Bentornato, Señor Presidente

 

A quarant’anni dalla prima pubblicazione (Feltrinelli), il capolavoro di Miguel Ángel Asturias torna nelle librerie italiane in edizione completa e con una nuova traduzione – Per quale motivo un libro tanto importante è stato dimenticato a vantaggio della premasticata paccottiglia dei vari Isabel Allende e Luis Sepulveda? Gabriella Saba ne parla con Raul Schenardi, il traduttore di “El Senor Presidente”

di Gabriella Saba

 

23 marzo 2006

 

Raul Schenardi, 55 anni, piacentino, è uno dei più apprezzati traduttori dallo spagnolo di libri latinoamericani per Feltrinelli, Baldini & Castoldi, Fahreneit 451, ecc. Per quest’ultima casa editrice ha tradotto Il Signor Presidente, impresa che definisce “tra l’improbo e il diabolico”. A 2Americhe racconta la sua opinione sul romanzo e sul suo autore e un po’ di altre cose sullo stato di salute della letteratura latinoamericana, e sui lettori e sul mercato.

Il libro di Asturias, in assoluto uno dei piú grandi capolavori della letteratura latinoamericana, era stato pubblicato da Feltrinelli 40 anni fa in una edizione )ormai introvabile) priva di alcune sue parti. Poi piu nulla – Nonostante sia stato insignito del Nobel, e sia uno dei padri del realismo magico, Asturias non è conosciuto in Italia dal grande pubblico ed è trascurato dagli editori. Qual è il motivo? asturias 1 In effetti, i suoi testi più importanti non vengono ripubblicati da trent’anni. Nel 2004 è uscito Weekend in Guatemala per l’editore Viennepierre. Asturias però, fortunatamente, gode sempre delle attenzioni delle università . Alla Statale di Milano, per esempio, nel 2006 si è tenuto stato un corso seguito da un importante convegno di studi. Quanto alle attenzioni degli editori, lo scrittore guatemalteco condivide la triste sorte di molti grandi autori ispanoamericani caduti ingiustamente nel dimenticatoio, da Roberto Arlt a Juan Carlos Onetti a Reinaldo Arenas. Forse bisogna rassegnarsi all’idea che per il lettore medio, e per la maggioranza dei lettori, la letteratura latinoamericana non è, cito un polemico intervento di Roberto Bolaño, “né Borges né Macedonio Fernandez né Onetti né Bioy né Cortazar né Rulfo né Revueltas e nemmeno quel duetto di vecchi maschioni formato da Garcia Marquez e Vargas Llosa. La letteratura latinoamericana è Isabel Allende, Luis Sepulveda, Angeles Mastretta…….”. Quanto agli editori, voglio azzardare: non è che prenderanno le loro decisioni ascoltando esclusivamente le sirene del marketing?

– Circoscrivendo la domanda a Signor Presidente, come mai un buco di quarant’anni tra la prima pubblicazione e quest’ultima?

Il motivo principale credo stia nel disinteresse dei grossi editori. I diritti di Asturias sono gestiti da un’importante agenzia che evidentemente ci ha messo un po’ di tempo a convincersi a cederli a un piccolo editore come Fahrenheit 451. E il disinteresse dei grossi editori, al di là della pigrizia intellettuale, forse viene da certe asprezze sperimentali presenti nel romanzo. Almeno, rispetto alle ridotte capacità digestive del cosiddetto lettore medio.

– Come hai trovato il romanzo rispetto a opere più mature come Uomini di mais e Leggende del Guatemala?

Quando scrisse Il Signor Presidente Asturias possedeva già tutto il suo potere sciamanico di affabulazione, ma la visione del mondo era quella di un giovane fra i venti e i trent’anni che non aveva ancora scoperto le proprie radici maya (lo farà seguendo alla Sorbona le lezioni di sociologia di Georges Raynaud, che aveva tradotto il Popol Vuh in francese) e soprattutto non aveva ancora l’esperienza umana che gli consentirà di scrivere le opere della maturità. Si notano anche lievissimi difetti stilistici, come alcune intromissioni di un narratore onnisciente tipico del romanzo ottocentesco, e certi sperimentalismi nell’uso della punteggiatura o nella ricreazione di onomatopee oggi possono apparirci ingenui, il che non toglie che sia un romanzo straordinario, che non ha niente da invidiare alle opere successive.

– Quali sono state le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tradurlo?

Bisogna considerare che Asturias usa un linguaggio molto personale, fatto di espressioni tipiche guatemalteche, termini arcaici o decontestualizzati, neologismi. Per non dire che aveva un gusto diabolico per le onomatoopee, i giochi di parole di stampo surrealista e altri scherzetti che sembrano ideati apposta per far impazzire i traduttori. Del resto, le edizioni spagnole sono accompagnate da ampi glossari. Inoltre, Asturias mette in campo un gran numero di personaggi che parlano diversamente a seconda del grado di cultura e della posizione sociale. Per non parlare della diversità di registri linguistici: il capitolo XXIII, per esempio, contiene rapporti di informatori alla polizia e rispecchia lo stile burocratico di questo tipo di comunicazione, il XXI rispecchia il flusso della coscienza di Faccia d’Angelo, con una sequenza di libere associazioni di immagini a volte di difficile interpretazione, quasi sempre disperanti al momento della traduzione. Infine, Asturias stesso ha chiarito che in molti casi lasciava prevalere il ritmo della frase, la sonorità, la ricerca delle assonanze rispetto alla trasmissione dei significati. Questa precisa indicazione ha comportato un ulteriore lavoro di limatura, che spesso è diventato vera e propria riscrittura, per cercare di rendere al meglio, nei limiti tirannici del possible, l’incantesimo verbale di certi passi della prosa di Asturias, el Gran Lengua.

– Asturias viene spesso accusato di essere un autore eccessivamente ideologico. Personalmente lo trovo meno ideologico di Garcia Marquez, fondamentalmente perché è più ironico. Tu cosa pensi?

Asturias ha scritto anche libri di denuncia delle malefatte dell’imperialismo USA (quando farlo non era ancora peccato mortale), come Weekend in Guatemala, scritto in esilio a Buenos Aires dopo il golpe ordito dalla CIA contro il governo democratico di Jacobo Arbenz nel 1954, e alla cosiddetta Trilogia bananera (Vento forte, Il papa verde e Gli occhi che non si chiudono) contro il saccheggio operato in Centroamerica dalla United Fruit Company. Questi ultimi tre, soprattutto, non raggiungono certo le vette dei romanzi più importanti, ma non bastano nemmeno a ridurre la sua opera dentro stretti confini ideologici, anche perché Asturias, cattolico convinto benché severissimo nei confronti dell’asservimento al potere delle gerarchie ecclesiastiche, più che ideologo forse è stato un mitologo, alla riscoperta delle radici della cultura maya. Garcia Marquez ha sempre amato troppo i potenti e farsi fotografare insieme a loro. Mi sembra il modo più sicuro per diventare impresentabili, perlomeno per uno scrittore. Per il resto, non credo di essere l’unico a pensare che sia autore di un solo grande romanzo.

– Tu sei anche scouter, specializzato in America Latina, Dal tuo doppio osservatorio, quale genere di letteratura latinoemaricana ti sembra che piaccia oggi al pubblico europeo? Cosa cerca il lettore nella letteratura latinoamericana?

Bisogna fare qualche distinzione: certi autori pubblicati in Francia o Germania non lo sono da noi e viceversa. Pochissimi entrano nell’autoreferenziale mercato anglosassone. Poi occorre precisare che i lettori leggono quello che piace (o conviene) agli editori, che molte volte è quello che piace ai geni del marketing, che prima di ogni cosa guardano alle vendite e le vendite degli scrittori latinoamericani in patria non raggiungono mai cifre interessanti, per l’ovvia ristrettezza del mercato interno. Per farla breve, i lettori europei leggono prevalentemente autori di grande successo in patria o sul mercato spagnolo, che è quasi sempre il ponte di passaggio obbligato per lo sdoganamento di autori ispanoamericani. Inoltre, ho l’impressione che l’editoria italiana abbia voluto sfruttare troppo a lungo certi filoni (in particolare il realismo magico, poi riciclato in salsa new age alla Coehlo, e il romanzo di denuncia politico-sociale), accreditando quasi l’idea che da quelle parti non si scrivesse nient’altro. Risultato: un lettore che si lascia catturare non dalla copertina o dal titolo, ma dalla nazionalità dell’autore, probabilmente si aspetta (ma non si è ancora stufato?) di leggere l’ennesima rifrittura del già risaputo, mentre per fortuna è da un pezzo che gli scrittori ispanoamericani affrontano altre tematiche con altre modalità (penso per esempio a César Aira, Mario Bellatín, Alan Pauls, fra quelli che cominciano a essere pubblicati anche da noi). Sarà interessante vedere l’accoglienza riservata dai lettori italiani a queste nuove proposte e a una certa rinascita di iniziative editoriali mirate, come la casa editrice La Nuova Frontiera o la collana Bookever degli Editori Riuniti.

– Quale è la tua opinione sul ruolo di Asturias rispetto agli scrittori del boom? Che specificità trovi che abbia, rispetto ai vari Vargas Llosa, Garcia Marquez, Carpentier, Cortázar e così via?

Be’, per motivi di anagrafe viene molto prima e può considerarsi il precursore del cosiddetto realismo magico (qualcuno ne vede l’atto di nascita proprio nell’incipit del Signor Presidente), e comunque la migliore sintesi fra surrealismo europeo e real maravilloso latinoamericano. Ma non ha beneficiato della fortunata operazione di marketing che va sotto il nome di boom latinoamericano. Penso ad Asturias che si porta appresso dal 1922 al 1946 il manoscritto del Signor Presidente prima di poterlo vedere pubblicato, per problemi di censura, mentre Garcia a Marquez ha firmato il contratto per l’edizione italiana di Cent’anni di solitudine nel 1965, due anni prima di pubblicarlo in America latina, in pratica quando lo stava ancora scrivendo. Il suo mentore era Carlos Fuentes, che come è noto favorì anche la pubblicazione in Europa di Vargas Llosa, Ernesto Sabato, José Donoso, ecc. I romanzi di Vargas Llosa però erano troppo europei e troppo poco latinoamericani per avere il successo di Gabo. E quelli di Fuentes troppo colti. Diverso il discorso per Cortazar, a mio avviso il più importante e destinato a durare fra quelli da te nominati, l’unico che può ambire a un paragone con Asturias. Ma solo ambire, perché la padronanza della lingua e il suo uso, la capacità di creare immagini di rara potenza e la volontà di sperimentazione che ha avuto Asturias, non la ritrovo in nessuno degli scrittori del boom?.

– L’evoluzione di Miguel Cara de Ãngel nel Signor Presidente ricalca in qualche modo quella dell’autore?

Il nome proprio di Asturias, Miguel Ángel, appunto, la dice già lunga su una sorta di identificaziione dell’autore con quello che è in fondo il protagonista del romanzo. E’ stato notato anche che Miguel Cara de Angel è l’anagramma in spagnolo dell’Arcangelo Michele, e in questo senso il romanzo è stato letto come l’inversione del mito dell’angelo ribelle. Naturalmente la distanza critica del narratore nei confronti della dittatura è nettissima, e l’autore si identifica con lo studente incarcerato perché oppositore del Signor Presidente (si tratta fra l’altro di un episodio autobiografico), ma la doppiezza di Faccia d’Angelo è il suo essere diviso a metà fra un lato chiaro e uno oscuro e rispecchiava in qualche modo le profonde inquietudini esistenziali di Asturias in quel periodo.

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