Riforma della salute: una vittoria di Pirro?

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2 gennaio 2010

 

Di Massimo Cavallini

 

Ci saranno altre tempeste, annunciano i meteorologi della politica Usa. Ma – percorso l’ultimo braccio di mare, quello della “riconciliazione” tra i testi della House of Representatives e del Senato – la barca dell’ “Obamacare” sembra ormai destinata a raggiungere in tempi ragionevolmente brevi (e, forse, brevi quanto basta per essere celebrata nel prossimo discorso sullo Stato dell’Unione) il suo porto d’arrivo.  L’America avrà, infine – come ogni altro paese sviluppato o semi-sviluppato – un sistema d’assistenza sanitaria “universale”.  O quasi universale. O “tendenzialmente” universale. O, comunque, un sistema che, almeno in termini di principio, vede nella salute del cittadino, non una merce da barattare, ma un diritto umano da considerare e difendere. Anticipandone il finale attracco, Barack Obama già l’ha, peraltro, solennemente definita “una svolta storica”. E difficile è dargli torto, specie se si considera la catastrofica biografia d’una imbarcazione – quella per l’appunto, della riforma sanitaria – che in quasi un secolo di disavventure marinare aveva fin qui conosciuto soltanto (e soltanto nei rari casi in cui era riuscita a raggiungere la fase del varo) naufragi senza gloria né superstiti…Eppure, nell’imminenza d’un tanto agognato arrivo, nessuno sembra, nemmeno tra i più accaniti sostenitori della riforma, disposto ad andare oltre un formale e molto condizionato applauso. Perché?

Proviamo, per rispondere, a partire dal lapidario inizio dell’ “editoriale aperto” con il quale Howard Dean, già candidato presidenziale nel 2004 e già segretario nazionale del partito democratico, ha solo una settimana fa commentato, sul Washington Post, l’ormai imminente voto del testo finale della riforma al Senato. “Se io fossi un senatore – ha scritto – non voterei a favore di quel testo di legge”. Così motivando, subito dopo, la sua – per fortuna di Obama – solo ipotetica decisione: “Qualsivoglia misura che espanda il monopolio privato delle assicurazioni e che trasferisca ingenti somme di danaro dei contribuenti alle grandi corporazioni private, non può in alcun modo essere considerata una riforma…”. Vero? Falso? Verissimo.  Perché indiscutibilmente vero è il fatto che la legge del Senato – da tutti realisticamente considerata la più vicina al testo finale che, domani, uscirà dalla conciliazione con la molto più audace versione della Camera – rappresenta per i “cattivi della storia” (le assicurazioni private) una sorta di bonanza. Tutti coloro che oggi non hanno alcuna assicurazione sanitaria (i calcoli variano, ma si tratta, comunque, di decine di milioni di persone) saranno per legge obbligati a comprarla. Ed a comprarla, con generosi sussidi federali (per l’appunto, i soldi dei contribuenti di cui parla Dean), proprio dalle assicurazioni private.  Alle quali nuovi introiti arriveranno anche dai datori di lavoro, a loro volta legalmente forzati a garantire copertura sanitaria a tutti i loro dipendenti.  Così come indiscutibilmente vero, d’altra parte, è il fatto che – come molti altri democratici progressisti  hanno subito fatto notare a Dean – l’unica vera  alternativa a questa “riforma che non può essere considerata una riforma” è soltanto un altro naufragio, lo status quo – ovvero, il più estremo e gradito tra i regali che le grandi assicurazioni private possano ricevere – d’ una riforma che non può essere considerata tale perché, semplicemente, non esiste.

Dunque: chi ha ragione? Hanno – come spesso accade quando è un compromesso l’oggetto del contendere – ragione tutti. Quelli che dicono che il bicchiere o, per restare alla metafora iniziale, la nave è mezza piena; e quelli che dicono che, al contrario, la nave è mezza vuota. Ed ancor più hanno ragione quelli che – come il premio Nobel dell’economia, Paul Krugman – sostengono che una nave mezza vuota è, in ogni caso, meglio d’una nave affondata. In sostanza: la riforma – o la non-riforma – strappa alle assicurazioni private molti degli artigli con i quali hanno, fino ad oggi, esercitato la propria implacabile dittatura di mercato (o, meglio, di monopolio). Non potranno più negare un contratto a quanti non risultano redditizi perché troppo malati. Non potranno negare rimborsi per la clausola – una vera e propria mannaia per l’indifeso consumatore – delle “condizioni preesistenti” (eri già malato prima di firmare la polizza). Non potranno più giocare – – come vuole la cruda legge d’ogni business  – a “fregare” chi da loro compra assistenza.  Ed in cambio godranno – eliminata ogni ipotesi di competenza statale attraverso l’espansione del Medicare o della cosiddetta “public option” – dei benefici d’una espansione del mercato garantita da fondi federali. Chi ha vinto?

Rispondere non è facile. Nel corso della sua campagna elettorale – e, poi, quando già era alla Casa Bianca – Barack Obama ha sempre sostenuto una linea assai chiara e, al tempo stesso, inevitabilmente nebulosa. Dovessimo partire da zero – ha detto e continua a dire – non v’è dubbio che la soluzione del “pagatore unico” (vale a dire, per semplificare: la soluzione alla “europea”, con un servizio sanitario nazionale che paga medici, ospedali e prestazioni varie) sarebbe di gran lunga la più razionale. Ma ogni paese ha la sua storia. E la nostra storia, bella o brutta, ci impone di costruire su quello che c’è. L’ “Obamacare”, insomma, si può chiamare come a ciascuno aggrada: pietra miliare, riforma, mezza-riforma, non riforma, controriforma. Ma questo è: un tentativo di conciliare l’esistente – un “esistente” di cui gli interessi dell’industria della salute (assicurazioni, imprese farmaceutiche, ospedali) sono parte essenziale – con quella esigenza di civiltà (una sorta di “Santo Graal” del liberalismo americano) che si chiama “assistenza sanitaria universale”. Un incontro, insomma, un nuovo “punto d’equilibrio” nel quale non sono, come vuole l’ “obamismo”, previsti né vinti, né vincitori.

Qualcosa di molto simile era accaduto, agli albori della anni ’90, con la riforma sanitaria elaborata dall’allora first lady, Hillary Clinton. Con la sostanziale differenza che, memore di quel fallimento (la riforma evaporò prima ancora che il Congresso cominciasse a discuterla), Obama ha voluto sottoporre la sua “storica svolta” alla prova-finestra della democrazia americana. Più esattamente: ha voluto che nascesse e si forgiasse – si “sporcasse” per molti aspetti – là dove, della democrazia americana, meglio si misura tutto il buono, il brutto e, soprattutto, il cattivo. Ossia: nei più profondi e spesso oscuri meandri del Congresso.

Non per caso, la battaglia più importante è stata – in questa “guerra della salute” – quella combattuta “per logoramento” nel Senato. Vale a dire: in quella parte della gran macchina democratica che, storicamente, fu creata, non per dispiegare la forza della democrazia, ma “diluirla” nella palude dei particolarismi, frenandone gli eccessi  centralistici ed innovatori. O quelli che la classe dominante considerava tali. E, dentro il Senato, in una delle commissioni – il Finance Committee – dove storicamente più ovvio è lo strapotere di quelli che, a suo tempo Thomas Jefferson definì “the moneyed interests”, gli interessi del denaro. Tradotto in inglese moderno: gli interessi delle grandi lobbies. Proprio da qui , dal fondo, da questa commissione diretta dal democratico moderato Max Baucus, del Montana, Obama ha voluto che la discussione della riforma partisse, alla ricerca di un “terreno comune”. O, più pragmaticamente, di quella maggioranza qualificata – 60 voti su 100 – che al Senato sono necessari, non per passare una legge, ma per poter avviare qualsivoglia procedura. Ed è qui che – praticamente da subito e nonostante i successivi tentativi di rianimazione – è morta la più innovativa (e dalle assicurazione la più odiata) parte d’ogni proposta di riforma. Per l’appunto: la “public option”.

Chi l’ha uccisa? In un recente servizio televisivo, il giornalista Bill Moyers ha molto efficacemente risposto citando cifre e mostrando immagini. Le cifre sono quelle del danaro che le varie lobbies sanitarie hanno, nell’ultimo anno e mezzo, speso  per, come si usa dire, “orientare il processo politico”: quasi settecento milioni di dollari (esclusa la pubblicità diretta ed il cosiddetto “Astroturf lobbying”, come si definisce la creazione di falsi gruppi di pressione di base), a vario titolo destinati agli uomini politici e, in particolare, a quelli che, in questo processo, occupano posti chiave. Per ogni congressista, ha spiegato Moyers, esistono 6 lobbisti della salute. E di questi lobbisti, una parte rilevante – 278 persone – appartiene a quella che, in gergo politico, si chiama la “revolving door”, la porta girevole. Chi passa attraverso questa “porta girevole”? Tutti coloro che, già membri dello staff di un senatore o di un deputato,  diventano, poi, agenti di lobby. O viceversa. Come, grazie a Moyers, ben ha dimostrato, sul piccolo schermo, una breve sequenza del senatore Baucus impegnato in una discussione attorno ad un tavolo. Al suo lato spiccava, nelle vesti di sua assistente, Liz Fowler, già dirigente di WellPoint, una delle più grandi (specie nel campo della sanità) imprese assicuratrici del paese e, non per coincidenza, anche una delle più generose contributrici (quasi mezzo milione di dollari, in due anni) delle campagne elettorali di Baucus. Di fronte al quale, si poteva vedere, nella medesima sequenza, un’altra elegante signora, Michelle Easton.Oggi rappresentante della WellPoint, ma, fino a due anni fa – come oggi Liz Fowler – assistente del senatore.

Bill Moyers ha usato, nel suo servizio,parole molto forti. Quello che abbiamo visto – ha detto – è “un autentico leveraged buyout (un’acquisizione d’impresa con capitale di prestito n.d.r.) della nostra democrazia…E proprio di questa di questa compravendita – degnamente chiusa, in prossimità del Natale, dal “mercato delle vacche” necessario per acquisire i voti dei due ultimi  recalcitranti senatori democratici, Joe Lieberman e Ben Nelson – è, in effetti, il prodotto la riforma che sta oggi per raggiungere la meta.

Qualcuno la definisce “un mostro”. Ed è certo vero che – al termine della “prova-finestra voluta da Obama, e passata per le forche caudine della “democrazia reale” – proprio la sua mostruosità è, allo stato delle cose, la ragione del suo successo. O questo, o niente. Perché questo è quello che, oggi, la democrazia americana può dare. Il problema – o, se si preferisce, il grande paradosso – è tuttavia un altro: Obama che, un anno fa, ha vinto conquistato la Casa Bianca promettendo di cambiare Washington e di inaugurare una nuova era di bipartisanship, ha vinto oggi (o sta per vincere) la “rivoluzionaria” battaglia della salute per tutti, sottoscrivendo una legge che proprio con lo status quo e con la contrapposizione tra partiti (nessun repubblicano ha votato per la riforma) rischia d’identificarlo permanentemente. La sua potrebbe presto rivelarsi la più pirrica delle vittorie di Pirro.

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