È tempo che i democratici si chiedano: “che cos’è accaduto al Kansas”?

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14 novembre 2004

 

di Massimo Cavallini

 

Ha vinto, alla fine, il “cervello di Bush”. No, non quello vero, fatto di materia grigia, che – per quasi unanime ammissione benedetto da un piuttosto mediocre quoziente d’intelligenza – giace sotto il cappello da cow boy dal presidente tanto orgogliosamente esibito nei suoi momenti d’ozio nel ranch di Crawford. È d’un altro cervello che stiamo parlando: quello – per molti aspetti ancor più vero, e certo più brillante – che tale è stato definito nel 1994, dopo il trionfo nella corsa per la poltrona di governatore del Texas, dal titolo d’un libro di successo (”Il cervello di Bush”, per l’appunto) dedicato alla vita, alle opere ed ai miracoli di Karl Rove, il più antico e fidato dei consiglieri di George W. Bush. Ovvero: all’uomo che, quattro anni fa, all’indomani della più contrastata vittoria nella storia delle presidenziali americane, in questo modo identificò – in assai semplici termini aritmetico-politici – la vera chiave della rielezione d’un presidente che, nominato dalla Corte Suprema, aveva in realtà perduto il suffragio popolare: fare votare – e fare votare, ovviamente, per George Bush – i quattro milioni di cristiani evangelici che, nel 2000, avevano, per mancanza d’entusiasmo, disertato le urne.

Questo disse Karl Rove. Ed i conti, politicamente parlando, tornano oggi in modo quasi perfetto. Tornano nonostante i conti elettorali – imballatisi stavolta in quel dell’Ohio – ancora non fossero, fino al pomeriggio di ieri, ancora del tutto terminati. Tornano, perché proprio in quattro milioni di voti sta, in effetti, la differenza tra il 2000 ed il 2004 o, se si preferisce, il segreto del margine relativamente ampio con cui, questa volta, Bush ha conquistato il voto popolare. E perché proprio l’appello alla destra cristiana – o a quella che i commentatori conservatori amano con qualche ipocrisia definire l’ “America dei valori” – è, con tutta evidenza, stato l’elemento decisivo nel confronto tra le due parti d’un paese sempre più diviso. Karl Rove aveva visto giusto: nella battaglia per il “get out the vote” – ovvero, per la mobilitazione elettorale delle rispettive basi sociali – i repubblicani godevano (e godono) d’un vantaggio strutturale. Perché strutturale è stato, negli ultimi decenni, lo spostamento a destra, sul piano culturale e politico, d’una parte maggioritaria d’America. O di quello che, da queste parti, si una chiamare “the heartland”, il cuore profondo della nazione. Dunque: lasciate che i grandi media – megafono di quel che resta del liberalismo – deridano la semplicità di linguaggio e l’ostentata religiosità d’un presidente “scelto da Dio” per combattere la guerra contro il terrorismo. Lasciate che l’elite accademica protesti per le minacce che gravano sulle libertà civili e sul principio della separazione tra chiesa e stato. Le parole e le immagini che, con la disciplina d’una marionetta, Bush ha offerto di se nel corso della campagna sono cibo prelibato per la parte del paese che davvero conta. Quella che, in virtù d’un semplice calcolo aritmetico, è – qualora riesca a dispiegare tutta se stessa – comunque destinata vincere.

Così è stato nella notte di martedì. E proprio questa è, probabilmente, la prima domanda che gli sconfitti debbono oggi porre a se stessi. Come e perché, quando ed in che modo, si è verificata questa frattura tra il partito democratico e l’America profonda, quella che ieri ha di nuovo “colorato di rosso”, dalle grandi praterie, agli stati del sud, alle Montagne Rocciose, il “cuore del paese”? Gli storici di parte conservatrice sono soliti – con più d’una buona ragione – identificare l’inizio di questo processo con una sconfitta apparentemente catastrofica: quella che, nel 1964, vide Barry Goldwater soccombere miseramente di fronte a Lyndon Johnson, in virtù d’una piattaforma politico-ideologica bollata come “estremista”. Ma in realtà destinata a gettare i semi d’una “rivoluzione” – quella che sarebbe poi culminata nel reaganismo – che avrebbe modificato l’anima d’un partito repubblicano allora ancora dominato dalle elite del Nord-Est. Due (e in qualche modo parallele) le fondamenta di questa storica (e vittoriosa) trasfigurazione: un ritorno ai più tradizionali valori – Dio Patria e Famiglia, in sostanza – sul piano culturale; e, sul piano economico-politico, un’implacabile attacco contro ogni forma d’invadenza dello Stato. Il tutto sulla base d’una sistematica demolizione dell’immagine del “liberalismo”, metodicamente identificato, per l’appunto, con tutto ciò che – proveniente da una inesistente ma odiatissima America elitaria ed arrogante – è con lo Stato e contro Dio, contro la Patria e la Famiglia. Una sorta di guerra santa. O – come con più laica scelta sostiene qualche osservatore – una sorta guerra del Peloponneso tra i “molli” ateniesi ed i “duri” spartani…

Ovvio seguito alle domande di cui sopra. Era davvero inevitabile, questa Guerra del Peloponneso? Era inevitabile, per i democratici (e, più in generale, per la sinistra americana) questa quasi completa perdita di contatto, questo siderale distacco dal “paese profondo”? Era inevitabile che, in questa parte d’America, George W. Bush giocasse con tanto incontenibile successo le carte della Patria, di Dio e della Famiglia? Era inevitabile che quelli che molti considerano “valori americani” diventassero preda del bigottismo? Forse no. In un bel libro intitolato “What’s the Matter with Kansas?”, lo scrittore Thomas Frank rammenta come lo stato che ieri – come gran parte del “heartland” – s’è quasi plebiscitariamente pronunciato per Bush, sia stato in tempi non poi tanto lontani un luogo di ribelli e di rivoluzionari, una polveriera pronta ad esplodere ad ogni messaggio sovversivo. E proprio a questo si rifà il titolo del libro: alla costernata domanda che nel 1896 – alla vigilia dello scontro elettorale tra William McKinley, esponente della elite politica del nord-est, ed il “populista delle praterie” William Jennings Bryan – il quotidiano “Emporia” rivolgeva ai suoi lettori (che, comunque votarono a stragrande maggioranza per Bryan). Il Kansas, ricorda Frank, dette i natali al ribelle abolizionista John Brown (che venerò come un eroe). Ed è anche una delle non molte parti d’America dove, nel 1912, il candidato socialista Eugene V. Debs vantò una solida base sociale…Dov’è finito tutto questo? Perché lo storico – chiamiamolo così – “odio di classe verso le elite del danaro e della cultura (un odio che sopravvive) – è scivolato in direzione del bigottismo e, conseguentemente, d’una inattaccabile maggioranza repubblicana? Perché i sentimenti religiosi di tanta parte d’America sono diventati “destra cristiana”, carne da cannone per i progetti di conquista del “cervello di Bush”?.

Rispondere a queste domande non è facile. Ma capire che cosa sia “accaduto al Kansas” è oggi per i democratici (o per quel che dei democratici resta dopo la sconfitta) assolutamente essenziale. Bill Clinton – che da quest’America profonda proveniva – era riuscito a temporaneamente ristabilire i contatti, sulla base d’una piattaforma politica centrista che “cooptava”, soprattutto in campo economico, una buona parte dei principi repubblicani (riduzione del ruolo dello stato, disciplina fiscale, riforma del welfare). È possibile, ora, ripercorrere questa via, recuperando valori di sinistra capaci di parlare a un America che, a suo modo, odia i ricchi e la guerra, ma vota per il partito dei ricchi e della guerra?

Agli uomini ed alle donne (Hillary Clinton?) chiamati a raccogliere i cocci degli sconfitti l’ardua risposta.

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