Obama come Johnson?

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10 settembre 2009

 

Di Massimo Cavallini

 

“È come se io stesso fossi su un aereo in avaria e dovessi scegliere tra lo schiantarmi al suolo, o lanciarmi nel vuoto senza paracadute…questa guerra non posso finirla e, con quello che ho, non posso vincerla…Non so che cosa fare…Non importa a che ora: voglio essere svegliato ogni volta che uno dei nostri soldati cade in combattimento…”. Questo diceva Lyndon Johnson, presidente degli Stati Uniti d’America, nell’autunno del 1965. Nessuno lo svegliò. Un po’ perché troppi, molto presto, sarebbero diventati i soldati americani caduti in Vietnam. Ed un po’ perché Johnson era in quei giorni – e tale sarebbe rimasto fino alla sua morte, nel gennaio del 1973 – un uomo insonne e tormentato, già condannato ad una sorta di perenne veglia dai fantasmi dei suoi dubbi e dei suoi rimorsi. Ma, se nessuno, mai, interruppe il suo sonno (o il suo non-sonno) per annunciargli la morte d’un soldato, fu soprattutto perché, quelle parole, Johnson le andava, in realtà, dicendo a se stesso, solo di fronte al microfono di un registratore. Lui e la Storia, lui e la sua coscienza, Johnson, il presidente e Johnson l’uomo, entrambi alla ricerca della propria più intima e dolente verità, in una sorta di confessione (o di auto-analisi) meticolosamente raccolta in nastri registrati che, resi pubblici alla fine del secolo scorso dalla Johnson Presidential Library, lo storico Michael Beschloss avrebbe poi pubblicato ed analizzato nel suo libro “Reaching for Glory”, uscito nell’autunno del 2001.

Fino ad allora, i più avevano interpretato l’escalation dell’intervento americano in Vietnam – che proprio in quell’anno stava cominciando – ricalcando le parole, piene di baldanzosa sicurezza, che Lyndon Johnson andava usando in pubblico. “L’America comincia le guerre per vincerle – aveva detto il presidente nell’agosto del ’65, nell’annunciare l’invio del primo vero contingente di truppe da combattimento – e vince le guerre che comincia”. Ed aveva, in quell’occasione, invitato i soldati americani in partenza ad appendere  al muro, una volta giunti in Indocina, i propri “coonskins”, i cappelli alla David Crockett (quelli di pelliccia, con la coda di racoon penzolante all’indietro), come americanissimi simboli di vittoria. Gli Stati Uniti erano andati in Vietnam – questo era quello che gli storici ed il senso comune suggerivano – convinti di poter avere facilmente ragione delle pretese unificatrici del Vietnam del Nord e della ribellione interna che minacciava l’esistenza del regime che si contrapponeva alla “avanzata del comunismo”. Ma così non era. Già in quei giorni Lyndon Johnson aveva, in effetti, una lucida e dolorosa coscienza della “invincibilità” d’una guerra che, proprio per questo, viveva come una sorta di condanna, o di tragica beffa della Storia. Una guerra che doveva combattere perché glielo imponevano le circostanze d’un altro e più generale confronto geopolitico – quello “freddo” con l’Unione Sovietica e con la Cina di Mao – ma che sapeva non essere che il prodromo d’una catastrofe militare, politica e personale. Johnson sapeva che quella che aveva ereditato da John Kennedy – il presidente che, due anni prima, aveva inviato i primi 17mila soldati, ed architettato il golpe che, nel novembre del ’63, pochi giorni prima dell’attentato di Dallas, aveva deposto ed ucciso il presidente Ngo Dinh Diem – era una guerra senza gloria né fine, combattuta in difesa d’un regime fantoccio, un baratro senza fondo che minacciava d’inghiottire il senso ultimo della sua presidenza. Johnson sapeva che il Vietnam avrebbe oscurato il ricordo della politica di grandi riforme sociali – un’altra guerra, per molti aspetti – da lui varata nei primi anni della sua presidenza. Ovvero: quella “Great Society” capace di vincere, al suo interno, la battaglia contro la povertà, la diseguaglianza e l’insicurezza.  Sapeva e soffriva, il presidente Lyndon Johnson, avvinto in uno stato di depressione ed autocommiserazione che non l’avrebbe, da allora, più abbandonato…

Si sta per ripetere la storia? Molti, ascoltate le notizie che in questi giorni giungono dall’Afghanistan, non resistono alla tentazione di misurare le similitudini tra il dramma di Lyndon Johnson di fronte al Vietnam e quello di Barack Obama di fronte a quella che, ormai, quasi tutti definiscono la “sua” guerra. Ed è certo che non mancano i buoni motivi per avviare un confronto del genere. Dopotutto, fanno notare alcuni osservatori, anche il conflitto in Afghanistan è, come a suo tempo quello in Vietnam, un conflitto “invincibile”. Anzi, lo è con molte – e molto più antiche – giustificazioni della Storia, visto che il primo a, per così dire, perdere le penne in quell’arida parte del mondo (detta per questo la “tomba degli imperi”) fu nientemeno che Alessandro Magno. E, dopotutto, anche Barack Obama già ha, come a suo tempo Lyndon Johnson, dichiarato quella in Afghanistan una “guerra giusta” – giusta rispetto a quella “sbagliata” condotta in Iraq – da combattere fino alla vittoria. Anche Barack Obama sembra, come Johnson, considerare il conflitto inevitabile alla luce delle sue circostanze storico-politiche. “Questo – ha detto il neopresidente lo scorso aprile parlando in una conferenza dei Veterans of Foreign Wars e ribadendo un concetto più volte espresso nel corso della campagna elettorale – non è una guerra di scelta. Questa è una guerra di necessità. Chi ha attaccato l’America l’11 settembre si prepara a farlo di nuovo. Se lasciata a se stessa l’insorgenza dei Talebani può offrire ad Al Qaeda rifugi dai quali programmare nuovi complotti tesi ad uccidere americani…”.

Insomma: come Johnson – erroneamente convinto che la riunificazione del Vietnam aprisse, in un classico “effetto domino”, le porte alla “comunistizzazione” di tutto il continente asiatico, anche Obama sembra oggi credere, sbagliando, che l’Afghanistan sia il vero epicentro della lotta contro il terrorismo, il fronte sul quale si decidono, manu militari, le sorti del confronto. Ed anche lui – sebbene non vi sia alcun segnale della lucida disperazione con cui Johnson, 44 anni or sono, andava incontro al suo destino – sembra disposto a giocare (o inconsapevole di giocare) su questo fronte se stesso e la natura “transformational”, trasformativa, epocale della sua presidenza, gli ambiziosissimi programmi di riforme sociali (“a change we can believe in”) che lo scorso novembre l’hanno portato alla vittoria nel pieno della più grave crisi economica dai tempi della Grande Depressione.

Ma fino a che punto le due realtà sono davvero comparabili? Rispondere non è ovviamente facile. Certo è, tuttavia, che ogni comparazione che voglia andare oltre la contemplazione del proprio fascino, non può non rilevare come, a conti fatti, le differenze ampiamente prevalgano sulle similitudini. Intanto perché è estremamente improbabile – quale che sia la erroneità dell’analisi – che gli Usa possano giungere, in Afghanistan, al livello di coinvolgimento militare toccato in Vietnam. Tutti gli analisti militari concordano – con piccole varianti – su un punto: per “pacificare l’Afghanistan” – leggi: per vincere definitivamente la guerra contro i Talebani – occorrerebbe il dispiegamento d’un contingente di almeno mezzo milione di uomini. Ed è impensabile che gli Stati Uniti arrivino a tanto. Impensabile perché impossibile sarebbe, per gli Usa, farlo senza ripristinare quella leva militare che, a suo tempo, fece del Vietnam una “guerra di tutti”, una realtà sentita in ogni famiglia, in ogni università, in ogni scuola. Impensabile perché la guerra al terrorismo non è la guerra fredda e, soprattutto, perché l’Afghanistan viene dopo il Vietnam e perché a Barack Obama – quali che siano i destini della sua presidenza – non manca certo il senso della storia. Lo scorso 23 agosto, sul New York Times, un articolo rivelava come il presidente avesse convocato una cena con alcuni storici di grande prestigio, tra i quali spiccava il nome di Robert Caro, autore della più completa ed approfondita biografia proprio di Lyndon Johnson, uscita in quattro volumi tra gli anni ’80 e ’90. I temi della discussione conviviale sono rimasti riservati. Ma il prof Caro ha fatto chiaramente capire come Obama sia perfettamente cosciente delle analogie che legano la sua presidenza e la “sua” guerra, al tragico precedente del Vietnam.

No, Obama non ripercorrerà la strada battuta da Lyndon Johnson. Non la ripercorrerà perché non può farlo e perché sa bene – al di là delle dichiarazioni di principio – che l’Afghanistan di oggi è cosa ben diversa da quello che, ai tempi dell’attacco alle Torri Gemelle, dava ospitalità ad Al Qaeda. Sa benissimo che il fronte della “lotta al terrorismo”, se mai un vero fronte la lotta al terrorismo ha avuto, non passa oggi  che marginalmente (fondamentalmente a causa suoi riflessi in Pakistan) per l’insurrezione dei Talebani Pashtun. No, non ci sarà, in Afghanistan, alcuna “escalation”. Non foss’altro perché il molto pragmatico segretario alla difesa Robert Gates (uno dei pochi lasciti positivi di George W. Bush) ha già lasciato chiaramente intendere d’essere assolutamente contrario ad una simili ipotesi.

Barack Obama non passerà alla Storia, probabilmente, come l’uomo dell’Afghanistan. Ma resta incombente il rischio che, in Afghanistan (o nello stillicidio d’un conflitto che non riesce né a concludersi, né a definire se stesso) finiscano davvero per logorarsi molte delle speranza dell’ “obamismo” (la famosa “audacia della speranza”). Anche qui, tuttavia, con una sostanziale differenza rispetto al passato, Lyndon Johnson, il presidente del Vietnam – strano, affascinante miscuglio d’opportunismo e d’idealismo, di meschinità e di grandezza – le sue riforme, per quanto oscurate dalla realtà della guerra, le ha fatte davvero. Ed ha davvero, con le sue riforme – le leggi sui diritti civili, il Medicare – trasformato per sempre l’America. Barack Obama ancora no. Né ancora ha fatto chiaramente capire che cosa voglia, in effetti, riformare. Johnson passò alla Storia come il presidente che, a causa d’una guerra ingiusta e perduta, cancellò dalla memoria la sua immagine di grande riformatore sociale. Anche nel caso di Obama potrebbe restare soltanto il ricordo di una guerra. Senza, però, alcuna riforma da cancellare. Ma la storia è in questo caso, ancora cronaca viva…

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