Obamamore, il sogno di un mondo senza bomba

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16 aprile 2010

di Massimo Cavallini

Contrariamente al celeberrimo dottor Stranamore – che, come recita il sottotitolo del capolavoro di Stanley Kubrick, aveva” imparato a metter da parte la preoccupazione e ad amare la bomba” – Barack Obama vuole che, della bomba, il mondo abbia paura. Molta paura. Paura da morire e, ancor più, paura di morire. Perché su almeno una questione – quella, per l’appunto, del pericolo nucleare – il presidente degli Stati Uniti d’America è a ragione convinto che la paura sia, non l’antitesi, ma il presupposto della “speranza” che proprio lui ha, con tanta eloquenza, sbandierato nel corso della sua vittoriosa campagna elettorale. Questo – quando ancora ben vivi risuonavano nella memoria gli entusiasmi del suo “Inauguration Day” – era, in effetti, ciò che Obama aveva detto nel suo primo (e ancor oggi più importante) discorso di politica internazionale: quello pronunciato a Praga il 5 aprile del 2009. E questo è quanto – la scorsa settimana, nell’aprile d’un anno più tardi – il presidente Usa ha ribadito nella iniziativa “in tre mosse”  che, a detta degli esperti di politica globale, ha infine posto le basi della “dottrina Obama” (così come, a suo tempo, la teorizzazione della “guerra preventiva ed infinita” aveva tracciato i nefasti confini della “dottrina Bush”).

In estrema sintesi:  Barack Obama pensa che non vi sia, nel mondo, alcuna possibilità di progettare il futuro senza una “opzione zero”. Ovvero: senza una strategia che coerentemente punti, non solo ad una totale eliminazione delle armi nucleari racchiuse negli arsenali dei nove paesi che oggi le posseggono (sia pure in forma assai diseguale), ma anche – soprattutto, per molti aspetti – ad un controllo globale sul materiale e sulle conoscenze che servono per fabbricarle in ambiti, diciamo così, extra-statali.

Questo – il proposito di eliminare la bomba sottraendola alle mire del terrorismo o, volendo ripetere le parole che il neopresidente usò a Praga, “l’impegno di cercare la pace e la sicurezza d’un mondo senza armi nucleari “- è il vero epicentro, la forza motrice della politica internazionale di Obama, la luce che illumina la sua visione del mondo. E proprio questo – la creazione di un “nuovo clima” nelle relazioni internazionali e la ferma volontà di richiudere per sempre nella bottiglia il genio dell’olocausto atomico – era come si rammenterà stata, appena cinque mesi dopo il discorso di Praga, la motivazione con la quale la commissione di Oslo aveva deciso di conferire al nuovo presidente degli Stati Uniti d’America quello che è stato, se non il più controverso, certo il più “preventivo” del premi Nobel per la Pace.

I ricordi sono, in questo caso, ancora cronaca corrente. Lo scorso dicembre, nel ritirare la prestigiosa onorificenza, Barack Obama aveva provveduto ad alimentare perplessità e polemiche, pronunciando un discorso che – all’ombra dell’appena annunciata “escalation” in Afghanistan – era, nella sua essenza, una difesa della guerra “giusta”. O, più esattamente, di tutte le guerre (a cominciare da quelle in corso) con la cui necessità il capo della più grande potenza del pianeta deve essere responsabilmente pronto a fare i debiti conti. Un anno è passato. Un altro aprile è arrivato. Ed a 12 mesi dal suo discorso di Praga, Obama – che, pure, continua a combattere, in Afghanistan, la sua “guerra giusta” – ha,  almeno formalmente, cominciato, con le “tre mosse” di cui sopra, a fare le cose per le quali era stato anticipatamente (frettolosamente, per molti) premiato in Scandinavia. Prima ha parzialmente riformato – nell’ambito del Nuclear Posture Review Report, il rapporto che di anno in anno definisce le “linee di comportamento”  in materia di politica nucleare – il principio del “primo uso”, sottolineando la rinuncia all’impiego preventivo di armi nucleari, da parte degli USA, contro quei paesi che abbiano aderito al Trattato di Non-Proliferazione. Ed ha anche, nel contempo, cancellato tutti i programmi di sviluppo dell’armamento atomico.  Poi – seconda mossa – ha firmato con la Russia, a Mosca, un nuovo accordo START (Strategic Arms Reduction Treaty), teso alla reciproca e drastica riduzione degli arsenali atomici. E, quindi – terza mossa – ha convocato a Washington un “summit” internazionale – con la partecipazione di 47 nazioni – dedicato alla “sicurezza nucleare globale”, o , più concretamente, a quello che è oggi l’aspetto più attuale ed inquietante del pericolo atomico: la sempre meno remota possibilità che, non solo gli Stati, ma anche singole organizzazioni terroristiche acquisiscano il materiale – l’uranio arricchito, soprattutto – ed il know-how necessari per costruire ed usare una bomba.

Qual’è il concreto bilancio di queste iniziative? Quanto si è avvicinato, dopo questi tre passi, il sogno di un mondo libero dall’incubo nucleare? Non molto, se si guardano i risultati concreti. Molto di più se, invece, si considera il fatto che – a prescindere dalla distanza effettivamente percorsa – quella garantita da Obama è stata, comunque, una fondamentale (e tutt’altro che facile) inversione di marcia.

Quanti guardano al proverbiale “bicchiere mezzo vuoto”, vedono, nella ridefinizione del “primo uso”  contenuta nell’ultima  Nuclear Posture Review, la pressoché insignificante modifica d’un principio strategico – quello col quale gli Usa concedono a se stessi il privilegio di colpire chiunque, e per primi, con armi nucleari – che, a vent’anni dalla fine della guerra fredda, sembra davvero appartenere alla preistoria. Formulato negli anni ’50, quando le teste d’uovo del Pentagono erano convinte che solo la minaccia atomica potesse dissuadere l’URSS dall’invadere, con armi convenzionali, la vecchia Europa, quel principio appartiene infatti – e da ben prima che la Guerra Fredda morisse –  alla spazzatura della Storia. Che senso ha – se davvero l’obiettivo è quello d’un mondo senza minaccia nucleare – riproporre oggi quel principio limitandosi ad escludere dal novero degli “annientabili” i paesi che aderiscono al Trattato di Non-Proliferazione? Nessuno, se si considerano solo la Storia e la logica formale. Qualcuno di più se, al contrario, si considerano le ragioni che – contro la Storia e la logica, per l’appunto – hanno fin qui tenuto in vita il “first use”. Per una parte d’America, quel putrescente principio rappresenta, a tutt’oggi, un simbolo della potenza americana. Come, del resto, ben hanno dimostrato molte delle reazioni repubblicane – vedi quella del senatore John McCain, rivale di Obama nella corsa alla Casa Bianca – che hanno visto nelle timidissime modifiche adottate da Obama un “segnale di debolezza”, mentre si avvicina il momento di “premere il grilletto” contro l’Iran di Ajmadinejad.

Stesso discorso (e stessa musica) per il nuovo START – che, nel bicchiere mezzo vuoto, non va, a conti fatti, molto più in là di vecchie proposte finite nel cassetto negli anni ’90-  e, ancor più, per il summit sulla sicurezza nucleare globale, apertosi con una serie di simbolici “doni” al padrone di casa – Ucraina, Messico e Canada hanno consegnato agli Stati Uniti parte delle proprie riserve di uranio arricchito – ma poi chiusosi, per gli scettici, con il classico “pugno di mosche”. Ovvero: con una serie di impegni – tutti nutriti dal più generico lessico della “diplomazia del nulla”: “si impegneranno a…”, “cercheranno di…”, verranno incoraggiati a…” – non accompagnato dalla chiara definizione di alcun nuovo standard internazionale (volontario o, ancor meno, obbligatorio) in materia di salvaguarda del materiale atto alla costruzione di ordigni nucleari. Troppo poco per definire un credibile fronte comune, non solo di fronte all’Iran – vera cartina di tornasole dei progetti di denuclearizzazione di Obama – ma anche a tutti coloro che, come il Pakistan e l’India, o la Cina (per non dire dell’eremitica ed “intrattabile” Corea del Nord) che guardano al processo con reciproco sospetto (o che, come Israele, negano di avere la bomba).

La colonna sonora di questo “aprile antinucleare”, insomma, resta la medesima che ha fin qui accompagnato questo primo, enigmatico anno della presidenza Obama: molte parole, belle parole, ma pochissimi fatti. Grandi obiettivi, illustrati con superba eloquenza, ma risultati tanto scarsi da assomigliare tremendamente ad una riproposizione dello status quo. Era stato così per Guantanamo e per la gestione della tristissima eredità della coppia Bush-Cheney in materia di diritti umani e di giustizia. È stato in buona parte così – nonostante lo “storico” e rocambolesco passaggio finale della legge – per la riforma sanitaria…

E tuttavia è un fatto che Barack Obama – l’ “Obamamore” che rivendica la paura della bomba – ha riportato al centro della politica internazionale il sogno antico di un mondo senza armi nucleari. E che lo ha fatto invertendo la rotta (o la deriva) d’una presidenza – quella di George W. Bush – che aveva rilanciato, contro ogni forma di smantellamento degli arsenali, l’ipotesi d’un uso massiccio di armi nucleari tattiche (le cosiddette “bunker buster”), presentando un solo riconoscibile progetto di riduzione di distruzione di massa: quelle, inesistenti, dell’Iraq di Saddam Hussein. Il cammino appare ancora lunghissimo, accidentato. E forse è vero che, in sostanza, Obama sta, allo stato delle cose, battendo il passo, perduto tra la poesia delle sue parole e la prosa del suo pragmatismo politico. Ma la direzione è, almeno, quella giusta. La domanda è: è giusto accontentarsi? C’è ancora il tempo per accontentarsi?

 

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