Deepwater, una storia d’amore

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14 maggio 2010

di M.C.

 

Quella del disastro del Golfo del Messico non è, in fondo, se ridotta all’osso, che una storia di valvole che non si chiudono e di porte che si aprono. Ma – se valutata in una più ampia e “romantica” prospettiva – può anche, questa storia, esser considerata un romanzo d’amore. Amore, è appena il caso d’aggiungere,nella sua più classica (e pornografica) versione incestuosa. Le valvole in questione sono, ovviamente, quelle che, nelle profondità marine, dovevano (o, nel caso specifico, avrebbero dovuto), bloccare il flusso di petrolio dopo l’esplosione della piattaforma Deepwater Horizon . E le porte sono – in modo forse meno ovvio, ma altrettanto rilevante – quelle che, rigorosamente “girevoli” (ed in quanto tali sempre chiuse e sempre aperte), in teoria tra loro separano (ed in pratica tra loro un uniscono) due categorie di persone sulla carta contrapposte: quelle che le valvole hanno il compito far funzionare e quelle che, nel nome degli interessi collettivi, delle valvole sono, per contro, chiamati a verificare il corretto funzionamento e la sicurezza.  Vale a dire: i “regolati”, da un lato, ed i “regolatori”, dall’altro.

Venerdì scorso, in un breve intervento dedicato alla tragedia che si va consumando al largo della Louisiana, Barack Obama ha, con un tipico eufemismo, definito tutto questo una “cozy relationship”, una  relazione intima. E, in questa storia, davvero l’intimità sgorga (mai verbo fu usato in modo più appropriato) da ogni poro, senza pudore esponendosi in numerose sfaccettature ed a diversi livelli. C’è, per l’appunto, nel primo livello, l’amore o, quantomeno, una totale identità di vedute,tra chi regola e chi è regolato (cosa in verità non troppo sorprendente, visto che, grazie alla summenzionata “porta girevole”,o “revolving door” come viene definita nel politichese made in USA, assai spesso si tratta della medesime persone). C’è, un po’ più in profondità, la passione di entrambi – regolati e regolatori – per l’industria petrolifera. E c’è infine, nell’ultimo e più essenziale girone, la venerazione di tutti – regolati, regolatori e industria – per il danaro e per il profitto.

Inevitabile risvolto – “Odi et amo”, come scriveva Catullo nel più celebre dei suoi carmi – di questo fortissimo intreccio di passioni: una parallela forma d’odio. Odio per se stessi e per il proprio lavoro, nel caso dei regolatori (pronti, alla prima occasione, a diventare regolati). Odio, da parte di tutti – dei regolati, dei regolatori e dei padroni di entrambi – per il governo e per ogni forma di limitazione al libero arbitrio di quello che, molto impropriamente, usano chiamare mercato. Con la sola esclusione, naturalmente, di quella specifica forma di auto-disciplina (ovvero, di diritto all’indisciplina) che va sotto il nome di “self regulation”. E proprio questo – la autoregolamentazione, nei fatti e, talora, anche nella legge – è, in effetti, ciò che questa storia d’amore e di odio ha infine prodotto. Insieme, naturalmente, a quella che ormai si appresta a diventare la più grande catastrofe ambientale della storia dell’uomo.

Ma forse è meglio esemplificare. È toccato in questi giorni al Wall Street Journal – non esattamente un nemico giurato del capitalismo – offrire ai suoi non propriamente sovversivi lettori , con il più ricco elenco di nomi e di circostanze, la più ampia descrizione di questa “intima relazione”. Intima, prolungata e – specie a fronte dell’apocalittica realtà della tragedia provocata – anche molto banalmente “normale”. Per parafrasare la più celebre battuta del celeberrimo film “Grand Hotel”: funzionari che vanno, funzionari che vengono. E tutti con una ragione ben precisa: quella di fare, senza riserve, gli interessi dell’industria petrolifera…

Due sono, in questo copione, le storie più recenti ed emblematiche: quelle – immediatamente successive e praticamente identiche -di Randal Luthi e di Tom Fry. Entrambi uno dopo l’altro collocati dal presidente dell’epoca – George W. Bush, il primo, Bill Clinton, il secondo – alla testa del Minerals Management Service, l’agenzia del Dipartimento agli Interni che ha lo specifico compito di regolamentare, a tutti i livelli, l’industria estrattiva. Ed entrambi al termine dell’incarico finiti – passando attraverso la porta girevole di cui sopra – al comando della NOIA, sigla che sta per National Oceans Industries Association. E che, a dispetto del suo acronimo, è stata creata con una molto eccitante missione: quella di lavorare, generosamente alimentata dalle grandi compagnie petrolifere, per “assicurare un affidabile accesso ed una favorevole regolamentazione…alle imprese che mettono a frutto le risorse energetiche nazionali al largo delle coste”.

Da regolatori a regolati, insomma. Giusto il tempo di impaccare le fotografie di famiglia e gli oggetti  più cari, attraversare la porta girevole, e depositare il contenuto degli scatoloni sulla nuova scrivania. Ufficio diverso, stesso lavoro. E questo non in solitudine, ma nel quadro d’una massiva e permanente trasmigrazione a doppio senso – il Wall Street Journal documenta, per il periodo 2002-2008, almeno altre cinque operazioni di “interscambio” ad altissimo livello tra il Mineral Management Service e le principali lobby dell’industria petrolifera – che ha regalato a quanti tanto meritoriamente “mettono a frutto le risorse energetiche nazionali al largo delle coste” una lunga serie di favori, quasi tutti in diretta o indiretta connessione con la catastrofica esplosione della piattaforma e con lo “spill” del 20 aprile. Due i più eclatanti e fatali: il permesso d’avviare le operazioni di trivellamento del golfo concesso ad una ventina di piattaforme petrolifere – la Deepwater Horizon tra queste – senza passare per le forche caudine di un’altra agenzia di governo, la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), considerata troppo pericolosamente ambientalista; e la decisione di sorvolare sul fatto che le piattaforme non fossero dotate d’un sistema di controllo remoto delle valvole sottomarine da utilizzare nel caso che la piattaforma fosse distrutta.  Il tutto mentre, tra il 2001 ed il 2007, la stessa MMS registrava, nelle attività delle piattaforme “offshore”, qualcosa come 1.443 incidenti gravi, con 41 morti, 302 feriti e ben 356 casi di fuoruscita di petrolio. Cifre, queste, che, peraltro, preludono ad un’ancor più profonda e duratura verità: quella dell’asimmetria – molto ben documentata, la scorsa settimana, da un articolo di Eric Lipton e John Broder, sul Washington Post – tra l’avanzamento registrato in questi anni nelle tecnologie di trivellazione (la Deepwater Horizon era, da questo punto di vista, un autentico gioiello) e le tecnologie di sicurezza (primitive ed incomplete) degli impianti. Come un segugio, il progresso è andato in questi anni inseguendo , oltre la porta girevole, l’odore del denaro. Gli uomini e la natura possono aspettare. Ed aspettarsi soltanto il peggio.

Su un punto tutti sembrano – sia pur con diversi accenti – concordare: il sistema della “revolving door” ha conosciuto, durante gli otto anni della presidenza di Bush il Giovane, la sua vera “età dell’oro”. Ben esemplificata, quest’ultima, dalle attività – molto segrete e, insieme, molto ovvie – di quello straordinario “usciere” che, lungo i primi otto anni del millennio in corso, fu il vicepresidente Dick Cheney, già segretario alla Difesa sotto Bush il Vecchio, passato alla direzione della Halliburton (una delle compagnie coinvolte, insieme a BP e Transocean, nel collasso della Deepwater Horizon) ed infine auto-collocatosi, una volta tornato al governo, alla testa d’una molto esclusiva ed impermeabile commissione energia, vero snodo del sistema. Né a W. né al suo rasputiniano vice può tuttavia, in alcun modo, essere ascritto il merito di avere inventato il sistema le cui potenzialità tanto hanno contribuito ad esaltare.  La porta girevole, in realtà, esisteva prima di loro (e dopo di loro ha continuato ad esistere, basta un’occhiata ai nomi di alcuni dei responsabili della politica energetica di Obama), da tempo ed in modo crescente parte essenziale – simbolo per molti asapetti – dell’intero rapporto tra potere politico e grandi corporazioni. Qualcuno, in questi giorni, ha molto opportunamente paragonato lo “spill” che sta uccidendo le acque e le coste del Golfo, al flusso di titoli “tossici” che ha avvelenato il sistema finanziario planetario, favorito e protetto da un sistema di complicità politiche nebuloso e, al tempo stesso, assolutamente nitido (basta , per inquadrare il panorama, guardare quanti dirigenti di Goldman Sachs sono, negli ultimi due decenni, finiti alla direzione del Tesoro .

Ed il vero problema è che questa storia d’amore, dalle orride cronache dello “spill” smascherata, non sembra esser stata da quest’ultimo indebolita. Anzi: lo “spill” sembra, paradossalmente, avere ancor più incartato il sistema. Qualcuno, in questi giorni, ha fatto notare come tutte le grandi tragedie ecologico-petrolifere del passato – la fuoruscita della piattaforma al largo di Santa Barbara, in California, nel 1969; la catastrofe della Exxon Valdez, nel marzo dell’89 – abbiano sempre portato ad una effimera, ma pressoché unanime spinta ambientalista. Nuove leggi, nuove speranze, nuovi movimenti. La tragedia del Golfo sembra invece, al momento, soltanto aver privato d’un elemento – per l’appunto, la recente decisione, annunciata da Obama, di riaprire parte delle coste Usa alla trivellazione petrolifera – il compromesso raggiunto per far passare al Senato una nuova legge energetica.

Come andrà finire? Sarà quello che sapremo – forse – alla prossima puntata. Ma fino a dove sarà arrivata in quel momento – se mai quel momento arriverà – la nera marea del petrolio?

 

 

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