Slim: ricco, ricchissimo, il più ricco

30 dicembre 2010

Di Massimo Cavallini

Ricco, ricchissimo, il più ricco. La storia del messicano Carlos Slim Helú, 70 anni di età, incoronato una settimana fa dalla rivista Forbes come la più danarosa creatura del pianeta Terra (onore mai toccato, in precedenza, ad alcun cittadino non proveniente dal “Primo Mondo”), potrebbe, a conti fatti, essere raccontata semplicemente così: con un unico aggettivo, puntualmente seguito dai suoi due superlativi. L’assoluto, per cominciare. E, quindi, a conclusione della favola, il relativo… Fu così che, alla fine, Carlos divenne il primo fra tutti. Nell’intero globo terracqueo, nessuno – neppure il celeberrimo Bill Gates, da 15 anni in testa alla classifica – aveva, a quel punto, più soldi di lui. E, da allora, tutti, in Messico e altrove, vissero felici e contenti…Tutti? No, non tutti. Anzi, pochi, pochissimi, specie se si considera che, nello stesso Messico nel quale, in questi tempi di recessione, Carlos Slim tira a campare guadagnando 27 milioni di dollari ogni santo giorno, un buon numero di persone (oltre un quinto della popolazione) cerca (spesso invano) di perseguire il medesimo obiettivo (campare) con meno di mille dollari all’anno. O, forse, addirittura nessuno, visto che lo stesso Carlos Slim, pur venerando ciascuna delle (perlopiù virtuali) banconote che con tanta abbondanza quotidianamente incassa, palesemente detesta le luci dei riflettori su di lui accese dalla conquista del primato.

Ma procediamo per gradi. Ricco, Carlos Slim lo è stato sempre. Il padre, Julián Slim Haddad, un immigrato dal Libano di prima generazione, era proprietario della più grande catena di negozi di drogheria di Città del Messico, “La Estrella de Oriente”, fondata da nonno Hasan, poco prima della rivoluzione del 1910, nell’antica calle de Capuchinas (oggi Venustiano Carranza) e poi estesasi a tutto il centro storico. Ma ricchissimo (e, infine, il più ricco) Carlos è poi indiscutibilmente diventato per meriti propri e, ancor più, per i demeriti di un sistema politico-economico (una sorta di parodia del libero mercato e della democrazia) nei cui meandri ha saputo muoversi con straordinaria perizia. Con tanta perizia, in effetti, che, oggi, di quello stesso sistema è, se non proprio l’unico padrone, quantomeno la forza trainante.

Qualche cifra per meglio intendere. Tre anni fa, quando Carlos Slim Helú per la prima volta uscì dall’anonimato – scalzando dal secondo posto della lista Forbes il “mago di Omaha”, Warren Buffett, ed incalzando al primo il sunnominato Bill Gates – l’agenzia Bloomberg rivelò come la sua fortuna fosse ormai pari al 7,3 per cento del prodotto nazionale lordo messicano. Per raggiungere il medesimo grado di presenza nell’economia degli Stati Uniti, osservò in quell’occasione l’agenzia, il fondatore di Microsoft (ed allora primo in classifica) avrebbe dovuto possedere un patrimonio personale pari a quasi mille miliardi di dollari. Altro utile strumento di comparazione storica: a cavallo tra il XIX ed il XX secolo, ovvero, nel momento di più intensa concentrazione monopolistica a vantaggio di quelli che Ted Roosevelt ebbe a definire i “robber barons”,  la ricchezza di John D. Rockefeller (che dei “robber barons” era il più fulgido simbolo) non raggiungeva – faceva notare Bloomberg – che poco più del 2 per cento del Pil americano. E neppure sommando le ricchezze di Rockefeller, Carnegie e J.P. Morgan – i tre moschettieri, del nascente turbo-capitalismo americano – sarebbe stato allora possibile raggiungere, in termini percentuali, l’estensione del regno di Carlos Slim.

Già nell’anno del Signore 2007, Slim controllava – sempre secondo Bloomberg – oltre il 40 per cento dei titoli quotidianamente trattati nella Borsa Valori di Città del Messico. E, da allora, non ha fatto che estendere il suo dominio, probabilmente avvicinandosi (o superandola di poco, come sostiene oggi  “El Financiero”, quotidiano economico messicano) alla metà del tutto. “Passare un giornata in Messico senza metter soldi nelle tasche di Slim – scriveva tre anni fa, in un reportage per il Wall Street Journal, il giornalista David Luhnow – è pressoché impossibile”. Perché Slim è ovunque: nelle telecomunicazioni, nell’industria alberghiera, nei cibi e nelle bevande, nelle banche e nei trasporti, nelle sigarette, nei giornali e nelle televisioni, nell’abbigliamento. Ovunque e, ovunque (o quasi ovunque) praticamente da solo. “Laddove la ricchezza di Bill Gates riflette, tra luci ed ombre, la preminenza americana in campo tecnologico – scriveva tre anni or sono Tim Padgett su Time Magazine – la ricchezza di Carlos Slim è, nonostante l’abilità ed il sudore necessari per crearla, soprattutto il prodotto d’un arcaico sistema di monopoli ed oligopoli che, cresciuto all’ombra d’uno Stato corrotto, toglie ossigeno al resto dell’economia ed aiuta a mantenere nella povertà oltre la metà del paese…La fortuna di Bill Gates è parte d’una macchina che crea lavoro, innovazione e ricchezza. Quella di Carlos Slim è, invece, parte di un ordine economico che spedisce i messicani oltre la frontiera nord alla ricerca di un lavoro decente…”.

Vero? Falso? Il Time Magazine era probabilmente stato un po’ troppo generoso con Bill Gates, il cui semi-monopolistico controllo del  mercato d’almeno un settore dell’alta tecnologia lo rendeva, in realtà, molto meno dissimile dal suo rivale messicano di quel che Padgett sembrava credere. Ma la storia della “irresistibile ascesa” di Carlos Slim parla, davvero, un inequivocabile linguaggio. Il sistema che ha generato quello che è oggi l’uomo più ricco del pianeta è indubbiamente parte del trionfo del libero mercato. E, del libero mercato, è, al tempo stesso, la più irridente negazione. Come si spiega il paradosso? Come funziona la macchina che ha consentito a Carlos Slim Helú, nato ricco, di diventare prima molto ricco, poi ricchissimo e, infine, “il più ricco del mondo”? Le cronache ci dicono che Slim ha compiuto l’intero percorso – una lunga ed ininterrotta salita – grazie allo straordinario talento con cui è riuscito, con il decisivo aiuto del potere politico, a trasformare le crisi altrui in opportunità di guadagno proprie. La sua prima mossa vincente – quella che, agli albori degli anni ’80, garantì, per dirla in termini vetero-marxisti, la “accumulazione primitiva”, ovvero, il capitale di base del suo vittorioso assalto al cielo, fu l’acquisto d’una quota di maggioranza della Cigatam, l’azienda che fabbricava e distribuiva in Messico le sigarette Malboro.  Ma fu la grande crisi del debito – quella che, nel 1982, bruciò in un attimo tutte le illusioni d’un paese che si credeva ormai sulle soglie del “Primo Mondo” – a regalare a Carlos Slim il clima di paura e disperazione di cui le sue ambizioni avevano bisogno. Quando, alla fine di quell’anno, il presidente José López Portillo (lo stesso che, tre anni prima, aveva affermato che l’unico problema del Messico era ormai, grazie al petrolio, quello di “amministrare l’abbondanza”) rispose alla catastrofe finanziaria nazionalizzando le banche, il capitalismo messicano venne percorso da un’ondata di panico. Convinti d’essere alla vigilia d’una svolta collettivista (o, comunque, di un’apocalisse economica), i proprietari vendevano aziende per una manciata di svalutatissimi pesos. E chi c’era a comprarle? Ovviamente lui: Carlos Slim Helú….Il quale, proprio in quegli anni, divenne, da molto ricco, ricchissimo. Non ancora il più ricco del pianeta, ma certo tra i più ricchi del Messico e del continente.

Il vero “salto di qualità”, tuttavia,  Slim lo avrebbe vissuto appena più tardi, verso la fine del decennio. Non grazie alla crisi, in questo caso, ma in virtù delle terapie da cavallo che, per superare la crisi, la comunità finanziaria internazionale aveva imposto al Messico ed a pressoché tutti i paesi dell’America Latina. L’ordine perentorio era: privatizzare, alleggerire l’onere del debito mettendo sul mercato tutte le aziende che, fin lì malamente gestite dallo Stato, avevano (quasi sempre altrettanto malamente) garantito alla popolazione ogni genere di pubblico servizio. A cominciare dalle telecomunicazioni.

Eletto (quasi  certamente in modo fraudolento) nel 1988, fu, Carlos Salinas de Gortari (un caro amico di Slim e, forse, il più corrotto tra i presidenti della storia del Messico post-rivoluzionario) a gestire l’operazione di (peraltro molto relativo) smantellamento dell’economia di Stato. E fu Salinas, nel 1990, a consegnare a Slim – per l’occasione presentatosi in consorzio con Southwestern Bell e con France Telecom – la compagnia telefonica di Stato. Telmex era (e tuttora è) la monopolistica proprietaria di tutte le linee via terra. Ed è su questa proprietà – oggi alquanto obsoleta ma, allora, via d’accesso obbligata per tutte le telecomunicazioni – che Slim ha costruito quello che è oggi il suo impero. Elemento essenziale dell’operazione: la complicità ed il controllo d’un sistema politico-giudiziario pronto a difendere quella proprietà dall’assalto di ogni altro pretendente. E, quando necessario, a contrattaccare sulla base d’un principio tattico-strategico dal Wall Street Journal definito “delle 3 D”. Ovvero: “deny”, negare accesso al network di Telmex ad ogni potenziale concorrente; “delay”, ritardare, tirare per le lunghe, grazie ai favori del sistema giudiziario, ogni vertenza generata dal divieto di accesso; “deteriorate”, deteriorare l’immagine della concorrenza che, costretta a passare per la rete di Telmex,  usufruiva di pessimi servizi; e, infine, “dump”, costringere a svendere le imprese che, grazie al “deny”, al “delay” ed al “deteriorate” erano, infine, entrate in crisi. Un esempio, forse il più brillante tra decine di casi. At&t Latin America aveva, tra il ’92 ed il ’96, speso due miliardi di dollari in sovrastrutture nella speranza di sfondare nel mercato delle telecomunicazioni latino americano.  Ma nel ’97 ha dovuto cedere a Slim, per appena 207 milioni quel che restava di questo sogno di conquista…

Forbes ci dice che Carlos Slim Helú, divenuto nel 2009 l’uomo più ricco del mondo, vale oggi – dopo oltre un decennio di “3 D strategy” – 53,5 miliardi di dollari. E ci spiega come il suo regno si estenda, ormai, ben oltre il Messico e l’America Latina (Slim è tra, l’altro, con il 6.9% della proprietà, anche il maggior azionista del New York Times). Un segno dei tempi.  I grandi ricchi – che nel 2008 avevano duramente sofferto a causa della crisi mondiale, scendendo da 1.125 a 793 – sono risaliti nel 2009 a 1.011, grazie soprattutto all’Asia (è proprio da qui che vengono 62 dei 97 nuovi miliardari) ed alle cosiddette economie “emergenti” (interessantissimo, a questo proposito, il caso del brasiliano Eike Batista, passato dal 61esimo all’ottavo posto in classifica). I punti di equilibrio – rivela la nuova classifica dei “paperoni” – vanno rapidamente muovendosi nella mappa della grande ricchezza. Il mondo, non c’è dubbio, si sta trasformando. In meglio per i ricchi. E, per in poveri, in peggio. Tutto come prima, insomma. Tutto come sempre.

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