Dilma, un passo ancora

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5 ottobre 2010

Di M.C.

 

Dilma Rousseff sarà – salvo una colossale sorpresa – presidente del Brasile. Ma la vera vincitrice della tornata elettorale del 3 ottobre è stata, in realtà, la candidata verde Marina Silva. Poiché proprio così sono, in effetti, andate le cose. Nella corsa a tre verso Palacio do Planalto – dal 1960 residenza del (più o meno eletto) potere esecutivo brasiliano e, da qualche anno, sede del culto di San Lula – gli allori sono andati proprio al candidato, anzi, alla candidata che è stata esclusa dal ballottaggio del prossimo 31 ottobre. Su questo gli osservatori sono stati unanimi. Il prossimo scontro tra Dilma Rousseff (la candidata del Partido do Trabalho che domenica scorsa ha sfiorato il 47 per cento dei voti) ed il socialdemocratico José Serra (rimasto appena al di sotto del 33 per cento) sarà qualcosa di più d’una pura formalità, grazie soprattutto al grande ed inatteso successo (quasi il 20 per cento dei voti) della candidata ecologista Marina Silva. Ovvero: di quella che molti chiamano la “coscienza critica” del “lulismo” trionfante. Dilma Rousseff, sostengono tutti, vincerà comunque. Ma il suo non sarà il trionfo che tutti avevano pronosticato. Perché? Come si è giunti a questa alquanto paradossale conclusione? E, soprattutto, che cosa significano per questo Brasile finalmente lanciato verso le sue “magnifiche sorti e progressive”, i risultati usciti dalle urne la scorsa domenica?

 

Cominciamo dall’inizio. Queste elezioni presidenziali vanno svolgendosi al termine dei due successivi mandati di Luiz Inácio Da Silva, detto Lula, certamente il più popolare presidente brasiliano dai tempi del primo Getúlio Vargas, il presidente-dittatore che, passato alla storia come “o pai dos pobres” (il padre dei poveri), governò il paese tra il 1930 ed il 1945 (anni nei quali, peraltro, gli indici di gradimento dei governanti non venivano in alcun modo scientificamente misurati ed anzi, non di rado, neppure passavano dal vaglio delle urne). E forse proprio da qui, dall’enorme popolarità di Lula (80 per cento et ultra, quanto basta per trasformare, per l’appunto, la popolarità in culto), vale la pena partire per comprendere quel che sta accadendo in questo Brasile almeno apparentemente pronto ad incontrarsi, dopo tante false partenze, con il suo conclamato (e non solo geografico) destino di “o mais grande do mundo”, di paese più grande del mondo.

 

A che cosa si deve la grande popolarità di Lula? Certamente ad un carisma fatto di personale empatia – nessuno come lui è mai riuscito a porsi in sintonia con il “brasiliano qualunque” – e d’una altrettanto personale, straordinaria storia di riscatto (dalla povertà assoluta del Nordeste, alle fabbriche metallurgiche di Sao Paulo, al Palacio do Planalto). E se questa personalità è diventata nel tempo culto ciò è principalmente dovuto – altro paradosso in forma di scioglilingua – al fatto che mai Lula ha ceduto alle tentazioni del culto della personalità. Mentre in Venezuela Hugo Chávez andava costruendo il “socialismo del XXI secolo” attorno allo smisurato ego del grande capo e ad un molto sbracato culto del medesimo, e mentre gran parte dei nuovi leader della nuova sinistra latinoamericana (dallo stesso Chávez, all’ecuadoriano Correa, al boliviano Evo Morales, per non dire del nicaraguense Daniel Ortega) andavano facendo carte false per modificare la Costituzione e garantire a se stessi una o più rielezioni, Lula da Silva apertamente (e non di rado sardonicamente) respingeva ogni ipotesi di prolungamento della sua presidenza (“Se uno resta presidente per più d’un decennio – disse non più di due anni fa con un riferimento a fatti e personaggi reali apparso tutt’altro che casuale – significa che sta per trasformarsi in un ‘dictatorzuelo’…”).

 

Come Nelson Mandela in altre latitudini (il parallelo è un po´stiracchiato ma, mutatis mutandi, rende l’idea), anche Lula è divenuto una sorta di santo laico perché ha rinunciato ai poteri che la sua immensa popolarità garantiva. E, soprattutto, perché questa sua popolarità era (ed è) dovuta al fatto che, nell’immaginario collettivo, anche lui è una sorta di “padre della patria”. Non ovviamente, come nel caso del Sudafrica, d’una nuova nazione libera dagli orrori antichi dell’apartheid e da quelli potenziali della vendetta degli oppressi, bensì, nel caso di Lula, del vecchio-nuovo Brasile finalmente capace di misurarsi concretamente con la “promessa” che sempre è stata la sua incompiuta ragion d’essere. Durante gli otto anni del regno di Luiz Inácio da Silva, il Brasile ha cessato, o meglio ha cominciato a cessar d’essere un paese paralizzato dall’immensità delle proprie diseguaglianze. Almeno 20 milioni di persone – una nazione nella nazione – sono uscite dalla povertà estrema e sono entrate a far parte d’una emergente “classe media” che, producendo e consumando, è diventata il volano d’una crescita non più condizionata dagli alti e bassi dei mercati internazionali. Ed il nuovo appetito di materie prime generato dall’esplosione dell’economia cinese ha – come in molte altre parti dell’America Latina – fatto il resto. L’ultima recessione internazionale, generata dal crollo dei mercati finanziari, è passata per il Brasile come una leggera brezza primaverile, lasciando quasi immediato campo ad una crescita il cui unico problema era quello di controllare se stessa ed i propri possibili effetti inflazionari.

 

Una rivoluzione? No, piuttosto il suo esatto contrario. Il vero segreto del “boom” economico del Brasile – un classico segreto di Pulcinella – sta, infatti, nella continuità. Ovvero: nella rinuncia, da parte di Lula, ad ogni rivoluzione. Ed anche, per molti aspetti, ad ogni riformismo. Più esattamente: nell’aver messo da parte tutti gli obiettivi radicali che alimentavano i programmi del suo PT, per seguire senza apprezzabili varianti, sotto la guida del suo primo ministro dell’economia, António Palocci, la molto capitalistica politica dei “conti a posto” avviata da Fernando Henrique Cardoso, il presidente socialdemocratico (ed economista di chiara fama) al quale era toccato, alla fine degli anni ’90, combattere l’antico mostro dell’iperinflazione. Anche il programma “Bolsa Familia” – sussidi alle famiglie povere in cambio dell’impegno a vaccinare ed a mandare a scuola i figli – che è stato il vero cuore pulsante della politica anti-povertà di Lula, non è che un’eredità (ampliata e molto ben sviluppata) dei tempi di Cardoso. E proprio questo è stato il fatto che – a detta di molti osservatori – ha finito per rendere la sfida di José Serra, stagionato ed abile dirigente del PSDB e già sindaco di Sao Paulo, sostanzialmente irrilevante. Perché mai la gente avrebbe dovuto votare per un candidato che, a conti fatti, offriva la medesima merce del partito d’un presidente tanto amato?

 

La questione della crescita brasiliana e quella del rapporto tra le politiche di Lula e quelle di Cardoso meriterebbero, ovviamente, ben altri approfondimenti. Noi possiamo però fermarci qui per constatare come il grande artefice di questo miracolo – San Lula, divenuto santo proprio grazie al fatto che ha rinunciato al potere che la sua santità gli avrebbe assicurato – abbia scelto Dilma Rousseff, già suo capo di gabinetto e ministro dell’industria estrattiva, come sua erede autentica. Dilma era, prima di venir unta dal presidente uscente, un personaggio dall’eroico passato e dal grigio presente. Negli anni della dittatura era finita in carcere perché ritenuta parte di un gruppo guerrigliero. Ed in carcere era rimasta per tre anni, sottoposta a quasi quotidiane torture. Oggi – prima di diventare la nuova bandiera del “lulismo” – era, invece, considerata un’amministratrice (o, come si dice, una tecnocrate) molto apprezzata ed affidabile, anche se molto poco comunicativa e, quel che è peggio, semisconosciuta in quel teatrino della politica che, di norma, regala alle ambizioni d’ogni potenziale candidato la “riconoscibilità” necessaria per reclamare il voto popolare. Quando Lula – che quasi mai, in questi anni, è riuscito a trasferire ai candidati del PT, la sua personale popolarità – annunciò la sua scelta, José Serra aveva, nei sondaggi, quasi venti punti di vantaggio. Ma la parola magica della campagna di Dilma Rousseff – “continuità”, mille volte ripetuta da San Lula – ha rapidamente capovolto la situazione. Da molti mesi, ormai, il 68enne José Serra si batteva soltanto per evitare una pubblica umiliazione che ponesse fine alla sua (probabilmente già troppo lunga) carriera politica. E questo mentre Lula sempre più realisticamente andava accarezzando il sogno d’un prodigio non riuscitogli neppure quando era lui il candidato presidenziale: far vincere Dilma addirittura alla prima tornata, portare il “lulismo” al suo più completo trionfo proprio nel momento in cui lui si faceva da parte.

 

Non ce l’ha fatta. Non ce l’ha fatta per molte ragioni, la più importante della quali (ben oltre il deludente bottino di consensi raccolto dal candidato socialdemocratico) si chiama Marina Silva e va, in prospettiva, molto al di là del quasi scontato esito, tra tre settimane, della nuova disfida tra Dilma Rousseff e José Serra. Il 20 per cento dei voti ottenuti dalla candidata verde – anche lei originalmente del PT ed anche lei forte d’una straordinaria storia di personale riscatto cominciata nell’immensa povertà e nella violenza dell’Amazzonia – significa, infatti, qualcosa di molto più essenziale d’un ballottaggio presidenziale. È, piuttosto, la rivelazione, o la pubblica esposizione, d’un segreto a tutti noto, ma fin qui rimasto sepolto sotto la montagna della personale popolarità di Lula: il “lulismo” non esiste. O meglio: non è che il molto squilibrato prodotto della sintesi di due politiche di fatto contrapposte: quella – fin qui trionfante – del “desarrollismo” che ha negli ultimi otto anni privilegiato la quantità della crescita a dispetto della sua qualità; e quella d’un ambientalismo marginalizzato e, in molti casi, addirittura umiliato dal sorgere di giganteschi impianti idroelettrici e da una politica quasi esclusivamente basata sulle vecchie fonti d’energia (con l’unica, molto controversa, eccezione dell’etanolo).

 

Dilma Rousseff s’appresta dunque a dirigere un Brasile sul punto di diventare, grazie agli otto anni di presidenza Lula – potenza politica ed economica. E presto anche potenza petrolifera, grazie ai giacimenti offshore che Petrobras, ora rigonfiata dalla più grande offerta pubblica di azioni della storia, intende sfruttare senza risparmio, sorda alle grida di dolore che provengono dal Golfo del Messico. Il Brasile che attende il giuramento della sua prima donna presidente è ormai, com’è sempre stato nella sua vocazione, un autentico gigante. Ma i nodi della “continuità” che l’ha fatto crescere – ben rappresentati da Marina Silva, lulista e, nel contempo, vera nemesi del lulismo – stanno, anch’essi, per venire al pettine. Si apre una nuova pagina di Storia. Una storia tutta da raccontare.

 

 

 

 

 

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