Consuelo, l’invisibile

3 febbraio 2008

 

di Gabriella Saba

 

C’è un bambino di appena tre anni di cui si sa quasi tutto, per quel poco che c’è da sapere di una vita così recente. Una donna di cui non si è parlato per anni e solo da poco è uscita alla ribalta, offuscata finora dalla più nota Betancourt (sua compagna di formula nelle presidenziali del 2002) e da una madre che, per dignità e coraggio è stata eletta dal settimanale Semana la donna dell’anno. Infine, c’è un nome di coda di cui i media internazionali sanno poco, e citano solo come il terzo, oscuro ostaggio del dono umanitario che le Farc hanno promesso a Chavez sotto Natale ma che invece è un altro pezzo da Novanta, non a caso fa parte della prima fila tra i canjeables: Consuelo González de Perdomo, ex rappresentante alla Camera che, il 10 settembre del 2001 venne rapita da otto uomini armati mentre si recava all’aeroporto di Bogotà e di cui allora si sa ben poco (vedi questo breve profilo) salvo che per un video e una lettera che mandò alle figlie cinque mesi dopo il rapimento e in cui chiedeva loro di rimettersi a Dio e di occuparsi del padre, Don Jairo che, scriveva lei, aveva sempre adorato. Don Jairo è morto nel 2003, a 69 anni e atterrato da un colpo al cuore, e nel frattempo Consuelo è diventata nonna, la figlia Patricia ha messo al mondo due bambini ma non per questo ha rinunciato a lottare per il rilascio dei sequestrati: una trafila che l’ha portata dalle alte sfere delle Farc a Uribe e che in entrambi i casi si è dimostrata scoraggiante. Poche ore dopo il rapimento della González ci fu l’attentato alle Torri Gemelle ed è per questo che il suo sequestro passò un po’ sotto silenzio, e anche per il modesto appeal mediatico della donna: posata madre di famiglia senza particolari motivi di scandalo, e ben lontana dalle battaglie ad effetto della più nota Betancourt.

Anche lei verrà liberata, se le cose andranno come tutti si augurano e se l’operazione umanitaria, fallita sotto Natale, si concretizzerà infine nella forma annunciata ieri dal presidente Chávez. In un lungo articolo in cui analizza i fatti degli ultimi giorni, il settimanale Semana lancia frecciate alla sinistra occidentale che ha dato credito alla guerriglia, e in particolare al regista americano Oliver Stone che mantiene, di quel movimento, l’idea mitizzata di rivoluzionari eroici sul genere dei barbudos cubani. Non sanno niente della Colombia, scrive in sintesi un comprensibilmente sprezzante giornalista, se ancora danno retta alle Farc.

Eppure, in questo caso è probabile che perfino loro fossero in buona fede, nonostante le accuse di Uribe che non ha mai perso occasione per accusarli, giusto per dare una mano alle eventuali trattative di pace, di essere banditi e assassini e di avere mentito una volta di più. In fondo, che interesse avrebbero avuto le Farc ad attirarsi le antipatie della comunità internazionale in un momento in cui avevano i riflettori puntati? Perché mai avrebbero rischiato di screditarsi, facendo promesse che non erano in grado di mantenere? Secondo molti analisti le alte sfere della guerriglia non erano a conoscenza dell’abbandono del piccolo Emmanuel da parte di quelli che lo custodivano. Il coordinamento tra le alte sfere e la manovalanza è, sembra, difficile a causa della logistica della guerriglia e sono note le discrepanze all’interno della stessa cupola. In altre parole, alle Farc la situazione è sfuggita di mano, una debacle da cui si è avvantaggiato Uribe e i suoi Servizi Segreti che, già dal 29 sospettavno che il bambino ospitato presso la Defensoria del Pueblo de San José del Guaviare fosse, in effetti, il figlio ci Clara Rojas ma che solo qualche giorno dopo ne ebbero una relattiva conferma.

Nemmeno Chavez esce male, da questa vicenda e nemmeno lui, va da sé, era in mala fede. L’immagine del presidente strafottente e inattaccabile si appanna e al posto di quella viene fuori una figura ossidabile e, alla fine, più conciliante e umana. Doveva essere la sua operazione e la consacrazione del suo crescente protagonismo in America Latina e invece la situazione si è ribaltata a favore del presidente colombiano, e tutta l’operazione si è per il momento spostata sul piano politico. Passa in secondo piano la vicenda umana, quella di due disgraziate in prigionia nella selva che aspettano da anni di rivedere i loro cari.

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