Cile, dighe della discordia

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13 novembre 2009

 

Di Gabriella Saba

 

Quando si tratta di dighe e di Patagonia, il Cile si divide in due: da un lato della barricata (o, più propriamente, della diga) quelli che non le vogliono e, dall’altro quelli che, invece, ritengono che i vantaggi energetici ricavati da quell’opera, faraonica, valgano pure il prezzo di un innegabile (e secondo molti contenuto) danno ambientale. I primi rappresentano la maggioranza, per quanto di stretta misura: appena il 57 per cento.

 

La polemica sulle centrali è vivacissima e infatti, da qualche anno, ha scosso non solo i cileni ma anche la fetta più ambientalista della comunità internazionale, mobilitata per l’occasione intorno alla campagna Patagonia sin represas, con ampio supporto dei media e di artisti di punta e politici di punta tra cui l’appena morto avvocato Ted Kennedy, Leonardo Di Caprio e Julia Roberts. Represas vuol dire dighe. A progettarle e proporle è il consorzio HidroAysén, formato dal gruppo italiano Endesa e dalla cilena Colbún. Si tratta, in definitiva, di un gigantesco e costosissimo progetto il cui obiettivo è aiutare la crescente richiesta energetica del Cile con una robusta iniezione di ben 18.430 GWh di energia all’anno, (e una potenza di 2,750 MW), ricavati dallo sfruttamento delle acque dei fiumi Pascua e Baker e che verrebbero poi “dirottati” attraverso più di duemila chilometri di cavi verso le regioni del centro e del Nord (quelle dove si trovano, rispettivamente, le grandi città e le miniere), le più affamate di energia. Quasi seimila ettari di terra vergine verrebbero allagati ma non sarebbe questo il danno maggiore bensì, secondo i detrattori, la distruzione o il deterioramento provocato dai lavori necessari per realizzare i cavi (per inciso, il costo totale dell’opera si aggirerebbe intorno ai 3.2 miliardi di dollari): cavi e dighe finirebbero per “coinvolgere” ben otto regioni e 64 comuni, danneggiando direttamente 12 aree silvestri protette e 15.645 ettari di territorio e, indirettamente, un totale di 4 milioni e seicento mila ettari di paesaggio.

 

La polemica, tuttora irrisolta, è fino a che punto quei danni siano invasivi e, di conseguenza, più o meno “accettabili”.

 

In piena campagna presidenziale, la questione delle Represas è diventata vitale. E i quattro candidati che correranno per le elezioni il prossimo 13 dicembre, sono stati interpellati in più occasioni sul progetto e costretti a prendere una posizione che, in ogni caso, costerà loro qualche voto. Il favorito (stando ai sondaggi) Sebastian Piñera, candidato di Coalicion por el Cambio, di destra, si è dichiarato favorevole al progetto anche se, ha precisato, quest’ultimo dovrà rispettare tutte le norme di tutela ambientale. E anche il candidato della Concertazione Eduardo Frei, l’alleanza di centro-sinistra che governa il Paese dalla fine della dittatura, ha manifestato chiare simpatie per le Represas. “Se sarò rieletto presidente, non interverrò per dire si o no al progetto”, ha detto di recente. “Progetti di questo tipo devono rispettare l’ambiente. E io non farò mai nulla per bypassare le istituzioni ambientali”. Contrarissimo alle dighe è invece il giovane outsider indipendente Marco Enriquez Ominami, 36enne emergente il quale, durante la riunione con i rappresentanti del Consejo de Defensa de la Patagonia ha ribadito, in soldoni, che ci sono un sacco di modi per produrre energia non convenzionale e rinnovabile meno dannosi per l’ambiente e che il Cile deve investire su questi.

 

Dunque, la storia: alla fine del 2006, nasce il consorzio Endesa Colbún con l’obiettivo di costruire cinque dighe nella regione dell’Aysén, nel sud della Patagonia cilena: migliaia di ettari di territorio intatto, pianure vergini e colline attraversate dai fiumi Pascua e Baker, e popolate da specie endogine e piante rare. Si trattarebbe, per le sconsolate risorse locali, di una vera manna dal cielo che coprirebbe, una volta terminato, nel 2020, all’incirca il 21 per cento del Sic cileno, e però anche di una iattura sul piano ambientale, almeno stando alle critiche dei detrattori. Che infatti si mobilitano, aggregandosi in varie associazioni raccolte sotto il Consejo de Defensa de la Patagonia, attualmente il nemico numero uno di HidroAysén, il più efficace. Nel frattempo, nasce Patagonia sin Represas, campagna antidighe che in breve tempo conquista spazio oltreconfine, sotto l’egida del magnate americano Douglas Tompkins che, da vent’anni, combatte per la difesa della Patagonia e, con questo scopo, continua a comprare terreni in quell’area. La campagna antipatagonia è così buona (e le ragioni così ben esposte e ragionevoli) che riesce a “bucare”, conquistando una gran parte dell’opinione pubblica e trasformando la questione in una priorità nazionale. Dalla sua, HidroAysén oppone argomenti di realpolitik e buon senso pratico, e assicura che i danni ambientali saranno minimi, arrivando a ridurre l’area da allagare e meno di seimila ettari, da molti più che erano inizialmente

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L’energia serve al Paese, continua a sostenere il consorzio, e il danno sarà contenuto. E cita lo studio realizzato da Ricardo Ranieri, professore della Facoltà di Ingengeria dell’Università Cattolica, stando al quale il progetto HidroAysén comporterebbe un risparmio per il Cile di 495 milioni di dollari all’anno, perché abbasserebbe il prezzo del combustibile. In altre parole, il rapporto costi e benefici sarebbe senz’altro a favore di questi ultimi.

 

E però qualcosa non ha funzionato in quell’equazione, lasciando molti dubbi. E infatti quando, nell’agosto dell’anno scorso, la HidroAysén ha presentato il suo Eia, lo Studio di impatto ambientale (10.500 pagine con un costo di 12 milioni di dollari), l’attenzione era così alta che lo Studio è dovuto passare sotto parecchie forche caudine. Dei 36 organismi pubblici incaricati di giudicarlo preventivamente, ben 32 lo hanno definito insufficiente, carente di informazioni e vago. La stessa ministra dell’Ambiente lo aveva definito “non all’altezza” e qualcuno, a dire il vero, si è spinto più in là. Per esempio alcune associazioni ne hanno addirittura chiesto l’inammissibilità, e hanno presentato un ricorso contro la Comission Regional de Medio Ambiente per aver dichiarato ammissibile la presentazione dello Eia, accusato di violare il Trattato del Medio Ambiente firmato da Cile e Argentina. Il ricorso è stato respinto, ma resta il fatto che anche lo Eia non ha avuto buona accoglienza, e le richieste di chiarire, precisare e integrare i punti oscuri si aggirano intorno alle tremila. Ovviamente, HidroAysén ha difeso il suo (costosissimo) lavoro, ma alla vigilia della data stabilita per l’approvazione, ha chiesto una proroga di nove mesi per sistemarlo e completare i punti carenti.

 

Sul sito della compagnia, un ampio settore è dedicato alle domande e alle critiche più comuni: per esempio se è vero che altre fonti di energia non rinnovabili sarebbero in grado di fornire lo stesso approvigionamento energetico delle dighe e quale sarebbe l’impatto ambientale: le risposte sono puntuali, capillari e lucide, ma è difficile valutare nella teoria le ragioni dell’una e dell’altra parte, e stabilire quali siano più eque. Alla domanda se le represas sarebbero rimpiazzabili con altre fonti di Ernc si risponde che, nei Paesi del Primo Mondo, quelle fonti difficilmente superano il dieci per cento dell’intera matrice energetica, e che perfino in California, grande promotrice delle Ernc, il 10,6 per cento di questa è rappresentato da tecnologie non convenzionali e il 45,7 per cento da gas naturali. Alla spinosa questione se è vero che le dighe danneggerebbero il turismo, il sito risponde poi che “Il progetto prevede il miglioramento di 187 chilometri della carretera austral, la apertura di nuove strade in zone di interesse turistico e la costruzione di opere portuarie nel sud della regione con innegabili potenzialità per lo sviluppo di questa attività”.

 

Tra le molte obiezioni che vengono mosse al progetto c’è infatti che quest’ultimo penalizzerebbe il turismo nella zone interessate, provocando tra le altre cose la perdita di molti posti di lavoro. A sua volta, chi è favorevole alle dighe si indigna per la “miopia” dei detrattori, e adduce che il problema dell’approvigionamento energentico del Cile va pur risolto, e che la proposta di HidroAysén è alla fine equa. Il Cile (che importa il 72 per cento del suo fabbisogno energetico), non può comprare infatti gas dalla vicina Bolivia, da cui lo separa un vecchio e irrisolto contenzioso per l’accesso al mare (la Bolivia lo perse nella Guerra del Pacifico, alla fine dell’Ottocento), ed è arrivata ad acquistare gas da Trinidad e Tobago, nel Mar dei Caraibi, con enormi spese di trasporto.

 

In ogni caso, il nuovo studio è stato appena presentato, e a questo punto spetterà alla nuova amministrazione stabilire se sia all’altezza.

La campagna antidighe non ha però intenzione di aspettare con le braccia incrociate, e continua la sua agguerrita battaglia. “Non pensiamo affatto di abbassare la guardia”, dicono in sintesi. E, a quanto pare, non sono solo parole.

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