterno sta giocando nella corsa di Bush. Di che si tratta?

La presenza (o l’evocazione) di Dio, rammentano gli annali, non è propriamente una novità nella vita politica d’un paese che – in una di quelle contraddizioni che fanno della democrazia americana un’opera in perenne costruzione e, dunque, di perdurante vitalità – fu fondato da padri pellegrini. Ma che, nel contempo, ha ancorato i propri destini costituzionali al principio della più rigida separazione tra Chiesa e Stato. Fu infatti George Washington, il padre della nazione, a coniare la frase “So Help Me God” che chiude il giuramento presidenziale. E fu Thomas Jefferson – ben prima e ben più eloquentemente dell’attuale presidente – ad individuare in Gesù Cristo il suo “filosofo preferito”. William McKinley nel 1898 non esitò a definire “voluta da Dio”, per “civilizzare e cristianizzare quelle sfortunate popolazioni”, l’invasione delle Filippine (un concetto, quest’ultimo, al quale – di recente intervistato da Bob Woodward per il libro “Plan of Attack” – Bush ha fatto sinistra eco, così rispondendo a chi gli chiedeva se avesse chiesto il parere del padre ex-presidente, prima di lanciare la guerra contro l’Iraq: “Non ne avevo alcun bisogno: mi ero già rivolto ad un ben più alto Padre”). E, infine, stando alla diagnosi d’un buon intenditore d’umana psiche, tal dottor Siegmund Freud, anche una delle più sacre icone della politica estera Usa in chiave “liberal”, Woodrow Wilson, era probabilmente, affetto da un latente “complesso del Messia”. Nessun presidente prima di Bush il Giovane, tuttavia, aveva mai, con tanta decisione, direttamente reclutato il Creatore nel suo team elettorale.

Per cogliere appieno il senso della svolta (una svolta, sottolineano molti, in direzione del Sacro Romano Impero di medievale memoria) occorre considerare il peso decisivo che il “fattore religioso” ha – sia pur non necessariamente in chiave fondamentalista – su una grossa fetta (il 70 per cento, secondo i sondaggi) dell’elettorato Usa. E, insieme, dare un’occhiata ad un DVD che – creato da un “gruppo indipendente”, ma curiosamente formato quasi esclusivamente da persone legate a filo doppio alla campagna repubblicana – è stato nelle ultime settimane distribuito in quasi mezzo milione di copie soprattutto tra le congregazioni religiose. Il documentario – intitolato “Faith in the White House” e presentato come una “alternativa a Fahrenheit 9/11” – si propone di dare una “risposta oggettiva” ad una più che legittima domanda: è la fede di George W. Bush sincera, o è soltanto – come in molti altri casi – uno specchietto per attirare l’allodola del voto cristiano? E questa è la straordinaria conclusione della ricerca “super-partes”: non solo la fede dell’attuale presidente scaturisce, purissima, dal profondo dell’anima sua, ma è, a sua volta, un segno del Signore. In una parola: Bush è alla Casa Bianca (e lì, ovviamente, deve restare) perché così ha voluto e vuole Dio.

La storia narrata dal documentario è, in parte, stranota. Bush è stato, fino al compimento dei suoi 40 anni, un giovane scapestrato, con una malsana passione per l’alcol. Poi, durante una passeggiata lungo le spiagge di Kennebunkport, in compagnia del celebre reverendo Billy Graham, ha incontrato (o rincontrato) Gesù. E, diventato un “born again Christian”, proprio a Gesù ha interamente dedicato la sua vita, liberandosi infine dall’alcol e da ogni altro peccato della carne (già celebre – e magistralmente ricreata nel DVD da attori professionisti, immersi nell’alone di luce dorata d’un flashback – è la scena in cui, durante la campagna elettorale del padre, nel 1988, “Junior”, come allora veniva chiamato W, sdegnosamente respinge, nei pressi d’una macchina copiatrice, gli approcci sessuali d’una giovane volontaria). Quello che era meno noto – o se si preferisce, come sostiene il DVD, quello che ancora non era stato del tutto scientificamente provato – è il fatto che questa pur prodigiosa sequenza di eventi non fu, in effetti, una semplice ed individuale redenzione, bensì parte d’un più grande, anzi, d’un universale disegno divino.

Su questa verità convergono le testimonianze (definite “inoppugnabili” dal documentario) di molti dei pastori che di George W. sono stati – in quegli anni ed in seguito – i più importanti consiglieri spirituali. Tutti pronti a confermare un decisivo punto: al momento della sua riscoperta dell’Onnipotente, Bush – che, da allora, con Dio comunica attraverso “impulsi del cuore” – “sentiva” che Dio lo voleva presidente degli Stati Uniti d’America, ma ancora non comprendeva le ragioni d’una tanto ambiziosa scelta che, pure, per obbedienza seguiva. Non per molto, tuttavia, gli toccò brancolare nel buio, guidato solo dalla sua fede. Quelle ragioni, anzi, quella Ragione, gli sarebbe, infatti, tragicamente e, insieme, luminosamente venuta incontro anni dopo, allorché – già insediato alla Casa Bianca, come Dio e la Corte Suprema avevano voluto, dopo la più contrastata e contestata delle elezioni americane – vide le due Torri Gemelle esplodere e crollare su se stesse. O meglio: quando, nella celebre scuola della Florida, dove partecipava ad una seduta di lettura per bambini, uno dei suoi assistenti gli disse all’orecchio: “the nation is under attack”, la nazione è stata attaccata. Fu allora che Bush capì. Dio lo aveva voluto presidente, perché proprio lui aveva scelto per condurre il paese oltre il Mar Rosso di quell’orrore. Perché proprio lui doveva, nel nome di Dio, guidare e vincere la guerra contro il terrorismo. E proprio a questo, evidentemente, Bush pensava nei sette minuti d’interminabile ed attonito silenzio documentati, con diabolica malizia, nel super-premiato film di Michael Moore.

Non in tutte le pieghe della campagna repubblicana, naturalmente, si ritrova oggi la solare chiarezza di questo messaggio che, nitido ed immediato come un’immaginetta, è dedicato alla “fanteria” della destra cristiana. E nessuno – dopo che Bush, privo di teleprompter, se l’era lasciata sfuggire nei giorni immediatamente seguenti la strage – ha più ripetuto la parola “crociata”. Ma il senso di sacra missione descritto nel DVD resta comunque, in ogni situazione, parte integrante del sistema di propaganda bushista. O meglio: parte della “ground war” chiamata a rompere, a vantaggio del presidente uscente, il “dead heat” della corsa per la Casa Bianca. Come, nel corso della Convenzione repubblicana ha provveduto a sottolineare, con la sua forza di “star” dell’11 settembre, anche il “moderato” ex sindaco di New York, Rudy Giuliani. Sfidando il ridicolo (ma è proprio con l’audacia della sfida al ridicolo che, talora, si vincono le elezioni) Giuliani ha per la prima volta rivelato ad una platea in visibilio quel che – anche lui evidentemente ispirato da forze superiori – disse al commissario di polizia Bernard Kerik, quando, alzando gli occhi al cielo, vide sbriciolarsi la prima delle due torri: “Grazie a Dio, George W. Bush è presidente”. E persino Bush il Vecchio ha, in una recente intervista, ventilato la possibilità che la sua sconfitta del 1992, di fronte a Bill Clinton, fosse in realtà parte del celeste piano teso a spianare la strada al figlio chiamato da Dio. O, comunque, ad aprire le porte ad una politica nella cui divina essenza oggi si scioglie e svanisce tutta la tragica banalità della cronaca: le armi di distruzione di massa che non esistono, lo scandalo d’una guerra dichiarata su falsi presupposti, i suoi morti, i suoi feriti, la realtà d’un paese “liberato” precipitato in un caos che è, a sua volta, divenuto un centro di riproduzione del terrorismo che si doveva combattere. Quella contro l’Iraq, e quelle che all’Iraq seguiranno, sono quelle giuste perché Dio le ha ha volute. E tanto basta.

Piaccia o no, le elezioni del 2 novembre saranno proprio questo: lo scontro tra un ennesimo Uomo della Provvidenza ed un candidato che, nella più benevola delle ipotesi, è un inconsapevole strumento delle Forze del Male. Perché è come Uomo della Provvidenza George W. Bush ha dichiarato guerra a Saddam. E, soprattutto, perché solo come Uomo della Provvidenza, può sperare, oggi, di non pagare dazio per l’inettitudine e l’arroganza di quella scelta. Speriamo bene.

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