Pagliacciata in casa Cason II: la sepoltura (della reputazione del dissenso cubano)

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13 febbraio 2006

 

di Massimo Cavallini

 

È assai improbabile che – come potrebbe apparire – sia stato l’ufficio di propaganda del Partito Comunista Cubano a progettare la cerimonia che si è svolta sabato sera nei giardini dell’abitazione dell’indefesso signor James Cason, responsabile della Sezione d’Interessi americana. Non foss’altro per un’ovvia ragione: da quando, quattro anni fa, ha occupato il suo incarico all’Avana, , il medesimo Cason che, ha testimoniato una fantasia ed un personale talento che, con tutta evidenza, non necessitano aiuti o consulenze di sorta. Ma certo è che – avessero le autorità cubane potuto (altra circostanza assai improbabile) disporre a proprio piacimento dei giardini della residenza diplomatica – ben difficilmente avrebbero potuto immaginare un modo più rapido ed efficace per confermare la tesi sulla quale, da sempre, poggiano le basi etico-patriotiche

della politica di repressione del regime: quella che descrive i repressi – ovvero i dissenzienti incarcerati o perseguitati per reati d’opinione – come semplici appendici della politica “annessionista” degli Stati Uniti d’America.

Proviamo a riassumere. Stando ad un dispaccio (corredato da servizio fotografico) diffuso ieri dall’agenzia Reuters, nella serata di sabato, , un nutrito gruppo di dissidenti cubani – tra i quali spiccava la figura di Oswaldo Payá, al quale è stato affidato il più importante dei discorsi previsti dal cerimoniale – hanno partecipato ad una manifestazione, convocato dal summenzionato signor Cason ,il cui scopo dichiarato era quello di commemorare la giornata dei diritti umani. Momento clou del programma: la simbolica sepoltura d’un cofanetto (una sorta di “capsula del tempo”) contenente, scritti a mano, tutti quei “liberi pensieri” – uno per ciascuno dei presenti – che oggi, a Cuba, sono costretti alla clandestinità. Il tutto con la prevedibile promessa di disseppellirli nel giorno – “non lontano”, secondo il signor Cason – in cui la luce della libertà tornerà a splendere sull’isola. E, si fosse la cerimonia limitata a questo, avrebbe potuto essere archiviata – con molte perplessità, ma senza drammi – sotto la voce: nobili gesti compiuti nel luogo sbagliato. Anzi: nel più sbagliato dei luoghi possibili.

Ma a questo – grazie alla fervida fantasia del diplomatico Usa ed alla masochistica acquiescenza dei dissidenti – la cerimonia non si è, purtroppo, limitata. Insieme ai pensieri dei presenti, infatti, nel cofanetto sono stati introdotti altri oggetti: una copia della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, una copia della “Fattoria degli animali” di George Orwell (“La rebelión en la granja” in spagnolo), una delle radio ad onde corte che la Sezione di Interessi statunitense distribuisce per facilitare l’ascolto di Radio Martí e – a suggello del tutto – il testo del discorso dedicato a Cuba che George W. Bush pronunciò a Miami il 20 maggio del 2002. Come a dire: se qualcuno di voi pensa che questa cerimonia sia soltanto una manifestazione a favore della libertà o del diritto al dissenso, si sbaglia di grosso. Questo è, al contrario, soprattutto un inequivocabile atto di consenso nei confronti della politica cubana di George W. Bush. O meglio: è la pubblica riaffermazione della convinzione che solo dal Bush-pensiero – il povero Orwell si starà rivoltando nella tomba – potrà venire il riscatto della libertà perduta. Occorre ammetterlo: se obiettivo dell’evento era quello di dimostrare il rapporto d’immediata (e “mercenaria” come afferma la propaganda di regime) causa-effetto tra le attività da agit-prop del signor Cason – fenomeno davvero inedito nella storia della diplomazia – e quelle del dissenso interno, lo stesso Fidel Castro non avrebbe saputo, né potuto, fare di meglio.

Resta ovviamente una domanda, la stessa che molti s’erano posti lo scorso 2 novembre, quando il responsabile della Sezione d’Interessi aveva organizzato, sempre nella sua residenza, un’ancor più bizzarra riunione (poi dallo stesso Cason ampliamente pubblicizzata): quella nel corso della quale un centinaio di dissidenti presero parte ad una elezione simulata del presidente degli Stati Uniti. Questa: perché i rappresentanti del dissenso assecondano queste tristi pagliacciate? E, più in particolare: perché una simile pagliacciata (l’ultima qui sopra descritta) ha con tanta personale visibilità assecondato anche Qswaldo Payá ( che, saggiamente, aveva un mese e mezzo fa disertato la farsa della votazione)? La grande e positiva novità della più rilevante iniziativa di Payà, il progetto Varela – era stata quella di affermare, sul piano nazionale ed internazionale una dimensione autonoma (non per caso osteggiata dall’ala dura dell’esilio di Miami) del dissenso interno. Perché ha deciso di buttare al vento – o meglio di seppellire con tanta ostentazione nel giardino del signor Cason – questo patrimonio tanto faticosamente accumulato? Mistero.

Ed il mistero ancor più s’infittisce se si ritorna al testo che – con scelta blasfema – è stato dai celebranti accoppiato alla Dichiarazione Universale del Diritti umani. Il discorso che Bush tenne a Miami il 20 maggio del 2002 aveva infatti due scopi fondamentali, e nessuno dei due aveva rapporti di parentela – stretti o lontani – con la difesa della libertà. Il primo: ripristinare, elettoralmente parlando, quei rapporti con i “cubani di Miami” che tanta importanza avevano avuto nella sua vittoria dell’anno 2000. Il secondo: manifestare, in questo quadro, il proprio appoggio ai “duri” dell’esilio contro le timide scelte “aperturiste” del presidente della Cuban American National Foundation, Jorge Más Santos (non per caso il discorso fu pronunciato nel corso di un convegno del Cuban Liberty Council, formatosi proprio in contrapposizione a Más Santos). Fu, quello di Bush – come sempre, purtroppo, quando un presidente americano in carica parla di Cuba – un mediocrissimo discorso di politica interna la cui filosofia (immutabilmente fondata sul progressivo rafforzamento dell’embargo e su aiuti finanziari che, per il dissenso interno, erano solo un lasciapassare per il carcere) vennero allora respinte (o quantomeno criticate) da gran parte del dissenso interno e dallo stesso Payá, Che cosa ha spinto ora lo stesso Payá ad usare quel medesimo discorso come “cappello ideologico” come suggello di pensieri di libertà (i suoi) che, almeno in parte, hanno contribuito a liberare la lotta per la democrazia a Cuba dalla logica dei due contrapposti estremismi che, a Miami e a l’Avana, restano sempre eguali a se stessi?

Ci piacerebbe conoscere la risposta, perché quel cappello ideologico rischia oggi più che mai di diventare – come, venerdì sera la cerimonia della sepoltura ha involontariamente suggerito – una vera e propria pietra tombale su ogni speranza d’un cambio democratico senza perdita della sovranita.

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