Lettera a un professore di Macerata

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Caro professore,

 

mi permetta di elencare molto brevemente le ragioni cronologico-politiche, che mi hanno spinto (vedi l’articolo) a definire “una barzelletta” il suo post “Massimo Cavallini e l’assassino di Roque Dalton”. Come lei stesso rammenta, Dalton è stato assassinato per decisione della direzione dell’Erp – perché ritenuto un agente della Cia, ma molto più probabilmente solo perché non abbastanza in riga con la rigida ideologia marxista-leninista del gruppo armato – il 10 maggio del 1975. E mi par giusto affermare che è da quel momento che Joaquin Villalobos (che fu sicuramente tra coloro che votarono a favore dell’esecuzione del poeta) deve a tutti gli effetti essere considerato, come lei perentoriamente afferma, un “sicario stalinista”. Nonché, conseguentemente, una sorta di intoccabile per chiunque abbia un minimo di decenza politica (poiché questa è, mi pare, la ragione del suo “sdegnato” attacco al “link” contenuto nel mio articolo sulla marcia del 4 febbraio). La cosa (la sua responsabilità nell’omicidio) non ha tuttavia impedito al sunnominato Villalobos di 1) diventare, alla fine degli anni ’70, il massimo leader dell’Erp, da tutti considerato (ed essenzialmente per suo merito) la più forte, in termini di strategia militare e politica, tra le formazioni della guerriglia salvadoregna; 2) di diventare, nel 1980, uno dei massimi dirigenti (forse il più prestigioso, in virtù della forza della sua organizzazione) nel FMLN; 3) di essere per questo riverito dalla totalità della sinistra più o meno rivoluzionaria e ricevuto con tutti gli onori in quella che della sinistra rivoluzionaria è la legittima mecca (Cuba); 4) di diventare uno (probabilmente il più importante) dei negoziatori della pace all’inizio degli anni ’90; 5) di diventare – sebbene escluso da cariche pubbliche per una clausola contenuta nei trattati di pace – uno dei più prestigiosi dirigenti del nuovo FMLN civile; e infine 6) di continuare in questa veste ad essere – di nuovo – riverito dalla totalità della sinistra più o meno rivoluzionaria, e con tutti gli onori accolto in quella che della sinistra rivoluzionaria è la legittima mecca (Cuba).

 

Mi segue, professore? Bene. Mi par di potere affermare, giunti a questo punto, che, alla luce di quanto sopra, un po` troppo riduttiva sia, riferita a Joaquin Villalobos, la definizione di “assassino di Roque Dalton”. E ciò non tanto perché Villalobos tale non sia, quanto perché questo orrendo ed imperdonabile omicidio è parte – una parte, per l’appunto, orrenda ed imperdonabile, ma solo una parte – di una storia ben più complessa. O, se si preferisce, di una ben più complessa tragedia tutta consumatasi all’interno della sinistra. Quello che io trovo davvero deprecabile, caro professore, è che solo dopo il 1995 (ovvero da quando, vent’anni dopo l’omicidio, Villalobos si è staccato dal FMLN professando idee socialdemocratiche) una parte della sinistra rivoluzionaria (la più stupida e settaria o, per dirla tutta, la più affine alle idee che, a suo tempo, decretarono la morte di Roque Dalton) abbia all’improvviso riscoperto le “mani sporche di sangue” di Joaquin Villalobos, riesumando, con uno sdegno che trasuda ipocrisia, la memoria del poeta assassinato.

 

Ed è proprio nell’onda di questo sdegno trasudante ipocrisia che, con passo particolarmente goffo, si muove il suo articolo a me dedicato. Con l’aggravante di usare il tutto all’interno un suo modestissimo e personalissimo regolamento di conti con una parte della sinistra italiana le cui posizioni in materia di America Latina non sono di suo gradimento. Trovo incredibilmente ridicolo che lei – un accademico – si sia dovuto aggrappare ad un link che conduceva ad un articolo di Villalobos, per attaccare – attaccando me ed i miei legami con l’omicida di Roque Dalton – una posizione politica. E non mi resta – di fronte a tanta miseria – che dedurne una cosa: l’ha fatto perché, semplicemente, non aveva argomentazioni migliori. Joaquin Villalobos (che non è affatto, come lei pedestremente scrive, un “consigliere” del presidente Uribe, ma un consulente in tema di “soluzione di conflitti” che ha lavorato per molti governi nei quattro angoli del pianeta) resta ovviamente un assassino. Lo era 33 anni fa, lo era quando la sinistra lo osannava durante gli anni ’80 e ’90, e lo è oggi. Ed è anche – per il suo passato ed il suo presente un indiscutibile esperto in materia di guerriglia, ripetutamente citato, non solo da quel El Pais che lei sembra piuttosto ridicolmente ritenere l’epicentro di un cosmico complotto contro la sinistra latino americana, ma anche da moltissimi altri media di tutte le tendenze (se le va, legga questo articolo dedicato al Venezuela pubblicato, nel luglio scorso da The Nation, settimanale della sinistra radicale americana).

 

Dunque, io continuerò a linkarlo tutte le volte che mi parrà utile, senza sentirmi, per questo, complice di un omicidio. E vivamente mi auguro che lei, nel frattempo, riesca a recuperare (almeno parzialmente) quel senso della decenza e del ridicolo che, in queste circostanze le è tanto deprecabilmente venuto meno. Cordiali saluti

 

Massimo Cavallini

 

P.S. Standard minimi di correttezza impongono, a chi pubblica in rete, di “linkare”, ogniqualvolta sia possibile, il o gli articoli di cui si scrive. Specie se questi articoli sono oggetto di critica. Ed il fatto che Lei non si sia sentito in dovere di rispettare questi standard, è cosa che – per quanto spiegabilissima ed in perfetta sintonia con la malafede che permea il suo scritto -considero comunque riprovevole e meschina. Tanto più in considerazione del fatto che lei, caro professore, è in questo campo recidivo, visto che lo stesso peccato d’omissione aveva commesso mesi fa, quando polemizzammo in merito alla famosa foto di Kim Phuc da lei pubbicata con una impresentabile didascalia. Cerchi, se può, di rimediare in futuro.

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