Patricia Lara, con gli occhi di chi soffre

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23 settembre 2007

di Gabriella Saba

Se c’è un modo per spiegare in maniera comprensibile il conflitto in Colombia è quello di raccontarne “dal basso” le storie dei protagonisti come fanno i libri della giornalista e scrittrice Patricia Lara. Il suo saggio-reportage Las Mujeres en la guerra ha vinto sette anni fa il prestigioso premio Planeta e di esso, qualche mese fa è andata in scena la nuova, tragicomica versione teatrale (la prima era stata rappresentata in molti Paesi, tra cui Francia e Stati Uniti, con grande successo): un lungo monologo in cui una sola, magnifica attrice interpretava quattro donne in guerra (per esempio la guerrigliera e la paramilitare) che facevano sballare gli stereotipi grazie a un apporto massiccio di “fattore umano”. Sguarnito di proclami e perfino di giudizi, lo spettacolo mostrava, infatti, come non fossero questi ultimi la chiave di lettura ma, spesso, una concomitanza di circostanze e la stessa fatalità.

Alla prima dell’opera, in un teatro nel quartiere coloniale della Candelaria di Bogotà, la Lara ha pianto. La gente le si avvicinava per complimentarsi e lei si è commossa. Un po’ perché il monologo era, in effetti, emozionante e anche perché, nonostante sia famosissima in Colombia, Patricia è di basso profilo. Autentico pezzo da novanta nella storia del giornalismo colombiano, autrice di un’infinità di reportage e di due libri inchiesta (al momento è editorialista indipendente), ha pubblicato l’anno scorso il suo primo romanzo e sta per cominciarne un altro di cui non anticipa nulla. Quanto all’altro, è una storia d’amore tra un giovane paramilitare e una ragazza guerrigliera. Una bella storia tenera in mezzo a un sacco di morti ammazzati. Si intitola Amor enemigo (editore Seix Barral) ed è, spiega la Lara, un racconto di “riconciliazione e speranza” anche se finisce malissimo, e però i due, almeno, smettono di ammazzare. “Più che un romanzo si tratta della versione romanzata di una vicenda molto verosimile”, dice.

Niente di strano per una giornalista che considera la letteratura un modo per raccontare storie più profonde di quelle giornalistiche perché non sottomesse a dati, cifre e regole. Allo stesso tempo, la Lara guarda al giornalismo come (anche) alla maniera di informare sulle storie umane (che messe insieme “fanno” le grandi storie) e considera buoni giornalisti coloro che non si accomodano all’ombra dei potenti ma si avvicinano a chi non conta, ai protagonisti invisibili.

“Il problema è capire e poi approfondire, ricordare. Il nostro Paese ha un problema di memoria, è smemorato e il giornalismo e la letteratura hanno, ognuno a suo modo, il dovere di mantenere la memoria”. Memoria della violenza, della guerra ormai arcaica che ancora affligge una parte del Paese (invisibile nelle città e in molte zone ma percepibile sottotraccia come una febbre intermittente)? “Basta aprire il giornale ed ecco massacri, stragi, scandali. Succedono più cose qui in un giorno che in Europa in un anno. Stare dietro a tutto è difficile e pericoloso ed è per questo che non si leggono più storie ben scritte. Ma il problema è anche un altro. Credo che il grande reportage stia morendo, e non ci sia più spazio per la parola scritta, che comincia a dubitare della sua identità”.

E’ una bella signora raffinata, Patricia Lara, madre di due figli e già nonna. Parla con misura, è delicata. Un pomerania di nome Susi ci schiamazza intorno, morbide luci illuminano le stanze dai soffitti bassi, i mobili in stile e la piccola, curatissima terrazza coperta. Di sé non parla volentieri, benché abbia una storia non comune. La sua famiglia è ricca e importante, e lei ha studiato alla Sorbona e alla Columbia University. E’ stata corrispondente da Parigi e dagli Stati Uniti per i media più autorevoli, ha sposato un ambasciatore e ha fondato nel suo Paese il settimanale Cambio 16 – insieme alle due etoile del giornalismo Daniel Samper e Juan Tomás de Salasche – che poi diventò Cambio e nel ‘99 fu rilevato da García Márquez. Più volentieri racconta della sua recente esperienza politica, la candidatura alla vicepresidenza nel 2006 che, se non la portò all’elezione (era in campagna con il candidato dell’alleanza di sinistra Polo Democratico Alternativo, Carlos Gaviria) aggiunse alla sua conoscenza “sul campo” parecchio materiale. I suoi leit-motiv sono la guerra e la voglia di pace. Lottare per la pace. “L’accordo che ha siglato Uribe con i paramilitari è meglio di niente, nonostante le difficoltà e i molti punti deboli”, ammette lei che non è certo uribista. “E però qui la violenza è sempre alta. In Colombia anche Il linguaggio è violentissimo, e il fatto che si continuino a chiamare i propri nemici – siano le Farc o i paramilitari – banditi e assassini, non favorisce l’accordo”.

Per il suo impegno, e per le sue inchieste, qualche anno fa finì nella lista dei condannati a morte dai paramilitari. Ammette oggi che morì di terrore quando, nel 2002, il superboss di quelli, Carlos Castaño, le chiese di incontrarla, in una finca nei pressi di Cordoba. “Indossava un paio di jeans e una lacoste rossa”, ricorda la Lara, che andò all’appuntamento preparata al peggio e si trovò di fronte un ragazzo affabile che per un’ora e mezzo le raccontò le ragioni della “sua” guerra, la presunta amarezza per l’ingresso di narcos tra le Auc (la Autodefensa Unida de Colombia, i micidiali e crudelissimi gruppi paramilitari che lo stesso Castaño aveva fondato qualche anno prima) e le fece una rivelazione che perfino lei trovò inaspettata. “Se l’esercito volesse catturarmi potrebbe farlo in due giorni”.

Due anni dopo Castaño fu ammazzzato, per ordine del fratello Vicente, mentre cercava di trattare con la Dea. Eppure, nemmeno di loro la scrittrice parla con violenza. Pesa le parole, pondera, spiega piano. Non giudica, o almeno non troppo. Si infiamma leggermente quando racconta dei bambini in guerra. “Questo è un conflitto fatto in gran parte dai ragazzini, che fuggono da famiglie povere e violente, oppure si arruolano per vendicare un familiare ucciso o perché non hanno altro modo per guadagnarsi da vivere”. Ne ha incontrato decine, di quei bambini, centinaia. Poi, ha scritto Amor enemigo.

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