La sana follia di Antana Mockus

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1 maggio 2010

di Massimo Cavallini

Una salutare corrente di follia sta percorrendo uno dei più violenti lembi del pianeta Terra. Ed ha, questa follia, la faccia – cinematograficamente a suo modo perfetta – di Antanas Mockus, ex sindaco di Bogotà e candidato del Partito Verde, da un paio di settimane molto sorprendentemente  in testa ai sondaggi che, in Colombia, predicono i risultati delle prossime presidenziali del 30 maggio. Del “pazzo hollywoodiano” – uno di quegli scienziati mattacchioni che vogliono distruggere o, come nel caso specifico, salvare il mondo –  Mockus ha, infatti, tutto quello che un esperto di “casting” può desiderare in un attore. A cominciare, ovviamente, dal “physique du role” o, per meglio dire, da un volto che – assai ben definito da una molto inusuale pettinatura  e da una barba  ottocentesca , l’una dall’altra molto opportunamente separata da un enigmatico sorriso e da un paio di giganteschi occhiali collocati su due occhi stralunati – sembra rivelare un’anima da profeta e, insieme, un’intelligenza fuori controllo.  Il tutto con l’aggiunta – oltre la semplice apparenza – di alcuni molto significativi “optional”: il mestiere che Mockus pratica al di fuori della politica (è un matematico dal brillante curriculum accademico); un nome anagrafico (Aurelijus Rutenis Antanas Mockus Sivickas)  che – normalissimo in Lituania, il paese dal quale la sua famiglia proviene – suona alquanto bizzarro alle orecchie di chi vive tra le Ande e l’Amazzonia; ed infine, last but not least,  un soprannome – “El Loco”, ovvero, per l’appunto, il pazzo –  che Antanas Mockus si è guadagnato sul campo fin dal giorno in cui, durante una lezione all’Università, fece conoscere il suo disappunto ad una classe distratta, praticando il “mooning”  (operazione che, notoriamente, consiste nell’abbassare calzoni e mutande per mostrare agli astanti entrambe le natiche nude. Dettaglio di non secondaria importanza: il nostro era, ai tempi, anche il rettore dell’Ateneo).

Antanas Mockus è in effetti – e da sempre – un convinto (e vincente) cultore della didascalica potenza della follia. O meglio: della forza esemplare, educativa del gesto. E con sue mattane ha in passato davvero cambiato – per quasi unanime ammissione – il volto e la storia di Bogotà. Perché piaccia o no , se davvero di follia si tratta, quella di Mockus è comunque, per così dire, una follia che viene da lontano. Quando, nel  1993, gli abitanti della capitale (quelli che esercitano il diritto di voto e che, di norma, non arrivano al 50 per cento del totale) lo elessero sindaco, lo fecero sulla base d’una promessa che già era, allora, un’eco, così sintetizzabile, della pazzia mockusiana: “per cambiare Bogotà bisogna cambiare i bogotani”. E per cambiare, anzi, per “sensibilizzare” i bogotani – era andato ripetendo Mockus durante una campagna elettorale nel corso della quale i media lo avevano trattato come un’estemporanea curiosità – occorre usare “l’arte, l’humor e la creatività” (se tutto questo vi fa venire in mente il Renato Nicolini della Roma anni ’70, credo abbiate trovato il giusto termine di paragone italiano).

E così, in effetti, fu. Mockus, sorprendente vincitore, cambiò i bogotani. E, come profetizzato, i bogotani, a loro volta, cambiarono Bogotà. Lo dicono i bogotani medesimi (che, parlando col voto, rielessero trionfalmente “El Loco” cinque anni dopo). E lo dicono, anche, le statistiche. Per convincere i suoi concittadini a non sprecare acqua, Antanas Mockus usò se stesso (e, ancora una volta, le sue natiche) in una pubblica dimostrazione del giusto modo di fare la doccia. E funzionò. Il consumo d’acqua diminuì, in città, del 40 per cento. Per affrontare il problema endemico della violenza, Mockus “follemente” puntò sulla pedagogica spinta della non-violenza, formando gruppi disarmati di vigilanza cittadina ed affidando a poliziotti donne il pattugliamento delle zone più a rischio della città. Risultato: il tasso di omicidi, uno dei più alti del mondo, diminuì del 70 per cento. Bogotà era negli anni ’90, dal punto di vista del traffico, una città caotica, inquinata e mortifera. Mockus non aumentò né il numero dei vigili urbani, né il numero delle multe comminate. Semplicemente sguinzagliò per le strade un piccolo esercito di mimi (di quelli con la faccia incipriata alla Marcel Marceau) con l’incarico  di sbeffeggiare  tutti coloro che, ai semafori o altrove, violavano il codice della strada. I bogotani, cambiati dalla terapia Mockus,  scoprirono, in quegli anni, che la loro città era bella. E che bello poteva diventare viverci. Per questo  riempirono Bogotà di piste ciclabili e di nuovi giardini, seguendo l’esempio d’un sindaco che, in una città dove tutti i VIP circolavano in auto blindate, si recava quotidianamente al lavoro in bicicletta. Non crearono il paradiso. E neppure un’isola felice nel cuore d’un paese permanentemente in guerra con se stesso. Ma Bogotà – sebbene in molte parti ancora sfregiata dalle sue miserie – divenne una città molto più vivibile, un esempio di buona amministrazione che persino esperti dalla Scandinavia vennero, in quel fine millennio, a studiare ed ammirare.

Antanas Mockus, diventato uno dei più visibili personaggio della Colombia, aveva, in verità, già tentato l’assalto alla presidenza. Lo aveva fatto nel ’98, al termine del suo primo mandato come sindaco. E ci aveva riprovato cinque anni dopo, come vice di Noemi  Sanín (la stessa che è oggi candidata del Partito Conservatore). Ed in entrambi i casi le percentuali (sempre molto lontane dalle due cifre) avevano dimostrato quanto difficile – allora come oggi – fosse tradurre a livello nazionale i successi consumati a livello municipale. Solo qualche settimana fa – quando Mockus era appena uscito vincitore dalle civilissime primarie del partito verde – i sondaggi (già allora considerati sorprendentemente positivi), gli davano qualcosa meno del 10 per cento e pressoché zero possibilità di partecipare ad un probabile secondo turno con il grande favorito della corsa, l’ex ministro della Difesa Juan Manuel Santos. Oggi, Mockus è primo con un 38 per cento dei voti (contro il 29 per cento di Santos e l’11 per cento di Sanín), è pressoché certo di arrivare allo spareggio ed ha, sulla carta, eccellenti possibilità di vincerlo. Che cosa è cambiato? Quali corde della psiche colombiana è riuscita a toccare, in questi ultimi giorni, nella violentissima Colombia, la “follia” del verde Aurelijus Rutenis Antanas Mockus Sivickas?

Per capirlo o, quantomeno, per inquadrare il retroterra di qualcosa che, ancora, è molto difficile da capire, occorre un classico – e necessariamente telegrafico – riassunto delle precedenti puntate. Dal 1948 – anno dell’omicidio del candidato liberale Jorge Eliécer Gaitán, del “Bogotazo” e dell’inizio de la “Violencia”, la Colombia è, tra alti e bassi, in preda ad una guerra civile. Ed è per questo che vanta la più antica guerriglia d’America (quella delle Farc, nate liberali nei primi anni ’50, diventate comuniste e gradualmente trasformatesi, all’ombra del narcotraffico e dell’industria dei sequestri, in una sorta di malattia endemica), contrapposta ad una più recente (ma ben più feroce) struttura paramilitare che, con l’ovvia complicità di ampli settori del potere statale ed economico, s’è negli ultimi decenni resa responsabile, soprattutto nelle campagne, di efferatezze con pochi pari nella storia di un mondo pieno di efferatezze (la Colombia vanta ancor oggi, con oltre due milioni di contadini “desplazados”, il record mondiale di rifugiati).  A cavallo tra il finire del passato millennio e l’inizio di quello in corso, Andrès Pastrana, presidente conservatore, fece un estremo tentativo per giungere ad un accordo di pace con le Farc, concedendo loro, in cambio dell’apertura d’un tavolo di trattative, il controllo su un ampio territorio (quello di San Vicente del Caguán, grande quanto la Svizzera). Analizzare le ragioni ed i torti del fallimento di quel processo è, naturalmente, molto complesso. Ma certo è che l’opinione pubblica – un’opinione pubblica che era stata, inizialmente, molto favorevole alle trattative – attribuì in soverchiante maggioranza alle Farc (la cui industria dei sequestri di persona proprio  in quel periodo aveva raggiunto il suo apice) la responsabilità dell’evento. E, nel 2002, consegnò, con soverchiante maggioranza, la presidenza all’uomo che, rompendo  la rigida struttura bipartitica che da un secolo governava la Colombia, della guerra ad oltranza contro le Farc aveva fatto la sua bandiera: Àlvaro Uribe.

Uribe è stato, da allora, eletto due volte. E, stando ai sondaggi , avrebbe senza problemi vinto anche la terza, non avesse la Corte Suprema colombiana dichiarato incostituzionale il referendum convocato per aprire la strada, modificando la Costituzione, ad un nuovo mandato.  Il che significa che, non solo lui, ma anche la sua guerra – con politico eufemismo chiamata “seguridad democratica” – è ancora molto popolare, nonostante i suoi molti raccapriccianti risvolti. Uno su tutti: quello dei cosiddetti “falsos positivos”. Ovvero:  lo scandalo degli almeno  2.077 poveri cristi – ma è possibile che le vittime siano molte di più – che, negli ultimi anni, grazie soprattutto ai compensi in danaro stabiliti dal governo per la eliminazione di uomini della Farc, sono stati uccisi a casaccio dall’esercito e spacciati per guerriglieri caduti in combattimento.

Dunque, per quale misterioso, insondabile motivo, quegli stessi  colombiani che avrebbero, senza esitazioni, votato per il “guerriero” Uribe, stanno oggi spostandosi – con una stupefacente velocità – in direzione del “folle” superpacifista Antanas Mockus? Rispondere non facile. Ma facile, follemente facile, è descrivere il messaggio politico che – nonostante una poverissima campagna, condotta soprattutto attraverso i social network – sembra aver ipnotizzato la Colombia. Il verde Mockus vuole, ovviamente, proteggere l’ambiente. Ma quel che lui propone è, soprattutto, una “ecologia della mente”, un processo educativo – Mockus porta sempre con sé un lapis per testimoniare la natura pedagogica della sua politica – che si basa sull’assoluta, religiosa centralità della “difesa della vita”; o di quella che il candidato chiama la “legalidad democratica”, contrapposta (pur senza mai spendere una parola contro il presidente uscente) alla “seguridad democratica” di Uribe. Semplicemente: in un paese nel quale, da decenni, l’omicidio è quasi un modo di vita, Mockus vuole affermare – nella psiche dei colombiani, prima ancora che nelle leggi – il principio della sacralità della vita umana. Ed il suo slogan di campagna si fonda su una sola parola: “confianza”, fiducia che la forza della mente, d’un principio diventato senso comune, coscienza collettiva, possa davvero cambiare tutto, perché, come Mockus fa molto sommessamente ripetere in coro agli astanti nel corso dei suoi esercizi spirituali – sostituti dei classici comizi – “l’unione fa la forza”…

Può funzionare? Fino soltanto a ieri, molti rispondevano con un sorriso di compatimento a questo quesito. Oggi nessuno sorride più. Ma non pochi sono coloro che, alla destra ed alla sinistra di Mockus – il quale è peraltro sorretto da un team di prima grandezza, con il popolarissimo sindaco di Medellin, Sergio Fajardo, nelle vesti di vice- continuano ad ironizzare, anticipando il momento nel quale il neo presidente manderà i suoi mimi dalla faccia imbiancata a fronteggiare le armi da guerra dei narcotrafficanti, le motoseghe con le quali i gruppi paramilitari fanno a pezzi i contadini, o i guerriglieri-sequestratori delle Farc…

Resta, dietro tutte queste sarcastiche profezie, la domanda. Che cosa sta bollendo nella pentola colombiana? Un’utopia? Un miracolo? Un suicidio? Un bluff? Una rivoluzione? Di certo in questa molto insanguinata parte del mondo sta succedendo qualcosa di nuovo. Qualcosa di decisamente “folle”. E forse, chissà, persino qualcosa di bello.

 

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