Toh, i mapuches

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21 aprile 2010

di Gabriella Saba

 

Ogni Paese ha la sua grana e, per il Cile, questa grana si chiama questione Mapuche. E’ vero che i governi del dopo-Pinochet hanno dedicato poche energie al problema, limitandosi a generiche dichiarazioni d’intenti, o a una discutibile politica repressiva, ma in ogni caso le rivendicazioni Mapuche non sono una faccenda da poco e, inaspritesi negli ultimi anni, hanno messo in crisi i governanti cileni. Se a Michelle Bachelet era toccato vedersela con lo storico sciopero della fame (durò più di cento giorni) di Patricia Troncoso, (una teologa non Mapuche che, condannata a dieci anni per avere appiccato il fuoco a un latifondo di cui i Mapuche rivendicavano l’appartenenza, rischiò di morire pur di ottenere il miglioramento delle sue condizioni di detenzione), tocca ora al presidente Sebastian Piñera vedersela adesso con altre huelgas de hambre e con le manifestazioni che le accompagnano.

 

Da circa ottanta giorni 34 detenuti Mapuche rifiutano di toccare cibo per protestare contro la legge antiterrorismo in virtù della quale sono stati condannati, e tremila persone hanno marciato nei giorni scorsi per le strade di Santiago per manifestare la loro solidarietà: approvata durante il regime di Pinochet, quella legge è stata infatti sistematicamente applicata dai governi della Concertazione ad alcuni reati commessi dai Mapuche come la famosa quema, che consiste nell’appiccare il fuoco a fondi di cui si discute l’originaria provenienza (o meglio di cui si rivendica l’origine Mapuche). Sciopero e marce sono capitati proprio durante le celebrazioni del Bicentenario, e a Piñera e sembrato giusto fare il bel gesto che nessuno dei suoi predecessori si era mai preso la briga di compiere, tendendo una mano verso le richieste dei reclamanti Mapuche. E infatti, il 18 settembre, si è pubblicamente impegnato a convocare una Tavola di dialogo, e ha ribadito la volontà già dichiarata di stanziare circa quattromila milioni di dollari per migliorare le condizioni di quegli indigeni nelle terre in cui vive la maggior parte di loro: la grande Araucania che si apre a 700 chilometri a sud di Santiago, un tempo terra florida, ma in cui oggi scarseggiano acqua e infrastrutture.

 

Il Piano si chiama Plan Araucania, e Piñera con la consueta pompa lo ha definito la iniziativa più efficace e ambiziosa per migliorare la qualità di vita e le opportunità di sviluppo del popolo indigeno”. Eppure, i Mapuche sono rimasti freddi. Alla mano tesa del presidente hanno risposto girando sui tacchi. Né l’appello all’unità del Paese durante il Bicentenario né le promesse magniloquenti hanno toccato il cuore indurito dei “popoli originari” (e dei loro rappresentanti), che hanno visto nell’offerta del presidente nulla più che una proposta propagandistica, avanzata al solo scopo pulirsi l’immagine. Hanno anche detto che era superficiale, ma il punto vero è che non c’è nessun rapporto tra le richieste dei Mapuche e la risposta del presidente.

 

Ridotti a 650.000 secondo le stime ufficiali, a un milione e mezzo secondo quelle extraufficiali, gli antichi abitanti della Araucania sono stati progressivamente espropriati delle loro terre prima dalle razzie del presidente Annibal Pinto alla fine dell’Ottocento, e poi da una politica territoriale infausta. E molti di loro sono diventati, da floridi agricoltori, piccoli contadini con una economia di sussistenza. Ridotti ai margini della vita economica, sono stati discriminati, la loro cultura, ridotta a folclore, e loro stessi considerati dei paria. La polizia cilena e l’esercito sono notoriamente brutali con gli abitanti originari, e in generale impuniti.

 

Le rivendicazioni dei Mapuche hanno a che vedere con tutto questo e molto poco con lo spirito della proposta di Piñera. Vorrebbero essere riconosciuti come popolo, grosso modo come gli inuit in Groenlandia, anche se non aspirano a diventare uno Stato, e tornare in possesso delle terre espropriate. Il presidente cileno promette di avviare una revisione della Costituzione in cui i Mapuche vengano riconosciuti, ma non spiega in che termini e a loro non basta. Inoltre, ha lanciato le sue proposte senza consultare prima i rappresentanti indigeni, contravvenendo all’accordo 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oit), che stablisce che qualunque misura che riguardi il popolo indigeno deve essere concertata previamente con questo, altra omissione che puzza di colonialismo. Prudentemente, Piñera ha dichiarato che la proposta di dialogo non si estende ai detenuti politici che stanno facendo lo sciopero della fame, perché quel genere di iniziative non favoriscono un accordo. D’altro canto, nel suo staff c’è gente come Victor Pérez, segretario generale della Udi, partito che fa parte della Coalizione di Governo e che ha chiesto ufficialmente al presidente di mantenere la mano dura contro i violenti in Araucania. Indipendentemente dalle posizioni politiche e dalla radicalità delle sue posizioni, per un Mapuche vivere in Cile non è una passeggiata. In un Paese rigidamente diviso in classi e razze, dove essere biondi e bianchi è un’inestimabile valore aggiunto, l’origine Mapuche (cioè del luogo) vuol dire una strada in salita.

Nella considerazione della comunità internazionale i Mapuche sono una etnia sfortunata come tante al mondo, in quella interna una patata bollente.

 

Per molti cileni si tratta di facinorosi e delinquenti, per altri dei poveretti, però che farci. Molti rimuovono, e ai Mapuche è riservata alla fine un’attenzione di nicchia, politicamente corretta. In una lettera inviata a Sebastian Piñera nel marzo di quest’anno e pubblicata sul settimanale The Clinic, un giornalista Mapuche, con ironia ed emozione, spiegava il suo popolo e le ragioni per cui chiedeva al presidente di considerare le richieste di quella gente e la loro storia. Era una bella lettera in cui i Mapuche apparivano molto diversi dagli stereotipi, una straordinaria carrellata umana che comprendeva barricadieri e pinochetisti, conservatori e progressisti: persone come tutte e come tali meritevoli di tutela e rispetto. Se Piñera ha letto la lettera, per ora non ne ha fatto tesoro. (per leggere la lettera cliccare qui)

 

 

 

 

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