Paine, palestra per assassini

0

12settembre 2009

di Gabriella Saba

Il locale si chiama Terrazas de Paine e ha il pavimento sbrecciato, il soffitto spaccato in molti punti e una vecchia stufa su cui un ragazzo, il proprietario, sta scaldando una pagnotta. Il ragazzo ha i capelli unti e neri e spiega svogliato che guardare al passato non serve. Una signora sui sessant’anni, insaccata dentro un giaccone da uomo, gioca in silenzio a una slot machine antidiluviana finché la macchina non la premia con una cascata di monetine. Ha un’espressione indecifrabile dietro la pelle color cuoio ed esce senza salutare. “Le vedove.”, dice il ragazzo. “Molte di loro si sono risposate. Questa storia, dei desaparecidos, è solo un affare”.

 

Me lo aspettavo diverso, Paine: un paese fantasma, oppresso da un karma cupo. Invece è un posto ordinato di strade silenziose e larghe, lungo cui corrono file di alberi e case a pochi piani, con i giardini davanti. Per questo, forse, fa più impressione.

 

In Cile, Paine ha un suono triste: è stato il paese più colpito dalla repressione di Augusto Pinochet, settanta morti ammazzati su 20.000 abitanti, tutti nel’73. Oggi è su tutti i giornali perché pian piano vengono fuori i colpevoli, dopo più di trent’anni. O quelli che, con tutta probabilità, verranno dichiarati colpevoli. Tutti i mercoledì Carola, Dejanira e Sara, il gruppo di assistenza psicologica della ong Fasic, si recano a Paine per ricevere i familiari delle vittime, ascoltarli e trattare i loro disturbi. Il gruppo si chiama Equipo de Salud Mental ed è finanziato dal Fondo delle Vittime contro la Tortura delle Nazioni Unite e in parte dallo Stato cileno. Sara Carrasco è il capo. Ha un aspetto importante, e un grande corpo su cui svolazzano una camicia in seta e calzoni abbondanti. Ha intorno a sessant’anni, Carola ne ha circa trenta e Dejanira intorno ai 55. Dejanira ha tre fratelli in Europa, sono scappati ai tempi della dittatura, uno di loro fa il fotografo a Parigi. Suo zio è un nome famoso del Partito Comunista. Sara Carrasco è l’assistente sociale, le altre sono psicologhe. I familiari delle vittime sono soprattutto donne, hanno traumi psichici, o danni fisici prodotti dal dolore, dalla tristezza. “Il dolore provoca sofferenze fisiche ma loro non lo sanno”, dice Carola. “Quasi mai lo sanno, siamo noi a dirglielo”.

 

Dicono sia stato un laboratorio. Una specie di esperimento della repressione. Una cosa tanto per fare, una prova generale per vedere l’effetto, e affinare il tiro. Ma è anche probabile che, a Paine, si siano consumate le vendette sui contadini beneficiati dalla riforma agraria di Allende. E infatti, spariti loro, qualche proprietario terriero si era ripreso le terre. In ogni caso, prima del colpo di Stato, questo Paine era un paese tranquillo, in cui tutti convivevano in pace e nessuno avrebbe mai immaginato quello che sarebbe successo: né le retate né i raid nella notte, o i carabinieri e le pattuglie dell’esercito che irrompevano nelle case dei contadini e arrestavano famiglie intere e infine – e fu la cosa più atroce – la gente che spariva. Niente di tutto questo era, naturalmente, ufficiale. Tutto, succedeva di nascosto. “Glielo rimandiamo subito”, dicevano alle mogli e alle madri i carabinieri che effettuavano i primi arresti (e, in seguito, i militari che ne presero il posto). I parenti aspettavano fiduciosi – che motivo c’era di spaventarsi, si chiedevano – poi cominciavano la trafila da un commissariato all’altro e nelle prigioni, lo Stadio Nazionale, il Ministero della Difesa. “Non c’è stato nessun arresto”, gli dicevano dall’altra parte, scontrosi. “Sarà scappato con l’amante. Torni a casa e lo aspetti tranquilla”. Esaurito il giro rituale dei luoghi possibili, i familiari si rivolgevano alla fine agli avvocati per presentare le denunce ai tribunali, e il più gettonato tra loro era il comprensivo Andrés Aylwin, fratello dell’ex presidente della Repubblica Patricio e che oggi è un vecchio signore dalla faccia benevola. Nel suo libro Simplemente lo que vi , pubblicato nel 2003, Aylwin racconta la storia angosciante di Paine e di quegli anni. “A me sembrava incredibile ascoltare queste denunce”, scrive. “Dato che, subito dopo il golpe avevo visitato tutto il Quarto Distretto e in particolare Paine, e ovunque il colpo di Stato appariva assolutamente consolidato, senza che né in quei giorni, o nei mesi successivi, abbia mai sentito di atti di violenza da parte di militanti di Unità Popolare, né di alcun tipo di resistenza di fronte agli arbitri e alle crudeltà che venivano commesse in quei luoghi”.

 

Le denunce, ovviamente, non ebbero alcun seguito, benché quei poveracci passassero intere giornate nei corridoi della Corte Suprema, che per lo più respinse le denunce, e non mosse un passo perché venissero istruiti i processi, né fece in modo che venisse nominato un giudice che si incaricasse delle indagini, come stabiliva la legge. Nemmeno un organo di stampa diede mai la notizia che, a trenta chilometri da Santiago, l’esercito aveva arrestato settanta persone di cui nessuna tornò mai a casa. Fu a quel punto che a Paine si diffuse la paura, e che la gente cominciò a temere per la vita dei propri cari. Ma era una paura nascosta, che si annidava nel fondo delle coscienze e che nessuno ammise mai per molto tempo, nemmeno con se stesso.

 

Ancora non si sa, chi abbia ammazzato i contadini. Ma il giudice Héctor Solis sta facendo di tutto per districarsi nel ginepraio che gli hanno affidato di recente: la questione Paine. E cioé per stabilire chi sono i pacos (carabinieri), i milicos (militari) e civili colpevoli degli eccidi del ‘73 e chi, cinque anni dopo, dissotterò i corpi di 22 di loro – uccisi in una sola retata e sepolti a un’ora da Paine, nella quebrada Las Arrayanes – e probabilmente li lanciò in mare per farne perdere le tracce. L’operazione della rimozione si chiamava, in gergo, Operación Retiro de Televisores e riguardava in realtà tutti i desaparecidos sotterrati nel territorio cileno. Il fatto è che nel ‘78 erano stati trovati, in una fossa comune, i primi morti ammazzati dal regime, scoppiò uno scandalo internazionale e Pinochet ordinò personalmente e segretamente a tutti i capi dei reggimenti che fatti come quello non si ripetessero. Il risultato fu che i corpi dei morti ammazzati vennero fatti sparire. Per che quel che riguarda Paine, nemmeno si sa con esattezza chi fosse, la gente dissotterrata. I pochi frammenti di ossa, i denti, sono troppo piccoli per risalire al Dna, e le testimonianze non sono perfette. Nessuno ha visto i militari sparare (salvo, è ovvio, i militari stessi), e i responsabili parlano poco, e male. Di certo c’è che, la notte del 16 ottobre del 1973, un drappello di soldati della Escuela de Infantería de San Bernardo, guidati da tre sottotenenti, entrarono nelle case di 22 contadini, le facce dipinte a righe nere, alcuni con i passamontagna, e quasi sicuramente li portarono in una località a un’ora da Paine, li uccisero e li seppellirono lì stesso. Di quasi certo c’è anche che, agli eccidi di Paine, parteciparono cinque civili, che da qualche mese questi ultimi sono in carcere, ma che per molto tempo sono andati in giro impuniti, guardando in faccia i contadini e sfottendoli, soprattutto se gli avevano fatto fuori mezza famiglia. E i contadini incassavano e tiravano dritto, e anche per quel fatto, per la paura e per l’umiliazione, dice Carola, quelle persone si sono ammalate.

 

Il centro di Paine si risolve in una lunga e larga strada su cui si affacciano negozietti senza splendore ritagliati dentro i palazzi, con le insegne scritte a mano e i telefoni pubblici appiccicati sui muri esterni, accanto alle stampelle di vestitini per bambini e alle vetrine di caramelle. Alla fine di quella strada c’è l’ex clinica dentale che oggi serve da ambulatorio al gruppo di Fasic: una casetta semplice con mobili in assi di legno, affacciata su un cortile sterrato. Le tre psicologhe sono sedute intorno a un tavolo, i familiari in terapia arrivano alla spicciolata e sono signore di campagna, semplici e tristi, che aspettano il loro turno guardando per terra in silenzio.

 

Una di loro è Juanita Leighton che qui, per motivi che sfuggono a un europeo, chiamano la negrita. “Non gliene voglio perché ha soltanto obbedito agli ordini”, dice Juanita a proposito del carabiniere ex vicino di casa, amico del marito e responsabile, tra gli altri, della morte di quest’ultimo che, convocato al commissariato di San Bernardo il 27 settembre, fu torturato e fatto fuori il 2 di ottobre, in un bosco vicino a Paine. Aveva 30 anni, Juanita 29, e per molti anni dopo la scomparsa non fece che entrare e uscire dagli ospedali perché perdeva la nozione del tempo, non ricordava chi fosse e soffriva di crisi di panico. “Vado al commissariato e torno”, mi disse mio marito quel pomeriggio, e non lo vidi più”, racconta Juanita. Ha i capelli raccolti in una specie di cipolla rossa e calze a righe colorate come Pippi Calzelunghe. “Era un sindacalista. Non era un mirista, non era un terrorista”. Si asciuga gli occhi. “Era un sindacalista e nient’altro, come molti qui. I carabinieri, li conoscevamo tutti, erano gente normale, e questo, anche dopo il golpe, era un paese tranquillo”.

 

Di fianco all’ambulatorio c’era, un tempo, l’unico supermercato del paese, si chiamava Supermercado Mapa, il proprietario Renée Maureira sparì anche lui, benché non fosse povero né campesino né fosse coinvolto nella riforma agraria. La moglie Sonia ha, oggi, soprattutto un problema: “Cosa dirà quando incontrerà questa vecchietta, lassù nel cielo?”, dice indicando il cielo di Paine che, per l’occasione è una coltre compatta dietro cui mi sforzo di immaginare l’immarcescibile René Maureira. Sonia è convinta che il paradiso sia popolato da persone morte che sono uguali a quelle vive, l’unica differenza è che non invecchiano. “Era l’uomo più dolce del mondo, mi vorrà ancora con queste rughe?”.

 

Renée aveva trent’anni quando lo portarono via, ma per molto tempo lei lo cercò ovunque, convinta che fosse vivo, internato in qualche campo o nascosto nelle prigioni di regime e passò molti anni ad aspettarlo. Adesso ne ha 72 e una lunga genealogia che comprende un bisnipote, e due figli di cui uno, Juan Leonardo, fa il presidente della Agrupacion de Familiares de Detenidos Desaparecidos y Ejecutados de Paine. Sonia li conosceva bene, i civili che hanno massacrato i contadini. Andavano a comprare nel suo Super così come i carabinieri, a cui per Capodanno mandava una bottiglia e un torrone. “Mio marito non era povero, era abbastanza ricco, ma credo fosse vicino ai socialisti”, dice. Ha una piccola faccia simpatica e somiglia a una bambola. “Non parlavamo di politica ma mi ero fatta l’idea che credesse che i poveri dovevano avere le stesse opportunità dei ricchi. Qualcosa di simile”.

 

L’Associazione dei familiari comprende quasi tutti i parenti, molti di loro si sono conosciuti dopo i sequestri. Le vedove, o alcune di loro, si ritrovavano per andare a cercare i marito per mezzo Cile, allo Stado Nazionale e a Isla Negra, ovunque. Erano povere e partivano solo quando riuscivano a mettere insieme i soldi per il viaggio. Anche i figli diventarono amici perché giocavano solo tra loro, gli altri bambini gli tiravano le pietre e gli gridavano: “Assassino”, o figlio di assassino, come ricorda Francisca Lazo che aveva undici anni quando arrestarono il padre, quella famosa notte del 16 ottobre, e degli anni che seguirono racconta degli amici che si allontanarono e dei parenti più stretti che, perfino loro, dissero “ciao”. “Ciao, ci dissero, non abbiamo niente a che fare con i comunisti”.

 

Fosse possibile quantificare il dolore in termini di familiari uccisi, al primo posto ci sarebbe Mercedes Panalosa, un bilancio di quattro figli e un genero, morta qualche anno fa, senza avere avuto giustizia. Al secondo c’è la madre di Lidia e Flor Lazo Maldonado: le hanno portato via il marito e due figli. Lidia e Flor non sembrano sorelle. La prima ha i capelli neri ed è spaurita, spaventata da tutto. Quando parla si copre la bocca e ha un sorriso di scusa. La seconda ha i capelli rossicci e lo sguardo più duro che ricordi di avere visto. La notte del 16 ottobre, una ventina di militari con le facce dipinte di nero, e i passamontagna, piombarono a casa loro e si portarono via il padre, un contadino, e due fratelli di 17 e 18 anni. Da quel momento la vita di Lidia e Flor, e della loro famiglia (altre due sorelle e un ragazzo che morì qualche anno dopo), diventò una faccenda piuttosto difficile da affrontare: fame e paura, e il pellegrinaggio infinito da un commissariato all’altro, in cerca dei propri cari di cui si non si seppe più nulla, e il terrore che i militari tornassero a portar via qualcun’altro di loro, e l’ostracismo dei vicini e il dolore, prima di tutto il dolore. Lidia è diventata una adolescente traumatizzata e una donna a metà, una bambina di 42 anni che si nasconde dietro la sua ombra ma Flor no. Flor è una lottatrice. “Non tutti siamo uguali”, dice. Ha vinto una borsa di studio ed è riuscita a laurearsi alla prestigiosissima Università Cattolica, a Santiago, e adesso fa l’assistente sociale nel paesino di Buin. Il suo studio è una casetta di legno azzurro con file di orsetti che corrono lungo la parete. Racconta la sua storia senza abbassare lo sguardo, senza tremare né piangere. Dice: “La fame. Prima di tutto ricordo la fame. In casa nostra, solo mio padre lavorava e per molti anni, dopo che lo portarono via, siamo vissuti della solidarietà delle altre famiglie. Non i vicini, no, parlo della famiglie che vissero il nostro stesso dramma, ma erano magari un po’ più ricche. O meno povere. Noi, sul serio, eravamo poverissimi”.

 

Hanno costruito un memoriale, fuori dal paese, in mezzo al nulla: più in là un viadotto e intorno sterpi secchi e ghiaia, qualche casa nascosta dagli alberi. Decine di pali in legno verde di diverse altezze, che sembrano un organo. Sotto ogni palo un mosaico, ogni mosaico l’ha fatto un familiare, ogni mosaico corrisponde a una o più vittime. Ai familiari hanno tenuto un corso per imparare a infilare una piastrella accanto all’altra fino a formare un disegno che esprimesse la loro idea del morto e la tristezza, angoscia e nostalgia. In un mosaico ci sono i ritratti di tre fratelli, scomparsi e uccisi. Lo sfondo è nero e c’è una falce e martello. I disegni sono ingenui e tristi, a volte ritraggono colombe e cavalli, cuori rossi e facce di ragazzi. In molti c’è una chitarra, un campesino che suona la chitarra. “I contadini erano molto allegri qui, prima”, dice Carola. Prima. Poi, questo paese è diventato triste.

 

La presidente del Cile, la Bachelet, indossava un tailleur sgargiante il giorno della inaugurazione del Memoriale di Paine, il 25 maggio scorso, ed era, come si dice, visibilmente commossa. Alla cerimonia assisteva anche l’ex presidente Ricardo Lagos e inoltre deputati, ministri. Era una giornata grigia e fredda, centinaia di persone intirizzite sotto il tendone azzurro preparato per l’occasione. I familiari delle vittime portavano al collo le foto dei loro cari scomparsi, lontane e sbiadite come cartoline inutili. Una ragazza ha cantato una canzone struggente che ha superato di un colpo 36 anni di possibile, progressiva erosione della memoria.

 

“Giuro”, ha gridato la Bachelet, commossa, dal palco. “Giuro che faremo di tutto per assicurare i colpevoli alla giustizia”. I colpevoli. Gli addetti ai lavori dicono che manchi poco, e un gran lavoro sia stato fatto. La causa di Solis è nella fase sommaria, segreta ma non tanto perché non si sappia, per esempio, che ad arrestare (e probabilmente ad ammazzare) i campesinos c’erano tre sottotenenti ma di un solo si conosce l’identità: Andrés Magaña Bau. Questo Magana, che adesso è un colonnello in pensione, era uno dei più feroci, e con gli anni ha perso la memoria, infatti non ricorda chi fossero gli altri due. O meglio lo ricorda, ma non parla per “onore e lealtà” militari. Ha raccontato una parte dei fatti, ma i nomi rifiuta di farli. Nessuno parla, d’altronde, nemmeno coloro che militavano, a quel tempo, nella Escuela Infanteria de San Bernardo, vicina a Paine, da cui partivano le pattuglie. Ed è così che quel mastino del giudice Solis ha ottenuto l’elenco completo dei 39 ufficiali che svolgevano l’incarico di sottotenente nell’ottobre del ‘73. Quattro di loro sono generali, e figurano nella lista dei sospettati.

 

Anche l’operazione Retiro de Televisores crea problemi al giudice. Non ci sono testimoni e inoltre l’esercito ha fatto parecchie storie prima di consegnare l’elenco dei piloti del Cae, Comando de Aviación del Ejército, che operavano nel ‘78 a Santiago (fu infatti un elicottero del Cae, secondo le testimonianze, a caricare i resti dissotterrati e a manciarli in mare). All’inizio, gli alti comandi delle Forze Armate si erano rifiutati di consegnare l’elenco ma poi, di fronte alle critiche, hanno cambiato idea. “L’esercito ha un atteggiamento di apparente collaborazione ma in realtà non ha mai dato un aiuto concreto”, dice l’avvocato Joseph Bereaud, uno dei legali del Programma dei Diritti Umani del Ministero dell’Interno, che si occupa della vicenda Paine. “Per esempio, non hanno mai consegnato una prova o un documento della reale partecipazione degli autori dei fatti. In altre parole, c’è ancora molta omertà”. Bereaud è ottimista, ma sa che il compito che tocca a Solis è una specie di scalata senza ramponi. “Molto è stato fatto”, dice, ma ammette che la fase del sommario può durare anni, e su alcuni fatti non si vede schiarita.

 

Quando trovarono i resti dei morti, qualche anno fa, per i familiari fu un po’ come chiudere i conti. “Per lo meno, avevamo i corpi su cui piangere”, dice, piangendo appunto, la settantenne Teresa Lopez Moya. “Mi hanno consegnato il corpo di mio marito nel 2000, io l’ho sepolto e ho detto: “Almeno ci sono i resti, è già qualcosa”. Poi, più avanti, mi hanno spiegato che non era lui, e a quel punto mi sono ammalata del tutto”. A Teresa non si muove un muscolo nella faccia di pietra. “Anche i miei figli si sono ammalati. Quella storia, che i resti erano falsi, ci ha finito di ammazzare, a tutti noi”.

 

Teresa Lopez soffre di depressione, per molti anni si svegliava nel cuore della notte e andava a cercare per la campagna il marito scomparso. Anche Lidia è depressa, a volte. Perfino Sonia. “Di che disturbi si tratta?” chiedo a Carola, e lei mi spiega che nel mondo della psicologia e della psichiatria non esisteva nulla di simile, prima, gli unici studi si erano fatti sulle famiglie delle vittime dei nazisti. “In generale si parla di traumatizzazione estrema, dal punto di vista diagnostico si tratta di uno stato di depressione cronica”.

 

A Juan Francisco Luzoro Montenegro, hanno fatto tanto che alla fine ha dovuto chiudere il suo negozio di scarpe, nel centro di Paine. I suoi vicini non volevano un assassino accanto a casa loro. Luzoro è forse il più famoso tra i civili coinvolti, il più cattivo. Andava in giro con la mitragliatrice, sparava alla gente e faceva lo sbruffone. La cosa buona è che gli hanno respinto il ricorso in appello che ha presentato per difetti costituzionali. E Luzoro, la cui condanna è ormai certa, dovrà scontare una pena alta. Ha un figlio psicologo che non vuole credere che il padre sia colpevole ma la gente dice che a Paine, chi erano quei civili lo sapevano tutti, e non credono al figlio. La gente a Paine è un po’ cambiata, da quando chiamava assassini i figli dei desaparecidos, ma ancora oggi è come divisa in due. Una parte, è composta di quelli che dicono “a chi non si metteva, alla fine, non capitava niente”.

 

Share.

Leave A Reply